Pfas, stretta dell’Efsa sui livelli di sicurezza del Tfa

PFAS ACQUA

L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha abbassato la dose giornaliera considerata sicura di Tfa, sostanza considerata interferente endocrina. Ecco in quali bevande i nostri hanno trovato il composto tossico

L’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha ridotto il livello di assunzione tramite cibi e bevande considerato sicuro dell’acido trifluoroacetico, il Tfa, una sostanza chimica – considerata interferente endocrino e da poco classificata dall’Echa come tossica per la riproduzione – derivante dalla degrazione dei Pfas compresi quelli contenuti in alcuni pesticidi.

Sulla base di nuove evidenze scientifiche, l’Efsa ha abbassato la dose giornaliera accettabile (Adi) del Tfa a 0,014 mg per kg di peso corporeo al giorno, rispetto al precedente valore di 0,05 mg/kg, riducendola quindi di circa 3,5 volte.

È stata inoltre stabilita una nuova dose acuta di riferimento (ARfD) pari a 0,07 mg/kg di peso corporeo.

Questi nuovi valori si basano su recenti evidenze scientifiche che hanno mostrato, tra gli altri effetti, che il Tfa altera i livelli di tiroxina, un ormone prodotto dalla tiroide fondamentale per la regolazione di numerose funzioni dell’organismo.

L’EFSA sottolinea inoltre che permangono incertezze sugli effetti a lungo termine, in particolare riguardo a cancerogenicità, tossicità cronica e immunotossicità nello sviluppo, motivo per cui è stato applicato un ulteriore fattore di sicurezza.

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Attualmente Efsa ed Echa, l’Autorità europea per le sostanze chimiche, stanno studiando come i pesticidi appartenenti ai Pfas si degradino formando Tfa e quale sia il comportamento di questa sostanza nel suolo e nelle acque. I risultati sono attesi entro la prossima estate.

Test: dove abbiamo trovato il Tfa

Negli ultimi test che abbiamo pubblicato diverse sono le bevande nelle quali abbiamo riscontrato presenza di Tfa. Ricordiamo che ad oggi non c’è alcun limite di legge alla concentrazione nei cibi e nelle bevande. Tuttavia dal gennaio 2027 scatterà nell’acqua potabile un limite massimo di Tfa pari a 10.000 ng/l (nanogrammi per litro).

Partiamo dall’ultimo test, quello della birra: abbiamo trovato livelli di Tfa che vanno da un minimo di 71 ng/l a un massimo di 600 ng/l.

Nel prosecco, in un test condotto nel dicembre 2025 su 15 bottiglie, le concentrazion di Tfa risultarono elevatissimi con valori compresi tra i 38mila e i 60mila ng/l, superando dalle quasi 4 alle 6 volte il limite che verrà posto per legge nel gennaio prossimo.

Del resto che nei vini italiani ci fosse un problema era già merso nel test condotto nell’aprile del 2024 dalla Ong Pan Europe su 49 prodotti di cui alcuni imbottigliati in Italia. Sui vini tricolore il Tfa era presente in concentrazioni da 43mila e 120 mila ng/l.

E nell’acqua in bottiglia? È stata Greenpeace nell’ottobre 2025 a quantificare la contaminazione da Tfa nella minerale. Le analisi della hanno individuato tracce di acido trifluoroacetico (Tfa) in sei noti marchi italiani: Levissima, Panna, Rocchetta, San Pel- legrino, Sant’Anna e Uliveto. In particolare, sono state rilevate concentrazioni pari a 700 nanogrammi per litro (ng/l) in Acqua Panna, 570 ng/l in Levissima e 440 ng/l in Sant’Anna. Per comprendere appieno il dato, va conside- rato che in Italia il limite massimo per l’acqua potabile, che entrerà in vigore a gennaio 2027, è fissato a 10mila ng/l.

Perché il Tfa risulta più elevato nei vini e non nella birra (per non parlare dell’acqua)? Ci aiuta Roberto Pinton, esperto di processi di produzione alimentare e agricol- tura biologica: “La differenza principale sta nel fatto che il vino è fatto quasi con il 100% di uva mentre al contrario l’ingrediente
base della birra è l’acqua. Nel caso del vino, i residui di pesticidi e Pfas contenuti nell’uva, seppur questi debbano sempre rientrare nei limiti di legge, finiscono concentrati nel prodotto finale. Se andiamo invece a vedere la composizione della birra, oltre al luppolo, al lievito e al malto d’orzo, il 90% è costituito dall’acqua. Questa di base deve essere potabile, e dunque già sottoposta a limiti massimi di presenze di residui”. In alcuni casi i produttori di birra, “soprattutto quelli di montagna – aggiunge l’esperto – hanno le proprie fonti, e dunque prelevano acque tendenzialmente non contaminate, ma in più, oltre alle garanzie necessarie per tutte le acque potabili, spesso a livello industriale si passa da processi di filtraggio”.