Non è pasta da bambini. Le nostre analisi sul cadmio in 100 alimenti

CADMIO PASTA

Il Salvagente, assieme a Valori.it, ha analizzato 100 alimenti per quantificare il metallo pesante dopo l’allerta che ha portato le autorità francesi a chiedere ai consumatori addirittura di limitare pasta e pane. I risultati confermano i problemi sulla pasta e sul consumo per i nostri figli

Una bomba sanitaria: così l’Anses, l’Agenzia sanitaria nazionale francese, ha definito la grave contaminazione alimentare da cadmio che interessa il paese ed emersa tra febbraio e marzo 2026. Circa la metà degli adulti francesi supera la dose critica consentita e un quarto dei bambini ingerisce dosi eccessive di questo metallo pesante. Le autorità francesi collegano questi dati all’innalzamento dei tumori al pancreas e per questo hanno raccomandato al governo di avviare un programma massiccio di monitoraggio della popolazione.

Il cadmio è un metallo pesante altamente tossico e cancerogeno certo. La sua insidia maggiore è il bioaccumulo: una volta ingerito, resta nell’organismo e può comportare danni cronici, compromettendo la funzionalità renale e il metabolismo del calcio. È particolarmente critico per i bambini che, nei primi anni di vita, costruiscono le fondamenta del proprio patrimonio osseo. Proprio per questo ha destato maggior preoccupazione il fatto che la sua presenza sia molto elevata negli alimenti della dieta dei più piccoli: cereali per la prima colazione, pane e prodotti di panificazione secca, pasta, riso e patate. La fonte della contaminazione, ha spiegato l’Anses, sono i fertilizzanti fosfatici utilizzati in agricoltura, attraverso i quali il cadmio avvelena i suoli e finisce nei piatti.

Sulla scia dell’allarme d’Oltralpe, Il Salvagente e Valori.it hanno analizzato 100 prodotti simbolo della nostra dieta: pasta, pane, riso, biscotti e cereali, acquistati in supermercati e discount di tutta Italia. Le analisi, affidate a un laboratorio accreditato, mostrano un quadro rassicurante per gli adulti. Per i più piccoli, però, il margine di sicurezza si assottiglia. Tra i bambini nella fascia di età 1 e 2 anni, infatti, i forti consumatori di pasta arrivano a ingerire il 143,7% della dose settimanale tollerabile fissata dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) a 2,5 microgrammi di cadmio per chilo di peso corporeo a settimana. Anche la fascia 3-9 anni supera stabilmente la soglia massima. La maggiore esposizione deriva dal fatto che i bambini consumano molto più cibo rispetto al loro peso corporeo.

CADMIO PASTA
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I dati italiani, va detto, non sono allarmanti come quelli francesi. A partire dalla loro lettura è però possibile individuare soluzioni di difesa. La strategia per ridurre il rischio di bioaccumulo è la diversificazione: alternare i cereali e cambiare spesso marca, per evitare l’esposizione ripetuta agli stessi lotti. Serve però anche un intervento da parte delle istituzioni che monitori lo stato di esposizione della popolazione e riduca la fonte della contaminazione abbassando, come richiesto dall’Anses in Francia, la presenza di cadmio all’interno dei fertilizzanti usati per l’agricoltura.

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La foto del rischio fatta dalla dottoressa Izzo

La ricercatrice in Chimica degli alimenti dell’Università degli Studi di Napoli Federico II Luana Izzo ha incrociato i dati analitici dei prodotti analizzati da Il Salvagente e Valori.it con l’indagine nazionale sui consumi Inran Scai IV del Crea, il Centro di ricerca alimenti e nutrizione, per realizzare una fotografia reale del rischio pesata su età, sesso e abitudini alimentari. Il parametro determinante, ha spiegato Izzo, è il peso corporeo: un bambino di circa 13 kg riceve una dose proporzionalmente molto più elevata rispetto a un adulto, poiché la stessa quantità di metallo si distribuisce su una massa corporea ridotta.

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L’organismo infantile, inoltre, è intrinsecamente più fragile perché nei primi anni di vita i sistemi fisiologici di detossificazione sono ancora immaturi. Il dato più critico riguarda i bambini di 1-2 anni, ma anche i consumatori medi o mediani tra 1 e 9 anni corrono rischi rilevanti, coprendo con la pasta tra il 27,4% e il 44% della dose settimanale tollerabile (Twi). Superata la soglia dei 10 anni, l’aumento del peso corporeo funge da “ammortizzatore”, riducendo l’esposizione relativa fino al 51,5%.

Lo studio della ricercatrice e del suo team rivela che il cadmio è onnipresente nei cereali. Nelle bambine (3-9 anni), il riso può contribuire fino al 33,5% della Twi, mentre per i coetanei maschi il pane arriva al 25,5%. Anche la colazione pesa: i biscotti comuni possono coprire il 25,5% della dose settimanale, a differenza dei prodotti specifici per l’infanzia che, grazie a norme più stringenti, si fermano al 7,6%. Izzo avverte però che questi dati sono calcolati separatamente: nella realtà, un bambino che consuma abitualmente pasta, pane e biscotti subisce un carico cumulativo che può portare a superamenti sistematici della soglia di sicurezza.

È fondamentale, sottolinea la ricercatrice, precisare che non siamo di fronte a un’emergenza sanitaria immediata, ma a un problema di esposizione cronica. Per questo, il team di ricerca propone di andare oltre il semplice controllo del pacco di pasta e adottare un approccio integrato che unisca controlli sugli alimenti, prevenzione agricola e ambientale e, nei gruppi più vulnerabili, studi mirati di biomonitoraggio.

“Non sono piccoli adulti meglio variare la dieta”

Il cadmio è uno di quei contaminanti di cui si parla poco, almeno fino a quando un allarme non riporta l’attenzione sul problema. È successo in Francia, dove l’agenzia sanitaria Anses ha acceso i riflettori sull’esposizione della popolazione dopo aver riscontrato livelli ritenuti preoccupanti, arrivando a raccomandare interventi per ridurne l’assunzione.

Partendo da quella vicenda, abbiamo voluto verificare la situazione italiana.

L’elaborazione dei dati di consumo, restituisce un messaggio duplice. Da una parte, per la popolazione adulta i livelli riscontrati non destano particolari preoccupazioni anche se dovrebbero aprire le porte a interventi per ridurre questo metallo pesante nei terreni e nelle colture. Dall’altra emerge una criticità che riguarda i più piccoli, soprattutto quelli con consumi molto elevati di pasta.

Perché sono più esposti

“Il pediatra usa una formula ormai classica per spiegare un semplice calcolo matematico: il rapporto tra dose ingerita e peso corporeo”, spiega Ruggiero Francavilla, professore ordinario di Clinica pediatrica all’Università Aldo Moro di Bari.

Il motivo è semplice: il rischio non dipende soltanto dalla quantità di cadmio presente nell’alimento, ma anche dal rapporto tra quanto se ne assume e il peso corporeo.

“Nei primi anni di vita i bambini mangiano, in proporzione al loro peso, molto più di un adulto. Di conseguenza raggiungono più facilmente livelli di esposizione elevati”.

È proprio questo che emerge dalla nostra analisi: mentre il consumatore medio rimane ampiamente entro i limiti di sicurezza, i bambini tra uno e nove anni che appartengono ai grandi consumatori di pasta possono arrivare a superare la dose settimanale tollerabile.

Non perché la pasta sia “pericolosa”, ma perché rappresenta uno degli alimenti più consumati nella dieta infantile.

Diversamente da altri contaminanti che vengono eliminati rapidamente, poi, il cadmio tende ad accumularsi. “Si deposita prevalentemente nei reni e può rimanervi anche per anni”, spiega Francavilla. “L’organismo lo elimina molto lentamente”.

L’esposizione cronica è stata associata soprattutto a effetti sulla funzione renale. Uno dei segnali può essere una lieve proteinuria, cioè la presenza di proteine nelle urine.

Ma non è l’unico aspetto da considerare.

Un problema anche per le ossa

Il cadmio interferisce infatti con il metabolismo del calcio.

Spiega il pediatra: “Può ridurre l’assorbimento del calcio e quindi aumentare il rischio di osteoporosi. Nei bambini questo è particolarmente importante perché fino ai vent’anni circa si costruisce il patrimonio osseo. Se in questa fase si riduce anche di poco la capacità di fissare calcio nelle ossa, il problema può avere conseguenze nel lungo periodo”.

È un elemento che rende l’esposizione infantile molto diversa da quella dell’adulto.

Non serve demonizzare spaghetti & Co.

Il messaggio, però, non è quello di eliminare un alimento simbolo della dieta italiana.

Francavilla invita a non trasformare la pasta in un capro espiatorio: “Il problema non è l’alimento, ma la frequenza con cui lo si porta in tavola”.

La chiave, dunque, è la diversificazione. Non solo alternare pasta, riso e altri cereali, ma più in generale evitare di concentrare sempre il consumo sugli stessi alimenti.

“Bisogna far capire che ciò che incide non è soltanto la concentrazione di cadmio in un alimento, ma anche la quantità che ne consumiamo”.

Un suggerimento pratico arriva dall’esperienza clinica del pediatra: “Oltre a seguire una dieta varia, è utile anche alternare marche e tipologie di prodotto. Se un determinato alimento presenta livelli più elevati di contaminazione, evitare di consumare sempre lo stesso riduce l’esposizione ripetuta”.

È un consiglio che vale non solo per il cadmio, ma per molti contaminanti ambientali.

Il biologico non basta

Uno dei luoghi comuni che l’indagine contribuisce a sfatare riguarda il biologico. I risultati delle analisi non mostrano differenze sistematiche tra prodotti bio e convenzionali.

“E non potrebbe essere diversamente”, osserva Francavilla. “Il bio blocca i pesticidi, non il cadmio già nel suolo. La pianta non fa distinzioni. Per questo, la soluzione non è nell’etichetta, ma nelle bonifiche dei terreni e nel seguire le regole della buona pratica agricola”.

Per ridurre davvero il problema non basta intervenire sulle abitudini alimentari.

“Servono politiche agricole che riducano l’impiego di fertilizzanti ad alto contenuto di cadmio e favoriscano pratiche più sostenibili. Il contaminante si accumula nei terreni e da lì entra nella catena alimentare”.

È un intervento che richiede tempo, ma rappresenta la strada più efficace per abbassare l’esposizione dell’intera popolazione.

L’indagine del Salvagente e di Valori non racconta un’emergenza alimentare. “Il cadmio ci ricorda una verità scomoda: la dieta mediterranea è virtuosa, ma non è immune dai veleni del suolo. La soluzione, come sempre, sta nella varietà e nella consapevolezza. E, forse, in una politica agricola che guardi più ai terreni che ai raccolti immediati”.

Perché, come ricorda Ruggiero Francavilla, “il problema non è il singolo alimento contaminato, ma la ripetizione quotidiana delle stesse scelte alimentari”.