Pesce in frigo e nel congelatore: gli imballaggi rilasciano bisfenolo A e altri additivi nella carne

PESCE BISFENOLO

Uno studio dell’Università di Firenze e dell’istituto spagnolo IDAEA-CSIC dimostra che le confezioni trasferiscono sostanze chimiche al pesce durante la normale conservazione domestica. In quasi metà degli scenari analizzati viene superata la soglia di sicurezza fissata dall’Efsa per il bisfenolo A

Conservare il pesce in frigorifero o nel congelatore potrebbe non essere un gesto così innocuo come pensiamo. Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista Environment International, gli imballaggi utilizzati per confezionare il pesce fresco possono trasferire alla carne quantità significative di additivi plastici, compreso il bisfenolo A (BPA), una delle sostanze più controverse tra quelle impiegate nei materiali destinati al contatto con gli alimenti.

La ricerca, coordinata dall’Institute of Environmental Assessment and Water Research (IDAEA-CSIC) di Barcellona e realizzata in collaborazione con l’Università di Firenze, è la prima ad aver simulato condizioni realistiche di conservazione domestica, valutando cosa accade quando il pesce resta per giorni in frigorifero o per settimane nel congelatore prima di essere consumato.

I risultati mostrano che la migrazione di sostanze chimiche dagli imballaggi al pesce è un fenomeno tutt’altro che trascurabile e che, in alcuni casi, può portare a superare i livelli di esposizione ritenuti sicuri dalle autorità europee.

Cosa hanno scoperto i ricercatori

Gli scienziati hanno acquistato nei supermercati spagnoli tre specie di pesce comunemente consumate: salmone, tonno e nasello.

I prodotti sono stati conservati in tre diverse tipologie di confezionamento:

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  • vaschette in polistirene;
  • vaschette compostabili;
  • pellicole e sacchetti per congelatore.

Le condizioni sperimentali hanno riprodotto quelle tipiche di una casa:

  • 48 ore in frigorifero a 4 °C;
  • 30 giorni in congelatore a -18 °C.

Sono stati monitorati 49 contaminanti appartenenti a quattro grandi famiglie chimiche:

  • ftalati;
  • plastificanti alternativi agli ftalati;
  • esteri organofosfati;
  • bisfenoli.

Tutte queste sostanze vengono utilizzate per conferire ai materiali plastici flessibilità, stabilità e resistenza.

L’analisi ha evidenziato che gli additivi erano presenti negli imballaggi e che una parte di essi migrava nel pesce durante la conservazione.

Migrazioni fino al 100%

Uno degli aspetti più sorprendenti riguarda l’entità del trasferimento.

Per alcuni composti, in particolare alcuni bisfenoli, i tassi di migrazione hanno raggiunto il 100%. Anche il DEHA (di-2-etilesil adipato), un plastificante spesso utilizzato come alternativa agli ftalati, ha mostrato una capacità di trasferimento estremamente elevata, superando il 95% nel salmone.

Il tempo di contatto è risultato uno dei fattori più importanti: più a lungo il pesce resta a contatto con l’imballaggio, maggiore è la quantità di contaminanti che può passare all’alimento.

Anche le caratteristiche del pesce influenzano il fenomeno. Le sostanze lipofile, cioè che si sciolgono nei grassi, tendono ad accumularsi maggiormente nei pesci grassi come il salmone. Al contrario, alcuni bisfenoli mostrano una maggiore affinità per specie ricche di acqua, come il nasello.

Il ruolo centrale del bisfenolo A

La parte più preoccupante dello studio riguarda la valutazione del rischio sanitario.

I ricercatori hanno stimato l’esposizione alimentare per adulti, bambini e lattanti combinando i livelli di contaminazione osservati nel pesce con i dati ufficiali sui consumi alimentari.

I risultati mostrano che il pesce conservato negli imballaggi determina livelli di esposizione superiori rispetto al pesce appena acquistato.

Lo scenario peggiore è risultato quello del nasello conservato per 30 giorni nel congelatore all’interno di vaschette compostabili. In quasi la metà delle combinazioni analizzate è stata superata la soglia di sicurezza fissata dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare. La responsabilità è quasi interamente attribuibile al bisfenolo A.

Secondo gli autori, il BPA rappresenta praticamente il 100% dell’indice di rischio calcolato, mentre il contributo degli altri contaminanti è risultato marginale.

Una soglia di sicurezza abbassata di 20.000 volte

L’importanza del risultato emerge ancora più chiaramente se si considera che l’Efsa ha recentemente rivalutato il bisfenolo A. Nel 2023 l’agenzia europea ha ridotto di 20.000 volte la dose giornaliera tollerabile, portandola da 4.000 nanogrammi a soli 0,2 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno. La decisione è stata motivata dalle crescenti evidenze sugli effetti del BPA sul sistema immunitario e su quello endocrino.

Lo studio sottolinea inoltre che il consumo di pesce rappresenta soltanto una delle tante fonti di esposizione. Al BPA si è infatti esposti anche attraverso altri alimenti, l’acqua, la polvere domestica e il contatto con numerosi prodotti di uso quotidiano. Di conseguenza, l’esposizione complessiva della popolazione potrebbe essere significativamente più elevata di quella stimata dai ricercatori.

Compostabile non significa necessariamente più sicuro

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda le confezioni considerate “green”.

Le vaschette compostabili vengono spesso percepite dai consumatori come un’alternativa più sicura rispetto alla plastica tradizionale. Tuttavia gli autori sottolineano che anche i materiali derivati da fonti rinnovabili contengono additivi chimici necessari per garantire prestazioni tecniche adeguate. Queste sostanze possono migrare negli alimenti esattamente come accade con gli imballaggi convenzionali.

In altre parole, la sostenibilità ambientale di un materiale non coincide automaticamente con una maggiore sicurezza dal punto di vista tossicologico.

Le lacune delle norme europee

Secondo i ricercatori, uno dei principali problemi è rappresentato dalla mancanza di informazioni su molti dei nuovi additivi utilizzati dall’industria.

Per numerosi plastificanti di nuova generazione e per diversi sostituti del bisfenolo A non esistono ancora limiti normativi specifici, né dati sufficienti sulla loro tossicità.

Inoltre le valutazioni regolatorie continuano a concentrarsi soprattutto sulle singole sostanze, mentre nella realtà i consumatori sono esposti contemporaneamente a decine di composti diversi.

Una situazione che potrebbe portare a effetti additivi o sinergici ancora poco conosciuti.

L’Europa corre ai ripari

La ricerca arriva mentre l’Unione europea sta progressivamente eliminando il bisfenolo A dai materiali destinati al contatto con gli alimenti.

Il nuovo regolamento europeo, approvato nel 2024 ed entrato in vigore nel gennaio 2025, prevede una progressiva restrizione dell’utilizzo dei bisfenoli nelle confezioni alimentari, con un periodo transitorio di tre anni per consentire alle aziende di adeguarsi.

Secondo gli autori dello studio, però, il problema non riguarda soltanto il BPA. Occorre verificare che le sostanze utilizzate per sostituirlo siano realmente più sicure e non si trasformino in nuovi casi di “sostituzione deplorevole”, nei quali un composto problematico viene semplicemente rimpiazzato da un altro ancora poco studiato.

Un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare

La conclusione degli autori è netta: i test condotti con simulanti alimentari e in condizioni di laboratorio non sono più sufficienti per valutare correttamente i rischi associati agli imballaggi.

Le valutazioni future dovranno tenere conto delle reali condizioni di utilizzo domestico, della conservazione prolungata degli alimenti e dell’esposizione simultanea a molteplici contaminanti.