
Dalla Francia un’inchiesta di Que Choisir che mette in discussione uno dei souvenir più popolari tra i turisti. Dietro il “sapone di Marsiglia” possono nascondersi prodotti realizzati anche in Asia con olio di cocco o palma
C’è un souvenir che più di altri sembra racchiudere la Francia del Sud: il cubo verde di sapone di Marsiglia. Lo si trova nelle saponerie, sui mercati della Provenza, nei negozi per turisti e, naturalmente, nelle valigie di chi torna dalle vacanze. Anche molti italiani, dopo un viaggio in Francia, lo portano a casa convinti di acquistare un prodotto antico, naturale e legato indissolubilmente alla città di Marsiglia.
Ma quanto c’è davvero di Marsiglia in quel cubetto?
A mettere in discussione una delle icone della Provenza è Que Choisir, il mensile francese dei consumatori, con un’inchiesta firmata dalla giornalista Rosine Maiolo. Il punto di partenza è semplice quanto sorprendente: dietro la stessa denominazione possono esserci saponi molto diversi, perché non esiste un disciplinare ufficiale che definisca giuridicamente che cosa sia un “sapone di Marsiglia”.
Il souvenir che rischia di non essere quello che sembra
Per il turista italiano il problema emerge soprattutto davanti ai banchi dei mercati della Costa Azzurra. I cubetti sono impilati, spesso colorati, profumati, decorati e accompagnati da parole come “autentico”, “tradizionale” o “72% di olio”.
Ma, osserva Rosine Maiolo, nei mercati spesso manca persino una confezione e quindi una lista degli ingredienti. Il turista acquista così sulla fiducia, portandosi a casa quello che considera un pezzo di Provenza.
Eppure la provenienza geografica non è affatto garantita.
L’espressione “sapone di Marsiglia” è infatti giuridicamente libera. Secondo l’inchiesta di Que Choisir, alcuni produttori possono arrivare a utilizzare bondillons asiatici, cioè granuli di sapone già saponificato, senza che la saponificazione vera e propria avvenga in Francia.
Una scoperta tutt’altro che irrilevante per chi compra quel cubo pensando di portare in Italia un prodotto tipicamente francese.
Non è detto che ci sia l’olio d’oliva
C’è poi un’altra sorpresa destinata a spiazzare il consumatore: il sapone di Marsiglia non deve necessariamente contenere olio d’oliva.
Il celebre cubo verde deve il suo colore soprattutto all’olio di sansa d’oliva, ottenuto dai residui di polpa e noccioli dopo la prima estrazione. E anche questa materia prima, spiega Que Choisir, non è necessariamente francese: la sansa utilizzata dai produttori può arrivare da Spagna, Grecia, Italia o Nord Africa.
Per i consumatori italiani è un dettaglio particolarmente interessante: persino quella che appare come la caratteristica più “mediterranea” del sapone può avere una filiera internazionale.
E i cubi bianchi o beige? Possono essere prodotti con olio di palma, olio di cocco, colza, copra e altri grassi vegetali.
Tre scuole, nessun vero disciplinare
La situazione è complicata dalla contrapposizione tra tre associazioni di produttori francesi.
La posizione più restrittiva è quella dell’Union des professionnels du savon de Marseille (UPSM), che riunisce quattro produttori tradizionali: Le Sérail, Marius Fabre, Fer à cheval e la Savonnerie du Midi. Per loro il sapone di Marsiglia dovrebbe essere prodotto nelle Bouches-du-Rhône, con il tradizionale procedimento a caldo in caldaia aperta e una ricetta limitata a quattro ingredienti: oli vegetali, soda, acqua e sale marino, senza profumi, coloranti o conservanti.
L’Association du savon de Marseille France (ASDMF) sostiene invece che a definire il prodotto debba essere soprattutto la tecnica, indipendentemente dal luogo di produzione. La Savonnerie de l’Atlantique, vicino a Nantes, utilizza per esempio un processo continuo.
L’Association française du savon de Marseille (AFSM) propone infine un perimetro esteso a tutta la Provenza, con cottura in vasche di acciaio inox e almeno il 5% di olio d’oliva.
Il risultato? Nessun accordo e nessuna indicazione geografica ufficiale.
E quel famoso “72% di olio”?
È una delle scritte che più rassicurano il consumatore. Il numero “72%” sembra suggerire un prodotto particolarmente ricco e quindi di qualità superiore.
Ma anche in questo caso, spiega l’inchiesta, bisogna frenare l’entusiasmo.
Il 72% non indica la qualità dell’olio, né specifica quale olio sia stato utilizzato. È un dato storico riferito alla percentuale di sostanze grasse saponificate nel momento in cui il sapone viene stampato.
Non dice dunque se dentro ci siano olio d’oliva, palma, copra o altri grassi. E non dice da dove provengano.
Insomma, “72%” non significa automaticamente “72% di olio d’oliva”.
“Fabriqué en France”?
Altro elemento da tenere presente quando si acquista in Francia è la scritta “Fabriqué en France”.
Anche questa, secondo Que Choisir, può essere meno rassicurante di quanto immagini il turista.
L’inchiesta racconta infatti di produttori industriali che importano dall’Asia i bondillons, granuli di sapone già saponificato. In Francia questi vengono riscaldati, lavorati ed eventualmente arricchiti con profumi, coloranti, latte o altri oli. Il prodotto viene poi estruso, tagliato e marchiato.
Secondo l’inchiesta, queste operazioni possono essere sufficienti per consentire l’indicazione “Made in France”, pur senza che la saponificazione originaria sia avvenuta in Francia.
Per chi compra il sapone come souvenir, è forse il punto più importante: un prodotto venduto in una saponeria francese e marchiato “Made in France” non equivale necessariamente al sapone tradizionale che il consumatore immagina.
Non è però un problema di “sapone pericoloso”
L’inchiesta non racconta una storia di prodotti tossici o pericolosi. Anzi, il consulente di Que Choisir Laurent Bousquet sottolinea che non ci sono saponi pericolosi per la salute sul mercato e che la normativa è rigorosa.
La questione è piuttosto quella della trasparenza e della corrispondenza tra ciò che il consumatore pensa di comprare e ciò che effettivamente acquista.
E c’è anche un aspetto dermatologico da non trascurare.
Martine Baspeyras, dermatologa e presidente della Société française d’esthétique en dermatologie, spiega a Que Choisir che il sapone di Marsiglia, come tutti i saponi, è basico, mentre la pelle è naturalmente leggermente acida.
Questa differenza di pH può alterare il film idrolipidico e provocare secchezza e sensazione di pelle che tira. Per questo il sapone può risultare troppo aggressivo per le pelli sensibili ed è generalmente sconsigliato sul viso. Particolare cautela viene indicata per bambini, anziani e persone con pelle atopica.
Anche i profumi meritano attenzione: secondo la dermatologa sono tra i principali fattori di irritazione e allergia, soprattutto per le pelli fragili. Per l’uso quotidiano, la regola suggerita è semplice: più la formula è essenziale, meglio è.
E in Italia?
Il problema non riguarda soltanto il turista che compra il cubo a Marsiglia, Nizza o Cannes.
Il sapone di Marsiglia è presente anche sul mercato italiano, dove può essere venduto come prodotto per l’igiene personale o come ingrediente di detergenti e prodotti per la casa. Per questo l’inchiesta francese offre una lezione utile anche a chi non ha mai messo piede in Provenza: non fermarsi alla scritta “sapone di Marsiglia”, ma leggere la composizione e verificare che cosa stiamo effettivamente acquistando.
Anche Que Choisir continua a monitorare il mondo dei saponi di Marsiglia attraverso il proprio database sugli ingredienti indesiderabili nei cosmetici: la sua banca dati comprende diversi prodotti commercializzati come “Savon de Marseille”, alcuni dei quali segnalati per la presenza di allergeni.
Questo non significa che tutti i prodotti siano problematici. Significa però che il nome evocativo non basta per giudicare un sapone.










