
Il nostro articolo pubblicato qualche giorno fa sui preparatori istantanei di latte in formula ha suscitato il dibattito sulla sicurezza legata alla preparazione dei biberon di latte artificiale in polvere. Ci scrive l’azienda che distribuisce in Italia Baby Brezza e…
Il nostro articolo dedicato ai preparatori istantanei di latte in formula, pubblicato qualche giorno fa, ha suscitato il dibattito sulla sicurezza legata alla preparazione dei biberon di latte artificiale in polvere. L’azienda MiniMe, che distribuisce il dispositivo Baby Brezza in Italia – ha inviato alla redazione una nota nella quale richiama alcuni studi scientifici che, a suo giudizio, dimostrerebbero come la ricostituzione della formula non debba necessariamente avvenire con acqua a 70 °C.
A sostegno del dispositivo citato, che non mescola la polvere di latte con l’acqua alla temperatura di 70°, ma si ferma al massimo a 40°, MiniMe richiama un parere del Bundesinstitut für Risikobewertung (BfR), l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi. Nel documento, aggiornato nel 2022, il BfR ricorda che la contaminazione da Cronobacter rappresenta un rischio reale e ribadisce l’importanza di rigorose misure igieniche durante la preparazione del biberon. Tuttavia, tra le indicazioni operative compare anche la raccomandazione di aggiungere la polvere quando l’acqua ha una temperatura compresa tra circa 20 e 50 °C, insistendo soprattutto sulla preparazione immediatamente prima del consumo, sull’utilizzo di acqua precedentemente bollita, sulla pulizia e sterilizzazione degli utensili e sul consumo entro due ore.
Una posizione che si discosta da quella dell’Oms che raccomanda da anni di ricostituire il latte artificiale con acqua ad almeno 70 °C, una temperatura ritenuta necessaria per ridurre il rischio di contaminazione da batteri eventualmente presenti nella polvere, che è un alimento non sterile.
Il parere del BfR, tra le conclusioni, osserva anche che la maggior parte dei produttori di formula indica la preparazione fra 40 e 50 °C. Inoltre considera il rischio “estremamente basso” per i lattanti sani e nati a termine quando la formula è preparata e somministrata subito. Si parla di circa 1 caso su 100.000 lattanti l’anno, e 9,4 su 100.000 fra i nati sotto i 1.500 grammi, con un rischio quindi più elevato per neonati prematuri, di basso peso o immunodepressi, per i quali entrambi i documenti raccomandano cautele maggiori e il consulto con il medico.
Infine, ricorda che anche la procedura a 70 °C ha controindicazioni come la perdita di nutrienti per effetto del calore e rischio di ustione.
Ed è proprio questo il punto su cui insiste anche l’azienda che distribuisce il preparatore istantaneo Baby Brezza in Italia: la temperatura proposta, che è frutto di una attenta valutazione da parte del produttore, nasce dall’esigenza di preservare la maggior parte dei nutrienti presenti nella polvere del latte.
“Non sosteniamo che la raccomandazione dei 70 °C sia infondata, né che scaldare l’acqua non serva a nulla – ci scrive l’azienda – Sosteniamo qualcosa di più circoscritto: che alle quantità reali di una poppata e nella preparazione in casa quella procedura riduce il rischio senza eliminarlo; che la dimensione del rischio e l’indicazione di chi è realmente esposto facciano parte di ciò che un genitore dovrebbe sapere per decidere; e che la preparazione di una singola porzione al momento, somministrata subito, è la modalità che il documento descrive come quella a rischio più contenuto”.
Il pericolo cronobacter
Cronobacter sakazakii è un batterio opportunista (in passato chiamato Enterobacter sakazakii) che può sopravvivere anche in ambienti molto secchi. Per questo motivo può contaminare alimenti in polvere, in particolare il latte artificiale in polvere per lattanti, ma anche superfici, biberon e tiralatte se non vengono puliti e sanificati correttamente. L’infezione è molto rara, ma quando colpisce un neonato può essere estremamente grave. I bambini più vulnerabili sono:
- neonati nei primi 2 mesi di vita;
- prematuri;
- bambini con basso peso alla nascita;
- neonati con sistema immunitario compromesso.
Nei neonati il batterio può provocare: sepsi (grave infezione del sangue); meningite; enterocolite necrotizzante, soprattutto nei prematuri.
Nei casi più gravi può causare danni neurologici permanenti e, purtroppo, anche il decesso.
Cosa dice l’Istituto superiore di sanità
Se da una parte le temperature elevate possono ridurre la quantità di alcuni nutrienti contenuti nel latte in polvere, dall’altra, l’Oms continua a ritenere prioritaria la sicurezza microbiologica, ricordando che la formula in polvere non è sterile e che il rischio di contaminazione, pur raro, può avere conseguenze molto serie nei lattanti più vulnerabili.
Tra i microrganismi più temuti figura il Cronobacter sakazakii, responsabile, seppure raramente, di infezioni gravissime nei neonati. Il Rapporto ISTISAN 04/13, dell’Istituto Superiore di Sanità, dedicato alla sicurezza microbiologica del latte formulato, contiene un intero capitolo sulla contaminazione da Cronobacter sakazakii (o Enterobacter sakazakii).
L’ISS vi sottolinea alcuni aspetti fondamentali:
- il latte artificiale in polvere non è un prodotto sterile;
- Cronobacter sakazakii può sopravvivere nel prodotto secco;
- il batterio viene inattivato dalla pastorizzazione (a 71°), per cui la contaminazione avviene generalmente dopo la pastorizzazione, durante la produzione o la manipolazione del prodotto;
- anche una contaminazione molto bassa rappresenta un rischio perché il batterio può moltiplicarsi rapidamente nel latte ricostituito, soprattutto se conservato a temperatura ambiente.
Il rapporto ricorda inoltre che diversi studi hanno trovato Cronobacter in una quota variabile (circa 1-12%) dei campioni di latte artificiale analizzati, sebbene con cariche batteriche molto basse.
Una ricerca preliminare sul latte in polvere per lattanti che ribadisce lo stesso concetto: le formule in polvere possono contenere una flora microbica residua e Enterobacter sakazakii è un patogeno opportunista responsabile di gravi sepsi neonatali, capace di sopravvivere nel latte in polvere e di formare biofilm resistenti.
Il problema non riguarda solo la possibile contaminazione durante la produzione, ma anche la preparazione del biberon. Il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità cita uno studio che ha dimostrato che ricostituire il latte artificiale in polvere con acqua ad almeno 70 °C consente di ridurre di 10.000 volte (4 log) l’eventuale carica di Cronobacter sakazakii. Al contrario, utilizzando acqua a 50 °C non si osserva alcuna inattivazione significativa del batterio. Per questo gli autori del rapporto sottolineano l’opportunità che le aziende produttrici rivedessero le istruzioni riportate sulle confezioni, spesso prive dell’indicazione di utilizzare acqua a una temperatura sufficiente a eliminare il microrganismo.
L’ISS evidenzia inoltre un’altra caratteristica che rende questo batterio particolarmente insidioso: la sua elevata capacità di sopravvivere in condizioni ambientali sfavorevoli. Cronobacter sakazakii tollera infatti molto bene la disidratazione e può rimanere vitale nel latte artificiale in polvere – un prodotto con un contenuto d’acqua estremamente basso – fino a un anno e mezzo, se conservato a temperatura ambiente in una confezione ben chiusa. Una resistenza che spiega perché il latte in polvere non possa essere considerato un prodotto sterile e perché la fase di ricostituzione rappresenti un momento cruciale per la sicurezza microbiologica del biberon.
Il problema delle etichette del latte in polvere
La questione non riguarda soltanto i preparatori automatici. Da anni diverse associazioni denunciano come le istruzioni riportate sulle confezioni di molti latti artificiali siano spesso difformi dalle indicazioni Oms. In numerosi casi viene consigliato semplicemente di far bollire l’acqua e lasciarla “intiepidire”, oppure di aggiungere la polvere a temperature comprese tra 40 e 50 °C, con l’obiettivo dichiarato di preservare i fermenti lattici. Sulle confezioni dovrebbe invece comparire chiaramente che il latte in polvere non è un prodotto sterile e che la ricostituzione dovrebbe avvenire con acqua ad almeno 70 °C, dopo aver lasciato raffreddare l’acqua bollita per non più di 30 minuti.
Ad oggi, tuttavia, non esiste in Italia un obbligo che imponga ai produttori di uniformare queste istruzioni. Esiste una circolare ministeriale del 2018 rivolta alle autorità sanitarie, ma non un provvedimento che imponga modifiche alle etichette.
Baby Brezza corregge le informazioni sul sito
A proposito di informazioni al consumatore, MiniMe ci scrive che, dopo la nostra segnalazione hanno provveduto ad aggiungere tra le informazioni sulla pagina dedicata al prodotto Baby Brezza un punto specifico con l’indicazione di bollire l’acqua prima di inserirla nel dispositivo.
Ma questo passaggio, è doveroso precisarlo, non incide sulla possibile contaminazione del latte, che è eventualmente presente nella polvere. Si riferisce a una fase della procedura corretta indicata dall’Oms, ma il passaggio necessario a garantire l’abbattimento della carica batterica è quello che prevede di sciogliere la polvere a una temperatura di 70°.









