
La contaminazione negli alimenti per umani è ormai purtroppo assodata. Ora uno studio dell’Università di Sussex rivela la presenza ancora più marcata dei frammenti polimerici nel petfood
La presenza di microplastiche nei cibi destinati all’alimentazione umana purtroppo non è più una notizia. La contaminazione massiccia nel petfood invece sì perché finora non c’erano evidenze scientifiche. Il primo studio che mette in evidenza come il mangime, secco e umido, per cani e gatti sia inquinato da microplastiche, arriva dall’Università britannica di Sussex.
I ricercatori hanno analizzato 38 prodotti alimentari per animali domestici secchi e umiti venduti nel Regno Unito, di diverse marche, fasce di prezzo e tipologie. Per ogni prodotto sono stati analizzati sei campioni da 1 g di materiale essiccato, per un totale di 228 campioni. Dei 38 prodotti, il 76% è risultato positivo: il 29% presentava un solo campione positivo e il 47% due o più.
I polimeri più comuni rinvenuti nei mangini analizzati sono stati poliestere, poliacrilammide, polietilene e polipropilene. La concentrazione media di microplastiche era di 0,4 pezzi g−1 (corrisponde al numero di frammenti o particelle di microplastica contenuti in un singolo grammo) per gli alimenti secchi analizzati e di 0,3 g−1 negli alimenti umidi: è evidente che quest’ultimi presentano un rischio di esposizione più elevato. Sulla base del contenuto medio di microplastiche rilevato in tutti i campioni, un cane di grossa taglia (35 kg) nutrito con alimenti umidi ingerisce probabilmente 313 frammenti polimerici al giorno.
A conti fatti, concludono i ricercatori, “le concentrazioni di microplastiche negli alimenti per animali domestici erano superiori a quelle riscontrate per gli alimenti per il consumo umano“.








