Pfas, nuovo rapporto Onu: basta “zone di sacrificio”, il divieto sia generale

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Un rapporto del relatore speciale Onu sulle sostanze tossiche e i diritti umani chiede alle istituzioni di porre fine alle “zone di sacrificio” in cui l’inquinamento viene tollerato per il profitto e di vietare i Pfas in toto, salvo poche eccezioni

Un rapporto del relatore speciale Onu sulle sostanze tossiche e i diritti umani chiede alle istituzioni di porre fine alle “zone di sacrificio” in cui l’inquinamento viene tollerato per il profitto e di vietare i Pfas in toto, salvo poche eccezioni. Il rapporto, presentato da Marcos Orellana al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (iniziato il 7 settembre), prima di arrivare alle conclusioni, passa in rassegna lo state delle cose attuale riguardo le sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti inquinanti per sempre, e i loro effetti disastrosi su salute umana e ambiente.

Sostanze senza analoghi in natura

I Pfas sono oltre 10mila sostanze di sintesi, usate in molti prodotti di largo consumo come impermeabilizzanti e ritardanti di fiamma, rese praticamente indistruttibili dal legame carbonio-fluoro. Servono temperature superiori a 1.400°C per eliminarle, e anche a quelle temperature alcuni Pfas persistono. Orellana scrive che si tratta di “molecole che non hanno analoghi nel mondo naturale” e che, una volta rilasciate, “causano cambiamenti cumulativi e irreversibili nella composizione chimica del pianeta Terra”. Le sostanze attraversano la placenta e sono state rilevate nel sangue del cordone ombelicale e nel latte materno.

Gli effetti sulla salute

Le vie di esposizione principali sono acqua potabile e cibo contaminati, contatto cutaneo, inalazione ed esposizione professionale. Il Relatore osserva che “il cibo e l’acqua potabile contaminati da Pfas rappresentano le vie di esposizione dirette più significative”, oltre a quella professionale. Tra gli effetti documentati: immunotossicità, tumori renali e testicolari, danni epatici, interferenza ormonale ed effetti su fertilità e sviluppo fetale. La conclusione di Orellana è netta: “nessun Pfas è stato definitivamente accertato come sicuro”.

Le “zone di sacrificio”

Il rapporto denuncia: la contaminazione da Pfas “segue le geografie esistenti di emarginazione e potere, creando nuove zone di sacrificio e intensificando la vulnerabilità di chi è già a rischio”. Le comunità povere, le minoranze etniche e i popoli indigeni “sono spesso sistematicamente collocati più vicino alle fonti di Pfas, ricevono meno informazioni o nessuna informazione, e si trovano a sopportare una quota sproporzionata degli oneri sanitari e psicosociali”.

Tra i casi citati: tessuti esportati dal Bangladesh con livelli di Pfas superiori ai limiti Ue, popcorn da microonde contaminati esportati dagli Stati Uniti in Indonesia, e l’impianto Miteni, smantellato in Veneto dopo la contaminazione delle acque e “riassemblato” in Maharashtra, India, per la produzione continuata di Pfas.

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Sulle responsabilità storiche, Orellana non usa mezzi termini: “già negli anni ’50 i produttori conducevano studi che dimostravano come i Pfas potessero comportare rischi per la salute. Eppure questi produttori non hanno divulgato tali studi al pubblico, ai regolatori e ai lavoratori”. Anche quando il contenzioso ha successo, aggiunge, “l’importo del risarcimento raramente copre il danno reale e non permette alle persone colpite di allontanarsi dalle zone inquinate”.

I diritti violati: salute, lavoro, giustizia

Il rapporto collega l’esposizione ai Pfas a un ventaglio di diritti fondamentali. L’esposizione colpisce in modo diseguale: per esempio, l’uso di Pfas in prodotti mestruali e cosmetici danneggia in particolare il diritto alla salute di donne e ragazze. Sul fronte lavorativo, il Relatore denuncia “significative lacune nella governance dei Pfas sul lavoro”, come dati limitati, scarso monitoraggio, formazione insufficiente, e conclude che “i lavoratori nei settori ad alta intensità di Pfas hanno generato gran parte delle prime evidenze scientifiche sulla bioaccumulazione e tossicità di queste sostanze attraverso il proprio corpo, eppure sono stati spesso tra gli ultimi a essere informati dei rischi”.

Quanto all’accesso alla giustizia, osserva che “anche laddove le evidenze scientifiche del danno sono crescenti, i percorsi verso la giustizia rimangono stretti, costosi e profondamente diseguali“, concludendo che “la disponibilità formale dei tribunali non si traduce sempre in un accesso reale alla giustizia e ai rimedi”.

Limiti nell’acqua: differenze fino a 125 volte

Il rapporto mostra quanto vari il livello di protezione legale da Paese a Paese. Gli Stati Uniti hanno fissato un limite di 4 nanogrammi per litro (ng/l) per Pfoa e Pfos nell’acqua potabile, valido anche nelle basi militari all’estero. L’Unione europea consente un intervallo molto più ampio, tra 100 e 500 ng/l a seconda del tipo di Pfas. Il Giappone si ferma a 50 ng/l, oltre dodici volte più permissivo degli standard Usa; la Francia a 100 ng/l, con un divieto specifico (legge n. 2025-188) sull’uso di Pfas in cosmetici, tessuti e sciolina da sci.

La conclusione politica di Orellana è netta: “Questa divergenza normativa crea di fatto livelli diversi di ingiustizia ambientale, dove il diritto fondamentale all’acqua sicura riceve una protezione minore per i cittadini di uno Stato rispetto a un altro. Nonostante tutti i membri della famiglia umana condividano la stessa natura biologica, le persone ricevono livelli diversi di protezione sanitaria e ambientale a seconda di dove vivono”.

Il caso italiano: la condanna Miteni

Tra i precedenti giudiziari citati nel rapporto spicca la sentenza del 2025 della Corte d’Assise di Vicenza, che ha condannato 11 ex dirigenti Miteni per disastro ambientale e avvelenamento delle acque, con pene complessive per 141 anni di carcere e oltre 75 milioni di euro di risarcimenti a favore del ministero dell’Ambiente, della Regione Veneto e di quasi 300 parti civili. La contaminazione ha coinvolto l’acqua potabile di circa 350mila residenti tra le province di Vicenza, Padova e Verona. Il rapporto segnala però che gli impianti e i brevetti dell’azienda, invece di essere sequestrati e distrutti, “sono stati messi all’asta e trasferiti in India”. Già nel 2021, Orellana aveva curato un rapporto per l’Onu sui inquinamento e diritti umani, in cui aveva affrontato anche i pfas.

Le richieste alle istituzioni

Nelle conclusioni, Orellana chiede di trattare i Pfas come un’unica classe chimica, e non sostanza per sostanza, proprio per le loro caratteristiche comuni “persistenza estrema, mobilità, bioaccumulo e pericolosità, unite a pratiche di sostituzione regrettevole”, che finora hanno portato a sostituire un Pfas problematico con un altro altrettanto rischioso. Definisce la minaccia posta dai Pfas “una preoccupazione comune dell’umanità”.

Tra le raccomandazioni principali agli Stati: vietare immediatamente gli usi non essenziali dei Pfas; porre fine alle violazioni dei diritti umani nelle zone di sacrificio con monitoraggio sanitario e bonifiche; garantire accesso alla giustizia e risarcimenti; avviare negoziati per un trattato internazionale vincolante sui Pfas come classe; applicare rigorosamente il principio “chi inquina paga”; rendere obbligatoria l’etichettatura dei prodotti; ed escludere i Pfas dagli appalti pubblici. Alle imprese, incluse quelle finanziarie, il Relatore chiede di smettere di finanziare la produzione o distribuzione di Pfas e di rendere pubblici tutti gli studi interni sui rischi delle sostanze.