
Non basta l’eccesso di zuccheri. Uno studio scientifico evidenzia la possibile migrazione di interferenti endocrini dai materiali plastici utilizzati per preparare e servire il bubble tea
Il bubble tea continua a conquistare consumatori in tutto il mondo e anche nel nostro paese il numero di negozi specializzati è cresciuto rapidamente negli ultimi anni. Ma, accanto alle preoccupazioni ormai note per l’elevato contenuto di zuccheri, arriva ora un nuovo elemento di attenzione.
Uno studio pubblicato su Food Control ha analizzato cinque diversi marchi di bubble tea commercializzati in Malesia, valutandone contemporaneamente il profilo nutrizionale e la presenza di interferenti endocrini, sostanze chimiche che possono migrare nella bevanda dai materiali plastici utilizzati durante la preparazione e il confezionamento.
Secondo gli autori, si tratta del primo lavoro che valuta contemporaneamente il carico di zuccheri, l’apporto calorico e la presenza di interferenti endocrini nel bubble tea.
I risultati confermano innanzitutto quello che già si sospettava dal punto di vista nutrizionale: una singola porzione contiene tra 43 e 58 grammi di zuccheri e apporta oltre 300 calorie, superando le quantità giornaliere raccomandate dall’Organizzazione mondiale della sanità per gli zuccheri liberi.
Un consumo frequente di queste bevande può quindi contribuire ad aumentare il rischio di obesità, diabete di tipo 2 e altre patologie metaboliche.
L’altra faccia del problema: il BPA
La parte più innovativa dello studio riguarda però la ricerca di due interferenti endocrini molto noti: il bisfenolo A (BPA) e il DEHP, uno ftalato impiegato nella produzione di materiali plastici.
Le analisi hanno mostrato che i livelli di DEHP rientrano nei limiti di sicurezza europei. Diverso il discorso per il BPA libero, rilevato in tutti i campioni a concentrazioni superiori ai nuovi valori di riferimento fissati dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA).
Secondo gli autori, la contaminazione non sarebbe attribuibile alle perle di tapioca, ma deriverebbe con ogni probabilità dalla migrazione delle sostanze dai materiali plastici che entrano in contatto con la bevanda durante la preparazione, il confezionamento o il servizio.
Lo studio osserva infatti una forte correlazione tra BPA e DEHP, elemento che suggerisce una fonte comune nei materiali plastici utilizzati lungo la filiera.
Non sono le perle il problema
Le perle di tapioca vengono chiamate in causa nello studio esclusivamente per il loro contributo al contenuto calorico e all’elevato apporto di carboidrati della bevanda. Gli autori non le indicano come fonte del bisfenolo A o degli ftalati.
Al contrario, ricordano che BPA e DEHP possono migrare dai materiali plastici, soprattutto quando vengono a contatto con liquidi caldi o contenenti grassi. Il latte presente nel bubble tea crea infatti un ambiente favorevole al trasferimento di queste sostanze.
Un altro dato interessante è che i ricercatori non hanno trovato alcuna correlazione tra la quantità di zuccheri e quella di BPA: si tratta quindi di due problemi distinti e indipendenti.
Perché è una ricerca che riguarda anche l’Italia
Naturalmente lo studio riguardi prodotti acquistati in Malesia e non dimostri che i bubble tea venduti in Italia presentino gli stessi livelli di contaminazione.
Tuttavia la ricerca assume interesse anche per il mercato italiano del bubble tea soprattutto per le conclusioni dei ricercatori che indicano come, oltre a controllare il contenuto di zuccheri, sarebbe opportuno verificare anche l’eventuale migrazione di interferenti endocrini dai materiali utilizzati durante la preparazione e il confezionamento.
Nelle conclusioni, infatti, i ricercatori invitano i produttori a rivedere le procedure di preparazione e i materiali a contatto con gli alimenti per ridurre la migrazione del BPA, chiedendo al tempo stesso alle autorità sanitarie di rafforzare i controlli sia sugli aspetti nutrizionali sia sulla sicurezza chimica di queste bevande.









