
Nel 2024 l’Efsa ammetteva di non poter completare la valutazione del rischio alimentare dell’acido gibberellico. Due anni dopo chiude il riesame dei limiti di residuo, lasciando aperte lacune su metaboliti, esposizione e acqua potabile
Nel 2024 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare dichiarava di non poter completare la valutazione del rischio per i consumatori, a causa della mancanza di informazioni sulla natura e sulla rilevanza dei residui. Due anni dopo, però, l’Efsa considera ormai superfluo riesaminare i livelli massimi di residui dell’acido gibberellico. Una conclusione formalmente spiegabile attraverso le procedure europee, ma che lascia aperta una contraddizione sostanziale: come può diventare inutile fissare o riesaminare i limiti quando alcuni dei dati necessari per valutare l’esposizione non erano disponibili?
L’acido gibberellico, conosciuto anche come GA3, è una sostanza utilizzata in agricoltura per modificare la crescita delle piante. Sull’uva senza semi, per esempio, viene applicato per allungare e diradare i grappoli, aumentare la dimensione degli acini e migliorare resa e qualità commerciale. Proprio l’impiego sulla vite è stato assunto dall’Efsa come uso rappresentativo nella valutazione europea pubblicata nel novembre 2024.
Cosa sono i fitoregolatori
I fitoregolatori, o regolatori della crescita, sono ormoni di origine naturale (fitormoni) o di sintesi impiegati in agricoltura per stimolare l’accrescimento degli ortaggi, aumentare o diradare la dimensione dei frutti, favorirne la colorazione e standardizzarne la produzione. A differenza di quelli naturali, che vengono rapidamente eliminati dal metabolismo della pianta, i fitoregolatori artificiali persistono più a lungo nell’organismo vegetale. L’acido giberellico utilizzato in agricoltura, però, non viene generalmente estratto dalle piante. È prodotto industrialmente soprattutto mediante fermentazione di microrganismi, in particolare funghi del genere Gibberella/Fusarium, e poi purificato.
Sui possibili effetti per la salute umana, già negli anni Ottanta una ricerca dell’Università di Firenze metteva in guardia dai rischi legati a un’esposizione ripetuta, anche a dosi molto basse, ipotizzando una potenziale azione tossica cronica, mutagena e cancerogena. Un’ipotesi di rischio da approfondire, non la dimostrazione che l’acido gibberellico provochi il cancro o mutazioni nell’uomo. Nella valutazione europea più recente, infatti, l’Efsa non ha individuato aree critiche nella tossicologia dei mammiferi e ha giudicato improbabile che la sostanza soddisfi i criteri previsti per gli interferenti endocrini. Il problema sollevato dai documenti europei riguarda soprattutto ciò che ancora non era stato possibile valutare.
Nel 2024 il rischio alimentare non poteva essere completato
La conclusione dell’Efsa del novembre 2024 contiene una frase difficile da conciliare con la successiva chiusura del dossier: “la valutazione del rischio per i consumatori non può essere finalizzata” finché non saranno disponibili informazioni sulla natura dei residui e sulla loro rilevanza per chi consuma gli alimenti trattati.
Non si trattava di una carenza secondaria. L’Autorità doveva anche valutare la richiesta di inserire definitivamente l’acido gibberellico nell’allegato IV del regolamento europeo sui residui di pesticidi. In quell’allegato rientrano le sostanze per le quali non è ritenuto necessario stabilire livelli massimi di residui.
Eppure, secondo la stessa Efsa, i criteri necessari non risultavano soddisfatti oppure non potevano essere esaminati per mancanza di dati. In particolare, non erano disponibili informazioni sufficienti per confrontare l’esposizione naturale alle gibberelline con quella derivante dai trattamenti agricoli e per escludere un’esposizione dei consumatori legata alle modalità di applicazione.
In altri termini, nel 2024 l’Autorità affermava che i dati non consentivano di concludere la valutazione alimentare né di giustificare pienamente l’esenzione dai limiti di residuo.
Le lacune sull’acqua potabile
Le incertezze non riguardavano soltanto gli alimenti. L’Efsa segnalava la mancanza di dati soddisfacenti sulla degradazione aerobica dell’acido gibberellico nel terreno. Per questo non era possibile completare la valutazione dell’esposizione delle falde ad alcuni prodotti di trasformazione della sostanza.
Mancavano inoltre informazioni sugli effetti dei processi di potabilizzazione. Non era chiaro, cioè, che cosa potesse accadere all’acido gibberellico e ai suoi metaboliti eventualmente presenti nelle acque superficiali o sotterranee sottoposte a trattamento per diventare acqua potabile.
La conseguenza indicata espressamente dall’Autorità era che la valutazione del rischio per i consumatori attraverso l’acqua da bere non poteva essere finalizzata.
Restavano aperte anche parti della valutazione ambientale: non poteva essere concluso il rischio per i microrganismi del suolo e per le piante terrestri non bersaglio, per mancanza di studi adeguati. In alcuni ambiti, inoltre, i dati relativi all’acido gibberellico erano stati integrati utilizzando quelli delle gibberelline GA4 e GA7, nonostante le imprese richiedenti non avessero presentato una specifica documentazione a sostegno di questa estrapolazione. L’Efsa la considerò comunque accettabile sulla base delle somiglianze strutturali tra le sostanze.
Nel 2025 diventa una sostanza “a basso rischio”
Un anno dopo è arrivato il rinnovo europeo. Con il regolamento di esecuzione 2025/2313, la Commissione ha confermato l’acido gibberellico come sostanza attiva a basso rischio.
Il provvedimento afferma che non si tratta di una “sostanza potenzialmente pericolosa” ai sensi dei criteri normativi europei e che, tenuto conto degli impieghi previsti, i prodotti che la contengono dovrebbero presentare soltanto un basso rischio per la salute umana, per quella animale e per l’ambiente.
La qualificazione di “basso rischio”, però, non risponde automaticamente alle domande lasciate aperte nel 2024. Una sostanza può non essere classificata come cancerogena, mutagena, tossica per la riproduzione o interferente endocrino e, al tempo stesso, avere lacune nella caratterizzazione dei residui, dei metaboliti o dell’esposizione attraverso l’acqua.
Nel 2026 il riesame degli Lmr diventa “obsoleto”
L’ultimo passaggio arriva con la dichiarazione Efsa del 2026 sulle sostanze che non richiederebbero più il riesame degli Lmr, i livelli massimi di residui ammessi negli alimenti.
L’acido gibberellico era stato inserito soltanto temporaneamente nell’allegato IV del regolamento 396/2005, proprio in attesa della conclusione della valutazione e del parere dell’Efsa. Nella nuova dichiarazione si spiega che il Comitato permanente europeo per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi ha discusso le lacune individuate nel 2024 e ha concluso che il rischio derivante dall’impiego agricolo della sostanza non dovrebbe aumentare rispetto a quello associato all’acido gibberellico naturalmente presente nelle piante.
Secondo il Comitato esisterebbe inoltre un ampio margine di sicurezza, sufficiente a coprire l’assunzione complessiva di acidi gibberellici e dei loro metaboliti. Nel novembre 2025 è stato quindi deciso di mantenere temporaneamente la sostanza nell’allegato IV e di chiudere il riesame degli Lmr, rimandando a un eventuale mandato futuro l’esame di nuovi dati.
La parola chiave è “temporaneamente”. L’acido gibberellico rimane nell’elenco delle sostanze esentate dagli Lmr, ma la possibilità di valutare ulteriori informazioni viene rinviata a un futuro incarico specifico. Non risulta dunque che tutte le lacune indicate nel 2024 siano state colmate con nuovi studi: la decisione sembra basarsi soprattutto su una diversa considerazione dell’esposizione e del margine di sicurezza.
I limiti scompaiono prima delle incertezze
La vicenda dell’acido gibberellico mostra una dinamica ricorrente nella regolamentazione europea dei pesticidi. La valutazione scientifica individua lacune e formula conclusioni prudenti; nella fase successiva, i gestori del rischio ritengono che le informazioni disponibili siano comunque sufficienti per autorizzare la sostanza o esentarla dai limiti di residuo.
È una scelta legittima sul piano istituzionale, ma dichiarare che il riesame degli Lmr è diventato “obsoleto” rischia infatti di far pensare che ogni dubbio scientifico sia stato risolto.
I documenti raccontano una storia diversa: le preoccupazioni tossicologiche più gravi non sono state confermate, ma alcune domande sull’esposizione alimentare, sui metaboliti e sull’acqua potabile erano ancora senza una risposta conclusiva.









