L’Italia non è la Francia: sul bio niente extraprofitti, ma troppi balzelli dai supermercati

BIOLOGICO

L’inchiesta francese sui margini eccessivi applicati al biologico non trova conferme in Italia. I produttori parlano però di costi imposti dalla Gdo, tra facchinaggio, promozioni, contributi per nuovi negozi e “fine anno”

Ha fatto molto rumore la denuncia dettagliata dei consumatori francesi dei margini eccessivi applicati dai supermercati su frutta e verdura biologica: mediamente superiori dell’81% rispetto a quelli praticati sugli stessi prodotti convenzionali.

In due parole: il guadagno delle catene dei supermercati diventa molto superiore sui prodotti bio per compensare la guerra dei prezzi sul cibo spazzatura su cui la Gdo riesce a fare scarsi margini. Tanto che a conclusione dello studio basato sui dati ufficiali del Réseau des Nouvelles des Marchés (RNM), organismo del ministero dell’Agricoltura francese, analizzando l’andamento dei prezzi di 24 prodotti ortofrutticoli nel corso del 2025, l’associazione dei consumatori Que Choisir accusa senza mezzi termini: i prodotti più salutari finiscono per finanziare la guerra dei prezzi combattuta sugli alimenti industriali e ultra-processati.

Al di là delle Alpi il discorso è aperto e prosegue con poca eco nel nostro paese. Eppure la domanda è lecita: in Italia i supermercati seguono la stessa logica, definita strutturale, in Francia?

In Italia prezzi e margini più bassi

Il Salvagente ha chiamato a rispondere i principali interessati: alcuni grandi produttori di biologico che servono la grande distribuzione. Tutti quelli che abbiamo sentito preferiscono non comparire con il nome della propria azienda per evitare problemi con le catene che forniscono ma la visione che ci restituiscono è sintetizzabile con una distanza molto superiore a quella geografica tra le politiche dei supermercati francesi e quelle degli analoghi italiani. I margini, insomma, non sono minimamente comparabili con quelli eccessivi decisi dalla grande distribuzione francese.

Qui la differenza – a detta di uno dei produttori che ha accordi con le principali catene del Centro Nord – è sui prezzi finali al consumatore, tenuti volutamente bassi. “In Francia – ci dice la nostra interlocutrice – i consumatori sono evidentemente disposti a pagare qualunque cifra per l’organico, da noi non è così. Qui i margini dei supermercati sono mediamente del 35% sul biologico, molto lontani da quanto denunciato dai consumatori transalpini e siamo stretti su prezzi al pubblico che devono rimanere in una forbice precisa: di poco superiore al convenzionale ma senza che questa differenza divenga eccessiva. E, ovviamente, a ritoccare i margini devono essere solo i produttori, dunque nel caso dell’ortofrutta gli agricoltori”.

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Una visione abbastanza condivisa da chi serve la grande distribuzione. Se da una parte c’è chi sottolinea la collaborazione spiegando che “A volte i supermercati perdono assieme a noi se un prodotto non funziona e in ogni caso dietro i loro margini ci sono spese consistenti”.

Dal facchinaggio al “fine anno”: l’obolo forzato

Detto questo il rapporto non è tutto rose e fiori. Non sono poche le aziende che sottolineano le storture difficili da digerire per i piccoli produttori.

Tra queste una lunga serie di spese imposte: promozioni, quote da pagare per le aperture di nuovi negozi, facchinaggi, il “fine anno”.

Proviamo a farci spiegare di cosa si tratta. “I contratti, nel caso del ‘fine anno’ prevedono una percentuale sul fatturato a favore della GDO e ogni anno questa quota aumenta”, ci spiega chi lavora per fornire frutta e verdura ai supermercati di mezza Italia. E se sui “fine anno” non si può contrattare, sul facchinaggio non si può neppure controllare: “Paghiamo una cifra sulla movimentazione dei nostri prodotti una volta consegnati ma chi è in grado di verificare davvero i giri che fanno i bancali dei nostri prodotti. E perché dobbiamo sostenere noi le spese interne di un supermercato?” ci dice il nostro interlocutore”.

“Vada pagare una quota per le promozioni che decidono le catene di supermercati – ci confessa il titolare di un’azienda di ortofrutta del nord –  ma perché dobbiamo contribuire anche se la catena apre un nuovo punto vendita come se fossimo azionisti del supermercato?”