Fegato grasso nei bambini, l’allerta dei pediatri

FEGATO GRASSO

Un bambino su tre tra quelli con sovrappeso o obesità presenta una steatosi epatica. Al congresso Sigenp gli specialisti richiamano l’importanza della diagnosi e dell’alimentazione. Uno studio del Bambino Gesù collegava il consumo dello sciroppo di glucosio-fruttosio alla forma più grave della malattia.

Il fegato grasso può svilupparsi senza dare sintomi. Eppure, secondo i dati presentati al XXXIII Congresso nazionale SIGENP, la Società italiana di gastroenterologia, epatologia e nutrizione pediatrica, riguarda circa un terzo dei bambini con sovrappeso o obesità e il 2-3% della popolazione pediatrica nel suo complesso. La malattia, oggi indicata con la sigla Masld, è strettamente legata alle alterazioni metaboliche che accompagnano l’eccesso di peso. In alcuni pazienti può progredire verso l’infiammazione e la fibrosi del fegato.

Il comunicato del congresso richiama un rischio molto più alto di diabete di tipo 2 e di problemi cardiovascolari nei bambini con steatosi. Il messaggio è quello di riconoscere presto la malattia e seguirne l’evoluzione: i casi più gravi possono arrivare, in età adulta, alla cirrosi e perfino al trapianto. Questo non significa che tale esito sia inevitabile per un bambino a cui viene diagnosticato il fegato grasso.

Che cosa ha trovato il Bambino Gesù sul fruttosio

A dare un’indicazione sul ruolo dell’alimentazione è uno studio dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù pubblicato nel 2017 sul Journal of Hepatology. I ricercatori hanno esaminato 271 bambini e adolescenti obesi che avevano già il fegato grasso. Hanno stimato il consumo di fruttosio attraverso un questionario alimentare, misurato l’acido urico nel sangue e valutato la presenza di steatoepatite, la forma in cui al grasso accumulato si accompagna un danno infiammatorio del fegato.

La steatoepatite era presente nel 37,6% dei partecipanti. Nell’analisi dei ricercatori, sia il maggiore consumo di fruttosio sia i livelli più elevati di acido urico risultavano associati alla malattia, anche dopo aver considerato altri fattori misurati nello studio. Si tratta però di un’associazione osservata in bambini che avevano già la steatosi, non della prova che il fruttosio, da solo, l’abbia provocata.

Nel resoconto della ricerca, il Bambino Gesù richiama in particolare il consumo abituale di fruttosio aggiunto a bevande e alimenti attraverso sciroppi e altri dolcificanti. È una distinzione importante rispetto al fruttosio naturalmente presente nella frutta, consumata nell’ambito di un’alimentazione equilibrata.

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La ricerca, tuttavia, non ha studiato separatamente lo sciroppo di glucosio-fruttosio né ha confrontato prodotti che lo contengono con prodotti che usano altri zuccheri. Il risultato riguarda il consumo complessivo di fruttosio stimato nei partecipanti: attribuire allo specifico sciroppo l’aumento di rischio misurato dallo studio sarebbe un passo oltre i dati disponibili.

Le cure e le domande ancora aperte

L’alimentazione e gli altri interventi sullo stile di vita restano centrali nella presa in carico dei bambini con fegato grasso. Al congresso, Emanuele Nicastro, dell’Università dell’Insubria e dell’Ospedale Del Ponte di Varese, ha ricordato che non esiste oggi un farmaco approvato specificamente per la steatosi in età pediatrica. Per molti bambini, ha aggiunto, cambiare le abitudini da solo può essere difficile: per questo la ricerca sta valutando terapie rivolte ai meccanismi della malattia.

Fra le possibilità discusse ci sono gli analoghi del GLP-1. Il comunicato SIGENP cita risultati ottenuti con semaglutide negli adolescenti con obesità e, separatamente, negli adulti con steatoepatite. Sono dati promettenti, ma riferiti a popolazioni e obiettivi diversi: i risultati sul fegato degli adulti non dimostrano la stessa efficacia nei bambini. Restano inoltre da chiarire la sicurezza nel lungo periodo in età pediatrica e cosa accade dopo la sospensione del trattamento. Un piano di sviluppo pediatrico dell’EMA serve a raccogliere dati per una possibile autorizzazione: non equivale a un’approvazione del farmaco per questa malattia nei bambini

Nel Crohn la nutrizione è già una terapia

La giornata congressuale ha affrontato anche le malattie infiammatorie croniche intestinali. Per il Crohn pediatrico, ha spiegato Massimo Martinelli dell’Università Federico II di Napoli, la nutrizione enterale esclusiva è già una prima scelta per indurre la remissione: per alcune settimane una formula nutrizionale completa sostituisce gli alimenti abituali.

La difficoltà è seguire il trattamento, soprattutto nell’adolescenza. Per questo si studiano anche regimi che comprendono cibi solidi, come la Crohn’s Disease Exclusion Diet, per alcune forme lievi o moderate. Sono percorsi da definire con specialisti e dietisti: il comunicato avverte che restrizioni protratte possono creare problemi nutrizionali e aumentare il rischio di disturbi del comportamento alimentare.

Il filo che unisce le due condizioni è il peso dell’alimentazione nella cura, ma le indicazioni sono diverse. Nel fegato grasso lo studio del Bambino Gesù invita a guardare con attenzione al consumo abituale di zuccheri aggiunti; nel Crohn una dieta terapeutica può essere parte del trattamento medico. In entrambi i casi, la diagnosi e le scelte alimentari richiedono una valutazione individuale.