In laboratorio lo Shilajit, l’integratore star dei social

Shilajit

Promette energia, più testosterone, memoria e decine di minerali. Ma l’analisi di 12 integratori Shilajit del laboratorio pubblico di Stoccarda trova prodotti sospetti, oli minerali, contaminanti e pochissimi nutrienti

Una resina nera e appiccicosa che trasuda dalle rocce dell’Himalaya, utilizzata da secoli nella medicina ayurvedica e oggi trasformata dalla macchina dei social network nel nuovo “super integratore” per energia, prestazioni fisiche, testosterone e concentrazione. Si chiama Shilajit, o Mumijo, e negli ultimi anni ha invaso TikTok, Instagram e i negozi online. Anche in Italia l’offerta ormai è ampia: si trova sotto forma di resina, polvere, capsule e perfino caramelle gommose, con prezzi che possono superare facilmente i 20-30 euro per un mese di trattamento.

Ma quando lo Shilajit è finito nei laboratori del CVUA di Stoccarda, l’ente pubblico tedesco che si occupa di sicurezza alimentare e tutela dei consumatori, l’immagine restituita dalle analisi è risultata molto meno affascinante di quella proposta dagli influencer.

I ricercatori hanno esaminato 12 prodotti: otto acquistati anonimamente online, due prelevati direttamente presso le aziende che li commercializzavano, uno nel commercio al dettaglio e uno in farmacia. Il verdetto finale del CVUA è pesante: tutti i prodotti sono stati contestati per aspetti considerati ingannevoli, legati alla composizione, alla pubblicità o a dichiarazioni come “testato in laboratorio”.

Che cos’è davvero lo Shilajit

Definire con precisione lo Shilajit non è semplice. È una massa resinosa dal marrone scuro al nero, con un odore pungente che la letteratura descrive come simile al catrame o perfino all’urina bovina. Si forma nelle rocce di regioni montuose, soprattutto nell’Himalaya, e durante i mesi caldi può fuoriuscire dalle fessure per poi essere raccolta.

La sua composizione dipende però dal luogo di origine, dalle rocce, dal clima e dai processi di trasformazione. Contiene una miscela complessa di sostanze umiche, metaboliti vegetali e microbici e altri composti. Non esiste dunque un profilo chimico unico che permetta di dire con assoluta precisione: “questo è Shilajit”.

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Ed è proprio questa variabilità a rendere particolarmente importante il controllo dei prodotti venduti.

Tre prodotti sospetti: Shilajit quasi assente

Il CVUA ha cercato alcune sostanze considerate caratteristiche, tra cui acido ippurico e composti fenolici solfatati. In nove campioni il quadro era compatibile con la presenza dello Shilajit. Negli altri, invece, sono cominciati i problemi.

In tre campioni su dodici le sostanze caratteristiche erano presenti soltanto in tracce o in quantità anormalmente ridotte; in uno di questi non erano rilevabili affatto. Per i tecnici tedeschi esiste quindi il fondato sospetto che alcuni prodotti contenessero pochissimo Shilajit o addirittura non ne contenessero.

Un problema aggravato da un’altra scoperta. In alcuni campioni sono state trovate quantità non trascurabili di zuccheri, circa 6-8 grammi ogni 100 grammi secondo quanto spiegato nel podcast. Il sospetto dei ricercatori è che, almeno in alcuni casi, la consistenza scura e resinosa del prodotto possa essere stata imitata attraverso una caramellizzazione degli zuccheri.

Riscaldati pesantemente: 5-HMF oltre 4.500 mg/kg

A rafforzare questo dubbio contribuiscono altri risultati. In quattro campioni il laboratorio ha individuato 5-idrossimetilfurfurale (5-HMF) e 4-metilimidazolo, sostanze che possono formarsi durante un intenso trattamento termico di alimenti contenenti zuccheri.

In alcuni casi il 5-HMF superava addirittura 4.500 mg/kg. La presenza di questi marcatori dimostra che il prodotto aveva subito un trattamento termico importante e, secondo il CVUA, rende ingannevoli affermazioni commerciali come “lavorazione minima” o “delicata”.

I ricercatori sintetizzano il sospetto in modo molto semplice: “Qualcosa potrebbe essere stato cotto a lungo e ad alta temperatura per ottenere una massa dall’aspetto simile alla resina naturale”.

“Ricco di minerali”? Le analisi dicono il contrario

Uno dei principali argomenti utilizzati per vendere lo Shilajit è la sua presunta ricchezza di minerali. Online sono frequenti formule come “oltre 85 minerali”, “ricco di oligoelementi”, ferro, magnesio, calcio e selenio.

Cinque dei 12 prodotti analizzati utilizzavano messaggi di questo tipo. Ma nessuno forniva, alla dose giornaliera raccomandata, quantità significative dei minerali esaminati.

L’esempio più chiaro è il ferro. Il valore nutritivo di riferimento europeo è di 14 mg al giorno. Per poter dichiarare un “alto contenuto” ne servirebbero almeno 4,2 mg per porzione. Nei prodotti analizzati dal CVUA la media era appena 0,1 mg per dose.

L’esperta Melisa Güneri rende ancora più evidente la sproporzione: in alcuni casi l’apporto era inferiore all’1% del valore nutritivo di riferimento e per raggiungere quantità appena significative bisognerebbe consumare quantità enormemente superiori alla dose prevista.

Insomma, se l’obiettivo è assumere ferro, magnesio o calcio, lo Shilajit appare una strada particolarmente costosa e poco efficace.

Oli minerali in un campione su tre

Più preoccupante è il capitolo dei MOSH e MOAH, gli idrocarburi degli oli minerali.

In 4 dei 12 prodotti il laboratorio ha trovato MOSH fino a 290 mg/kg, valori nettamente superiori ai livelli orientativi utilizzati per altre categorie di alimenti.

In un campione sono stati individuati anche livelli elevati di MOAH, la frazione aromatica degli idrocarburi degli oli minerali che desta le maggiori preoccupazioni sanitarie perché può contenere sostanze genotossiche e cancerogene. Quel prodotto è stato giudicato dal laboratorio non sicuro e quindi non commercializzabile. L’origine della contaminazione non è stata chiarita.

Una buona notizia, almeno, c’è: nessuno dei 12 prodotti presentava livelli eccessivi di metalli pesanti.

Perfino un regolatore della crescita

Le analisi ad ampio spettro hanno però portato alla luce altre sostanze inattese. In più campioni è stato rilevato clormequat, regolatore della crescita utilizzato in agricoltura. In altri due sono comparsi alcaloidi chinolizidinici caratteristici del lupino, tra cui la lupanina.

Il CVUA non è riuscito a stabilirne l’origine, ma considera la presenza del clormequat difficilmente conciliabile con l’immagine di prodotto “naturale” e incontaminato proveniente dalle montagne dell’Himalaya proposta nella pubblicità.

“Testato in laboratorio”?

Particolarmente interessante per i consumatori è il capitolo dedicato alla dicitura “laborgeprüft”, testato in laboratorio.

Tre quarti dei prodotti analizzati riportavano affermazioni di questo tipo. Per chi acquista, osserva il CVUA, è naturale interpretarle come la garanzia di un controllo completo su identità, qualità e contaminanti.

I certificati messi a disposizione dalle aziende raccontavano però una storia differente: spesso erano state controllate soltanto la qualità microbiologica o la presenza di metalli pesanti. Non necessariamente, dunque, autenticità, oli minerali, pesticidi, trattamenti termici o altre contaminazioni.

Il risultato è che 8 dei 9 prodotti pubblicizzati come “testati in laboratorio” sono stati considerati ingannevoli dal CVUA.

Da TikTok la promessa di più energia e testosterone

Il laboratorio tedesco non si è fermato alle provette. Ha analizzato anche 350 post pubblicitari in lingua tedesca su Instagram e TikTok, pubblicati tra il 2022 e il 2025. Più della metà proveniva da influencer e il 58% dei contenuti esaminati era su TikTok.

Le promesse più comuni riguardavano energia e metabolismo, capacità cognitive e salute maschile, compreso l’aumento del testosterone. In circa due terzi dei post comparivano riferimenti alla ricchezza di minerali.

Il problema è che per lo Shilajit non esistono health claim specificamente autorizzati dall’Unione europea tali da giustificare gran parte di queste promesse. Secondo la valutazione del CVUA, circa l’85% dei post contenenti indicazioni salutistiche era da considerare non ammissibile.

Anche sui prodotti la situazione era simile: 10 campioni su 12 venivano accompagnati da affermazioni relative alla salute dell’intestino, al sistema immunitario, al ringiovanimento o ad altri benefici. L’83% è stato contestato per indicazioni salutistiche non consentite e un terzo arrivava addirittura a collegare il prodotto a malattie o condizioni patologiche, con riferimenti ad azioni “antinfiammatorie” o al rallentamento dell’Alzheimer.

Gli studi non bastano a dimostrare le promesse

Shilajit contiene acidi umici e fulvici, ai quali vengono attribuiti molti dei benefici reclamizzati. Esistono studi che hanno valutato possibili effetti biologici della sostanza, ma, sottolineano gli esperti del CVUA, le prove disponibili non permettono di trasformare queste ipotesi in promesse certe di efficacia.