
Nuovi controlli del CVUA Karlsruhe su 99 creme solari con filtro DHHB: nel 2026 il plastificante vietato DnHexP è risultato misurabile in circa il 10% dei campioni. Nel 2025 era uno su cinque e nel 2024 più di uno su tre.
Da oltre la metà dei prodotti a uno su dieci nel giro di pochi anni. Arrivano dalla Germania dati incoraggianti sulla presenza di DnHexP nei prodotti solari, il plastificante vietato nei cosmetici che può comparire come contaminante durante la produzione del filtro UV DHHB.
Il nuovo monitoraggio pubblicato il 10 agosto dal CVUA Karlsruhe, laboratorio pubblico del Baden-Württemberg, ha preso in esame 99 prodotti solari contenenti DHHB. In circa il 10% sono state trovate quantità misurabili di DnHexP. Nel restante 90%, dunque, il contaminante non è risultato quantificabile.
Un risultato che conferma e rafforza il miglioramento che Il Salvagente aveva già seguito negli ultimi due anni. Nel 2025 il DnHexP era ancora misurabile nel 20% dei prodotti con DHHB analizzati dal laboratorio tedesco; nel 2024 la quota era del 38%, mentre nei campioni del 2023 e degli anni precedenti arrivava al 52,5%.
Fonte: elaborazione Il Salvagente su dati CVUA Karlsruhe. Per il 2023 il dato comprende anche campioni degli anni precedenti. Nel 2026 sono stati analizzati 99 prodotti solari contenenti DHHB.
Perché il DnHexP finisce nelle creme solari
Il problema, come avevamo raccontato già nel gennaio 2025, non è il filtro UV DHHB in sé, ma una sostanza che può comparire durante la sua fabbricazione.
Il DHHB, nome completo Diethylamino Hydroxybenzoyl Hexyl Benzoate, è un filtro UVA autorizzato nei cosmetici. Durante il processo produttivo, tuttavia, può formarsi come impurità il DnHexP (di-n-esilftalato), uno ftalato classificato come tossico per la riproduzione e vietato nei cosmetici nell’Unione europea.
La normativa europea ammette la presenza involontaria di piccole quantità di sostanze vietate soltanto quando questa sia tecnicamente inevitabile nell’ambito delle buone pratiche di fabbricazione e il prodotto resti sicuro. Proprio per questo il CVUA sottolinea che i produttori devono evitare queste contaminazioni per quanto tecnicamente possibile.
E i numeri mostrano che ridurle è effettivamente possibile.
Dal 52,5 al 10%: cosa è cambiato
Quando il caso era emerso, il quadro appariva decisamente più preoccupante. Nei prodotti del 2023 e degli anni precedenti, oltre la metà dei solari con DHHB controllati dal CVUA presentava DnHexP misurabile: 52,5%.
Nel 2024 la percentuale era scesa al 38%.
Nel 2025, su 143 prodotti contenenti DHHB, il contaminante era stato quantificato nel 20% dei campioni: 29 prodotti. Nell’80% non era invece rilevabile sopra il limite di quantificazione di 0,6 mg/kg. Nei prodotti positivi i valori andavano da 0,6 a 7,3 mg/kg, con una mediana di 2,7 mg/kg.
Ora il dato del 2026 dimezza nuovamente la percentuale, portandola intorno al 10%. Il CVUA attribuisce il miglioramento osservato negli ultimi anni soprattutto alla sostituzione e alla migliore selezione delle materie prime utilizzate per produrre il filtro DHHB.
È un passaggio importante: dimostra che la contaminazione non è una conseguenza inevitabile dell’impiego del filtro solare.
La quantità di DHHB non spiegava la contaminazione
Già le analisi del 2025 avevano fornito un’indicazione significativa. Il laboratorio tedesco non aveva trovato una correlazione diretta tra la quantità di DHHB presente nella crema e il livello di DnHexP.
Anche diversi prodotti contenenti percentuali relativamente elevate di DHHB, tra l’8 e il 10%, risultavano privi di DnHexP misurabile. Secondo il CVUA, questo rafforzava l’ipotesi che il problema dipendesse soprattutto dalla qualità della materia prima utilizzata e dai processi produttivi, più che dalla presenza del filtro in quanto tale.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più rilevanti dei dati 2026: se oggi nove prodotti su dieci non mostrano quantità misurabili del plastificante, significa che il ricorso a materie prime con livelli molto bassi di impurità è tecnicamente realizzabile.
Un problema scoperto anche grazie alle analisi delle urine
La vicenda era esplosa nel 2024 dopo il ritrovamento nelle urine di bambini e adulti del metabolita MnHexP, che può derivare dal DnHexP. Le indagini successive avevano portato il CVUA Karlsruhe a mettere a punto un metodo analitico specifico e a concentrare l’attenzione proprio sui cosmetici contenenti DHHB.
Nel nostro primo articolo del gennaio 2025 avevamo raccontato come, tra 103 solari esaminati nel corso delle indagini del 2024, 72 contenessero DHHB e nel 37% di questi fosse stato trovato DnHexP, con concentrazioni comprese tra 1,5 e 44 mg/kg.
Il quadro, dunque, è cambiato rapidamente.
Un miglioramento, non un via libera al contaminante
La discesa dal 52,5% a circa il 10% rappresenta certamente una buona notizia per i consumatori e dimostra che gli interventi sulla filiera delle materie prime stanno funzionando.
Non significa però che la presenza di DnHexP sia diventata irrilevante.
Il di-n-esilftalato resta una sostanza vietata nei cosmetici per le sue proprietà tossiche per la riproduzione. La sua eventuale presenza non deriva da un impiego intenzionale come ingrediente, ma può essere ammessa solo come traccia tecnicamente inevitabile, e i produttori hanno l’obbligo di ridurla quanto più possibile.
Il fatto che oggi circa il 90% dei prodotti controllati non presenti quantità misurabili diventa quindi anche un termine di confronto importante per quel restante 10%.
Se la maggioranza delle aziende riesce a utilizzare DHHB senza livelli quantificabili di DnHexP, diventa sempre più difficile considerare contaminazioni più elevate come una conseguenza inevitabile della produzione.
Ma non bisogna rinunciare alla protezione solare
C’è infine un punto sul quale il CVUA insiste da quando sono iniziate le indagini: questi risultati non devono indurre a rinunciare alle creme solari.
La questione riguarda la qualità e la purezza delle materie prime impiegate, non l’utilità della protezione dai raggi ultravioletti. Gli stessi esperti tedeschi continuano a sottolineare l’importanza di una corretta protezione dall’esposizione solare.
La fotografia del 2026 è dunque molto diversa da quella che avevamo raccontato all’inizio dell’inchiesta: il contaminante vietato non è scomparso, ma la sua presenza si è ridotta drasticamente.
Dal 52,5% dei campioni più vecchi al 38% del 2024, al 20% del 2025 fino all’attuale 10% circa.
Un risultato che dimostra soprattutto una cosa: quando produttori e fornitori intervengono sulla qualità delle materie prime, il DnHexP nei solari può essere ridotto fino a diventare non misurabile nella grande maggioranza dei prodotti.











