Liscianti per capelli e tumori, l’Arizona porta L’Oréal in tribunale

LISCIANTI CAPELLI

La procuratrice generale Kris Mayes accusa il colosso della cosmetica di avere venduto prodotti come Dark & Lovely, Optimum e Mizani senza informare adeguatamente sui possibili rischi di cancro. L’Oréal respinge le contestazioni: “Nessun fondamento scientifico o giuridico”

L’Arizona ha intentato una causa contro L’Oréal USA e SoftSheen-Carson, accusandole di aver pubblicizzato e venduto liscianti chimici per capelli senza informare adeguatamente le consumatrici della presenza di sostanze potenzialmente pericolose e delle ricerche che associano l’impiego frequente di questi cosmetici a un aumento del rischio di alcuni tumori.

L’azione giudiziaria, annunciata l’11 settembre dalla procuratrice generale dell’Arizona Kris Mayes, riguarda prodotti commercializzati con marchi come Dark & Lovely, Optimum e Mizani. Secondo l’accusa, per decenni l’azienda li avrebbe presentati come sicuri e delicati, pur conoscendo – o dovendo conoscere – i possibili rischi sanitari legati al loro utilizzo.

Si tratta, è bene precisarlo, delle contestazioni contenute in una causa ancora da esaminare: non di responsabilità già accertate da un tribunale.

L’accusa: “Consumatori non informati dei rischi”

Nel suo comunicato ufficiale, l’ufficio della procuratrice sostiene che i prodotti contengano categorie di sostanze tossiche o in grado di generare composti pericolosi durante l’applicazione sul cuoio capelluto. Tra quelle richiamate figurano interferenti endocrini, ftalati e parabeni, oltre a sostanze classificate da organismi nazionali e internazionali come cancerogene certe o probabili.

I liscianti chimici sono prodotti fortemente alcalini, generalmente a base di idrossidi, che modificano la struttura del capello rompendo e ricostituendo i legami responsabili della sua forma. Il contatto con il cuoio capelluto può provocare irritazioni, lesioni e ustioni, condizioni che potrebbero anche favorire l’assorbimento delle sostanze presenti nella formulazione.

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Secondo l’Arizona, L’Oréal avrebbe omesso di avvertire le consumatrici dei “rischi significativi e potenzialmente mortali” associati all’uso dei prodotti. La causa chiede che l’azienda non possa più venderli senza adeguate avvertenze e domanda anche sanzioni e risarcimenti economici.

“L’Oréal conosceva o avrebbe dovuto conoscere i pericoli associati a questi prodotti liscianti tossici”, ha dichiarato Mayes. Per la procuratrice, l’azienda avrebbe anteposto i profitti alla sicurezza di donne e bambini.

Prodotti destinati soprattutto alle donne nere

Un punto centrale dell’accusa riguarda il pubblico al quale i rilassanti chimici per capelli sono stati rivolti. I prodotti sarebbero stati commercializzati prevalentemente tra le donne afroamericane, ma in alcuni casi anche tra bambine e adolescenti.

Nell’atto depositato in tribunale, la procura sostiene che le società abbiano promosso questi cosmetici come uno strumento sicuro per adeguare i capelli naturalmente ricci agli standard estetici dominanti, mostrando una particolare indifferenza nei confronti della salute delle donne di origine africana.

La maggiore esposizione non è un dettaglio secondario. I ricercatori dei National Institutes of Health statunitensi hanno osservato che le donne nere tendono a utilizzare più frequentemente i liscianti e a cominciare in età più giovane. Di conseguenza, anche se l’associazione epidemiologica non risulta necessariamente diversa in base all’origine etnica, il potenziale impatto sanitario può essere maggiore nelle popolazioni maggiormente esposte.

Lo studio sul tumore dell’utero

Tra le ricerche più importanti citate nel dibattito c’è lo studio pubblicato nel 2022 sul Journal of the National Cancer Institute. Il lavoro ha seguito per quasi undici anni 33.497 donne statunitensi di età compresa tra 35 e 74 anni, registrando 378 diagnosi di tumore dell’utero.

Le donne che avevano dichiarato di utilizzare prodotti liscianti più di quattro volte nell’anno precedente presentavano una probabilità più che doppia di sviluppare la malattia rispetto a quelle che non li usavano. Secondo le stime dei ricercatori, entro i 70 anni il tumore dell’utero interesserebbe circa l’1,64% delle donne che non hanno mai utilizzato questi prodotti e il 4,05% delle utilizzatrici frequenti.

Lo studio, tuttavia, non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto e non aveva raccolto informazioni sulle marche o sugli ingredienti dei singoli cosmetici. Gli autori hanno indicato tra le possibili sostanze coinvolte parabeni, bisfenolo A, metalli e formaldeide, precisando che sono necessarie ulteriori ricerche per confermare i risultati e individuare gli specifici composti responsabili dell’associazione osservata.

Altri studi epidemiologici hanno approfondito i possibili legami con tumore ovarico, mammario e altre neoplasie sensibili agli ormoni, ma anche in questo caso le associazioni statistiche non equivalgono automaticamente alla dimostrazione che un determinato prodotto abbia provocato la malattia.

I precedenti raccontati dal Salvagente

La controversia non nasce oggi. Già nell’aprile 2023 il Salvagente aveva ricostruito la lunga battaglia sui liscianti chimici, ricordando una class action avviata negli Stati Uniti nel 2016 contro L’Oréal.

In quel procedimento circa 100mila utilizzatrici del balsamo lisciante “No-Lye” della linea SoftSheen-Carson lamentavano conseguenze come caduta e rottura dei capelli, irritazioni del cuoio capelluto, vesciche e ustioni. Le accuse comprendevano frode, negligenza, arricchimento ingiustificato e pubblicità ingannevole.

Nel 2023 la mobilitazione era arrivata anche nel Regno Unito, dove una coalizione coordinata dal gruppo femminista Level Up aveva chiesto a L’Oréal di ritirare dal mercato i prodotti contestati e di finanziare studi indipendenti sugli effetti del loro impiego prolungato.

Nel frattempo, decine di cause per tumori e altri danni alla salute erano state riunite in un unico procedimento federale, la cosiddetta multidistrict litigation. Da allora il contenzioso è cresciuto enormemente: secondo i dati ufficiali del sistema giudiziario statunitense, al 1° luglio 2026 risultavano 11.877 azioni ancora pendenti, su 16.059 complessivamente confluite nel procedimento sui liscianti per capelli.

La nuova iniziativa dell’Arizona si distingue dalle azioni individuali perché a muoversi è direttamente un’autorità pubblica, sulla base delle norme statali contro le pratiche commerciali ingannevoli e le frodi ai consumatori.

La replica di L’Oréal

L’Oréal respinge le accuse. In una dichiarazione fornita a Consumer Reports, un portavoce ha affermato che tutti i prodotti dell’azienda vengono sottoposti a rigorose valutazioni scientifiche e rispettano le normative dei mercati nei quali sono commercializzati.

La società si è detta certa della sicurezza dei prodotti SoftSheen-Carson e ha sostenuto che le contestazioni formulate dall’Arizona non abbiano fondamento giuridico né scientifico. L’Oréal sottolinea inoltre che lo studio epidemiologico alla base della causa ha riconosciuto la necessità di ulteriori ricerche e non ha accertato un nesso causale tra l’impiego dei prodotti e le patologie denunciate.

Sarà ora il tribunale a stabilire se l’azienda fosse in possesso di informazioni sufficienti per avvertire le consumatrici e se la mancata comunicazione dei rischi ipotizzati dalla letteratura scientifica abbia violato la normativa dell’Arizona sulla tutela dei consumatori.