Baby food: ftalati in 8 su 10 e microplastiche in tutte le puree analizzate

BABY FOOD METALLI PESANTI

Il test di Consumer Reports su 48 alimenti per bambini trova meno metalli pesanti rispetto al passato, ma rileva ftalati nell’81% dei prodotti e microplastiche in tutte le puree esaminate.

Metalli pesanti in calo, ma microplastiche in tutte le puree, ftalati nell’81% degli alimenti e livelli eccessivi di arsenico inorganico in due prodotti. È il quadro, con luci e ombre, che emerge dal nuovo test di Consumer Reports su 48 alimenti destinati a neonati e bambini piccoli acquistati negli Stati Uniti.

L’organizzazione statunitense ha portato in laboratorio cereali, puree in vasetto e in busta, snack soffiati, barrette, biscotti per la dentizione e succhi appartenenti a 11 marchi. I ricercatori hanno cercato piombo, cadmio, mercurio, arsenico, bisfenoli e ftalati. In alcuni campioni hanno analizzato anche Pfas e microplastiche.

Nel numero in edicola del Salvagente (e in edizione digitale QUI) il test su 100 alimenti che denuncia come in diversi casi, compresa la pasta italiana, il contenuto di cadmio possa diventare un problema per la dieta dei più piccoli.

La buona notizia riguarda i metalli pesanti: nel 96% dei prodotti le concentrazioni dei singoli contaminanti non superavano le soglie di attenzione stabilite dagli esperti di Consumer Reports. È il risultato più rassicurante ottenuto dall’organizzazione da quando, nel 2018, ha iniziato a occuparsi sistematicamente della contaminazione degli alimenti per l’infanzia.

I metalli, tuttavia, non sono scomparsi. E, accanto ai contaminanti già noti, i test fanno emergere un problema ancora poco regolamentato: quello della plastica che può finire nel cibo dei bambini.

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Metalli pesanti rilevati nella maggior parte dei prodotti

Per le analisi sono stati acquistati da due a quattro lotti di ciascuno dei 48 prodotti. I campioni sono stati inviati a un laboratorio esterno accreditato, che ha misurato arsenico totale, cadmio, piombo e mercurio. Quando veniva rilevato arsenico, venivano eseguiti ulteriori esami per distinguere la forma organica da quella inorganica, considerata la più pericolosa.

La presenza dei contaminanti è risultata molto diffusa:

  • piombo nell’85% dei prodotti, 41 su 48;
  • cadmio nell’80%, 38 su 48;
  • arsenico inorganico nel 77%, 37 su 48;
  • mercurio nel 4%, due prodotti.

In 30 alimenti erano presenti contemporaneamente arsenico inorganico, piombo e cadmio. In 33 sono stati rilevati insieme cadmio e piombo.

Nella grande maggioranza dei casi le singole concentrazioni erano inferiori alle soglie di attenzione fissate da Consumer Reports. Rimane però aperto il problema del cosiddetto effetto cocktail: diversi metalli, ciascuno presente in quantità relativamente contenute, potrebbero esercitare insieme effetti più rilevanti rispetto a quelli prodotti da una singola sostanza.

Le evidenze scientifiche su questa possibile azione combinata sono ancora limitate e derivano prevalentemente da studi osservazionali.

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Più contaminanti negli snack

Le concentrazioni più elevate di arsenico inorganico, cadmio e piombo sono state generalmente riscontrate negli snack per bambini, come prodotti soffiati, biscotti, gallette di riso e barrette, più che nelle puree.

Una possibile spiegazione è la composizione di questi alimenti, spesso a base di riso o altri cereali che possono assorbire i metalli presenti nel suolo e nell’acqua di coltivazione.

Due prodotti hanno superato la soglia di attenzione di Consumer Reports per l’arsenico inorganico. Il Gerber Rice Cereal ne conteneva mediamente 63 parti per miliardo: secondo i calcoli dell’organizzazione, una porzione al giorno comporterebbe un’assunzione eccessiva.

Il valore resta sotto il livello d’intervento della Food and Drug Administration, fissato a 100 parti per miliardo per i cereali di riso destinati all’infanzia. Si tratta però di un’indicazione volontaria, non di un limite obbligatorio, che Consumer Reports considera troppo permissiva.

Ha superato la soglia interna anche la purea Good & Gather Baby Banana Peach Apricot di Target. Per le puree per bambini, peraltro, la Fda non ha ancora adottato valori definitivi per l’arsenico inorganico.

Biologico e convenzionale quasi alla pari

Le analisi non hanno mostrato differenze significative e costanti tra alimenti biologici e convenzionali per quanto riguarda i metalli pesanti.

Il biologico può ridurre l’esposizione ai pesticidi di sintesi, ma non protegge necessariamente da piombo, cadmio e arsenico. Questi elementi possono essere naturalmente presenti nel terreno o derivare dall’inquinamento ambientale ed essere assorbiti dalle piante indipendentemente dal metodo di coltivazione.

“Nei nostri test i prodotti biologici e quelli convenzionali avevano la stessa probabilità di essere contaminati da metalli pesanti”, spiega Tunde Akinleye, chimico e responsabile delle analisi di Consumer Reports.

Ftalati nell’81% degli alimenti

Meno rassicuranti sono i risultati sui contaminanti legati alle plastiche. Almeno uno ftalato – in alcuni casi fino a sei differenti – è stato rilevato in 39 dei 48 prodotti, pari all’81%.

I più frequenti erano DBP, DiBP, DMP e DEHP, sostanze studiate per la loro capacità di interferire con il sistema endocrino. Sono stati trovati anche DEHA e DEHT, utilizzati come sostituti degli ftalati tradizionali ma che, avvertono gli esperti, non possono essere automaticamente considerati più sicuri.

Nella maggior parte dei casi le concentrazioni erano inferiori alle soglie adottate da Consumer Reports, ricavate dai livelli di esposizione della Proposition 65 della California. Tuttavia, secondo l’organizzazione, questi parametri non riflettono pienamente le conoscenze scientifiche più recenti.

In particolare, 19 prodotti su 48, circa il 40%, contenevano DEHP in quantità superiori ai livelli associati in alcuni studi recenti a effetti negativi sulla salute, pur senza superare la soglia formale impiegata nel test.

Sono emersi anche alcuni miglioramenti. Nel Gerber Infant Rice Cereal, gli ftalati totali sono scesi dai 1.599 nanogrammi per porzione misurati nel 2023 ai 288 del 2026. Nel Beech-Nut Fruities Pear, Banana & Raspberries sono passati da 2.868 a 1.848 nanogrammi.

Per i bisfenoli il quadro è migliore: tranne un tipo di biscotti per la dentizione Baby Mum-Mum, con un livello relativamente elevato di Bpa, negli altri prodotti le sostanze ricercate non sono risultate rilevabili.

Microplastiche in tutte le puree

Consumer Reports ha cercato le microplastiche in un gruppo più ristretto di 16 alimenti: un succo e 15 puree vendute in buste di plastica, vaschette oppure vasetti di vetro.

Le particelle sono state individuate in tutte le 15 puree analizzate.

Le dimensioni variavano da 15 a 500 micrometri, ma la maggior parte delle particelle era compresa tra 15 e 25 micrometri. Il metodo utilizzato non era in grado di individuare frammenti più piccoli di 15 micrometri: il numero totale potrebbe quindi essere sottostimato.

Le quantità maggiori sono state rilevate in tre prodotti:

  • Gerber Organic Plant Protein Banana Berry and Veggie Smash Purée with Oats, in busta;
  • Parent’s Choice Stage 1 Baby Food Carrot Purée di Walmart, in vaschetta di plastica;
  • Beech-Nut Stage 2 Turkey, Butternut Squash, Corn, Spinach, in busta.

Le microplastiche identificate comprendevano poliammide, poliuretano, politetrafluoroetilene, polietilene e polipropilene.

I ricercatori non hanno analizzato direttamente la composizione degli imballaggi e non possono quindi stabilire con certezza da dove provengano le particelle. Le confezioni rappresentano una delle possibili fonti: il contatto e lo sfregamento tra alimento e rivestimento potrebbero provocare il rilascio di frammenti durante il trasporto o quando la busta viene spremuta.

La contaminazione potrebbe però verificarsi anche durante la produzione, attraverso macchinari, utensili, tubazioni o indumenti protettivi utilizzati dagli addetti.

Neppure il vetro elimina il problema

In generale, le puree confezionate nella plastica contenevano più particelle rispetto a quelle nei vasetti di vetro. Ma neppure il vetro si è dimostrato immune.

Il Beech-Nut Classics Stage 1 Chicken & Chicken Broth, venduto in vasetto di vetro, conteneva mediamente 330.079 particelle per confezione. La purea di carote Parent’s Choice, in vaschetta di plastica, arrivava a 814.589.

Una possibile fonte di contaminazione dei prodotti in vetro è il rivestimento interno dei coperchi, solitamente realizzato con materiali plastici o vinilici per assicurare la chiusura ermetica.

I risultati sono coerenti con una recente indagine di Greenpeace sugli alimenti per bambini in busta, che aveva rilevato microplastiche in ogni campione esaminato.

Questi numeri vanno comunque interpretati con cautela. Non esistono ancora limiti normativi o soglie sanitarie condivise per le microplastiche negli alimenti. La loro presenza, dunque, non permette da sola di quantificare il rischio per i bambini né di stabilire che un prodotto sia pericoloso.

La Fda sostiene che le prove disponibili non dimostrano, al momento, che le concentrazioni rilevate negli alimenti rappresentino un rischio per la salute. Alcuni studi sperimentali hanno però associato determinati polimeri ed esposizioni alle microplastiche a danni cellulari e possibili effetti sullo sviluppo cerebrale, sul sistema immunitario, sulla riproduzione e sul metabolismo.

La questione è particolarmente delicata per neonati e bambini: mangiano di più in rapporto al peso corporeo e attraversano una fase di rapido sviluppo. Servono però studi più solidi per chiarire l’effettivo impatto delle esposizioni alimentari.

Pfas sotto le soglie di attenzione

Per i Pfas sono stati selezionati 32 prodotti, analizzati alla ricerca di 30 sostanze differenti. Non sono emerse concentrazioni considerate preoccupanti.

In cinque dei sei cereali per l’infanzia è stato rilevato a bassi livelli il 6:2 FTS, un fluorotelomero solfonato. Secondo le stime di Consumer Reports, l’assunzione attraverso una porzione sarebbe comunque molto inferiore alla soglia adottata dall’organizzazione.

Il miglior consiglio resta variare

Consumer Reports non raccomanda di eliminare gli alimenti analizzati dalla dieta dei bambini. La presenza di quantità misurabili di un contaminante non significa automaticamente che il prodotto sia pericoloso, soprattutto quando non vengono superate soglie sanitarie riconosciute.

Gli esperti indicano però alcune precauzioni utili per ridurre l’esposizione complessiva:

  • alternare cereali diversi, senza affidarsi prevalentemente al riso;
  • variare frutta, verdura, legumi e fonti proteiche;
  • non proporre ogni giorno gli stessi ortaggi a radice, come carote e patate dolci;
  • controllare gli ingredienti delle puree e degli snack, nei quali gli stessi alimenti possono ricorrere più volte;
  • preferire, quando possibile, confezioni diverse dalla plastica;
  • ridurre l’impiego domestico di utensili e contenitori di plastica;
  • proporre alimenti ricchi di ferro, come legumi, carne e pesce, perché un adeguato apporto può contribuire a limitare l’assorbimento del piombo.

Preparare le pappe in casa non garantisce automaticamente una minore esposizione ai metalli pesanti. Piombo, cadmio e arsenico possono trovarsi anche negli ingredienti freschi, perché provengono dal suolo e dall’acqua. La strategia più efficace resta quindi evitare la monotonia alimentare.

I limiti ancora volontari negli Stati Uniti

Nel 2021 la Fda ha avviato il programma Closer to Zero, destinato a ridurre piombo, arsenico, cadmio e mercurio negli alimenti per neonati e bambini.

Cinque anni dopo, denuncia Consumer Reports, l’iniziativa ha prodotto livelli d’intervento per il piombo soltanto in alcune categorie di alimenti. Inoltre, si tratta di indicazioni volontarie, mentre mancano ancora limiti definitivi per arsenico, cadmio e mercurio e standard specifici per bisfenoli, ftalati, Pfas e microplastiche nella maggior parte dei prodotti per l’infanzia.

Alcuni Stati hanno deciso di intervenire autonomamente. La California ha imposto ai produttori analisi periodiche sui metalli pesanti e la pubblicazione dei risultati attraverso un codice Qr sulle confezioni e sui siti delle aziende. Norme analoghe sono state approvate anche in Maryland, Virginia e Illinois.

Secondo Consumer Reports, occorrono limiti obbligatori, controlli regolari sui prodotti finiti e risultati accessibili ai genitori. Il calo dei metalli pesanti osservato rispetto alle precedenti indagini dimostra che la pressione pubblica e la trasparenza possono spingere le aziende a migliorare. Ma la diffusione di ftalati e microplastiche mostra che il percorso è tutt’altro che concluso.