Carta da forno, Pfas quasi ovunque: solo 2 prodotti su 16 “puliti”

Il test del Salvagente su 16 carte da forno rileva Pfas in 14 prodotti: solo Carrefour e Domopak risultano senza tracce quantificabili. Nessun superamento dei limiti Ue, ma resta l’allarme ambientale diffuso

Impermeabili, resistenti al grasso e praticamente indistruttibili nell’ambiente. Le caratteristiche che hanno reso i Pfas così preziosi per l’industria sono le stesse che hanno trasformato queste sostanze in uno dei problemi ambientali e sanitari più difficili da affrontare. Nel recente test del Salvagente sulle carte da forno, 14 dei 16 prodotti analizzati hanno mostrato la presenza di almeno un composto perfluoroalchilico. Soltanto Carrefour e Domopak sono risultate completamente prive di Pfas rilevabili con le metodiche utilizzate dal laboratorio.

I risultati non indicano violazioni dei limiti europei che entreranno in vigore nell’agosto 2026. Eppure pongono una domanda tutt’altro che secondaria: è davvero necessario continuare a utilizzare sostanze tanto persistenti in un prodotto monouso, destinato a essere gettato dopo pochi minuti di utilizzo?

Negli ultimi anni gli allarmi scientifici e ambientali sui Pfas, gli inquinanti eterni, si sono moltiplicati. Le sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche costituiscono una famiglia di migliaia di composti impiegati per rendere i materiali impermeabili all’acqua, ai grassi e allo sporco oppure resistenti al calore e alle fiamme.

Sono stati individuati negli impermeabili, nelle stoviglie, nei cosmetici, nei tessuti tecnici, negli imballaggi alimentari e in numerosi prodotti di uso quotidiano. Una volta dispersi, però, possono contaminare terreni, falde acquifere, fiumi e aria, entrando nella catena alimentare e raggiungendo infine l’organismo umano.

Non tutti i Pfas presentano lo stesso livello di pericolosità, ma per diverse molecole sono stati documentati o sospettati effetti sul sistema endocrino, sul fegato, sulla risposta immunitaria, sullo sviluppo e sulla capacità riproduttiva. Alcuni dei composti più studiati sono stati classificati come cancerogeni o possibili cancerogeni e sottoposti a divieti e restrizioni.

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Carta da forno, un prodotto quotidiano ancora poco studiato

Tra gli oggetti utilizzati più frequentemente in cucina, ma meno indagati dal punto di vista della contaminazione da Pfas, c’è la carta da forno. Un prodotto apparentemente semplice: un foglio da sistemare sul fondo di una teglia per evitare che gli alimenti aderiscano durante la cottura e per limitare l’impiego di grassi.

La carta da forno è generalmente costituita da fibre di cellulosa trattate per resistere all’umidità, alle alte temperature e alle sostanze oleose. In molti casi viene rivestita di silicone. In altri viene prodotta attraverso procedimenti che modificano la struttura della carta, rendendola simile alla pergamena, per esempio mediante trattamenti con agenti chimici come l’acido solforico.

Come qualsiasi materiale destinato al contatto con gli alimenti, anche la carta da forno deve rispettare le norme europee e nazionali sulla sicurezza. Il produttore o l’importatore deve essere in grado di rilasciare una dichiarazione di conformità, attestando che il prodotto è realizzato con sostanze autorizzate e che, nelle prevedibili condizioni d’uso, non trasferisce agli alimenti quantità tali da costituire un pericolo per la salute.

Quello che le confezioni non riportano, però, è l’eventuale presenza di sostanze perfluoroalchiliche. E il test del Salvagente dimostra che, almeno a livelli rilevabili in laboratorio, i Pfas nella carta da forno sono tutt’altro che rari.

Il test del Salvagente su 16 carte da forno

Il Salvagente ha acquistato e portato in laboratorio 16 carte da forno vendute nei supermercati italiani. Tra le marche sottoposte ad analisi figurano Domopak, House, Ottimo, Arkalia Casa di Pam, Cuki, Home&Style di Todis, Lidl, Sistema casa di Eurospin, Frio, Casa Coop, Esselunga, Conad, Selex, Ecor e Carrefour.

Le analisi hanno ricercato specifiche sostanze perfluoroalchiliche e misurato anche il fluoro totale, un parametro che può fornire indicazioni sulla possibile presenza di altri composti fluorurati non identificati singolarmente.

Il risultato più significativo è netto: soltanto due carte da forno su 16, Carrefour e Domopak, non contengono Pfas in quantità rilevabili. In questi due campioni le concentrazioni degli eventuali composti perfluoroalchilici sono risultate inferiori ai limiti di quantificazione del metodo analitico. In altre parole, il laboratorio non ha rilevato quantità misurabili delle sostanze ricercate.

In tutti gli altri prodotti è stato trovato almeno un Pfas. Nella maggior parte dei campioni sono state individuate due sostanze differenti, mentre la carta da forno aromatizzata venduta da Lidl ha fatto registrare la presenza di tre diversi composti.

Neppure i prodotti che puntano maggiormente sulla naturalità o sulle qualità ambientali si sono distinti in positivo. Sia la carta Ecor sia la carta forno naturale Cuki hanno mostrato la presenza di sostanze perfluoroalchiliche.

Il richiamo alla “naturalità”, dunque, non può essere interpretato come una garanzia di assenza dei cosiddetti inquinanti eterni. Il termine può riferirsi al colore della carta, alla mancata sbiancatura o ad altre caratteristiche del prodotto, ma non dice necessariamente nulla sulle sostanze utilizzate per ottenere la resistenza ai grassi e all’umidità.

I tre Pfas trovati dal laboratorio

Le analisi hanno individuato tre diversi Pfas. Uno di questi è l’acido perfluorobutanoico, indicato con la sigla Pfba. Si tratta di un Pfas a catena corta che può formarsi anche dalla degradazione di altre sostanze perfluoroalchiliche, compreso il Pfoa, composto ormai vietato a causa della sua tossicità e persistenza.

Il Pfba è altamente mobile nell’ambiente e può raggiungere facilmente le acque superficiali e sotterranee. Rientra nel gruppo dei Pfas considerati dalle norme europee sulla qualità dell’acqua potabile. Gli studi sperimentali sugli animali indicano che esposizioni elevate possono determinare alterazioni della tiroide e del fegato, oltre a effetti sullo sviluppo e su alcuni parametri ematici.

Gli altri due composti rilevati appartengono alla famiglia degli alcoli fluorotelomerici, conosciuti con la sigla Ftoh. Queste sostanze vengono utilizzate come precursori nella produzione di tensioattivi e di altri composti fluorurati. Sono relativamente volatili e possono diffondersi nell’aria, per poi trasformarsi in Pfas più persistenti.

Il 6:2 Ftoh può degradarsi, attraverso diversi passaggi, dando origine anche all’acido perfluoroesanoico, il Pfhxa, sottoposto nell’Unione europea a restrizioni per diversi impieghi. L’8:2 Ftoh, invece, è considerato un precursore del Pfoa, sostanza vietata in Europa dal 2020 e classificata come cancerogena per l’uomo.

La presenza di un precursore non significa che il prodotto contenga necessariamente il composto finale nella stessa quantità. Indica però che, durante l’utilizzo, lo smaltimento o la permanenza nell’ambiente, la sostanza può contribuire alla formazione di molecole più persistenti e problematiche.

Nessun superamento dei nuovi limiti europei

Il quadro emerso dal test deve essere letto tenendo conto delle nuove regole europee sugli imballaggi alimentari. Dal 12 agosto 2026 entreranno in vigore limiti specifici per la presenza di Pfas negli imballaggi destinati al contatto con gli alimenti.

La normativa prende in considerazione sia la concentrazione di singole sostanze sia la somma di gruppi di Pfas. Prevede inoltre un limite relativo al fluoro organico totale, utilizzato come indicatore della presenza complessiva di composti fluorurati, compresi quelli che non vengono identificati singolarmente attraverso le analisi mirate.

Nessuna delle carte da forno testate supera i nuovi limiti europei. Non sono stati rilevati sforamenti né per la somma dei Pfas ricercati, che comprende diverse decine di sostanze considerate particolarmente problematiche, né per il parametro del fluoro totale.

È un dato importante, che non deve essere sottovalutato. Il test non dimostra che le carte analizzate siano illegali o che espongano automaticamente chi le utilizza a un rischio immediato. Tuttavia, il rispetto dei limiti non esaurisce il problema.

Le sostanze appartenenti alla famiglia dei Pfas sono circa 10mila, secondo le stime più diffuse. Nessun laboratorio può ricercarle tutte una per una. Le analisi mirate riescono quindi a individuare soltanto una parte dei composti potenzialmente presenti, mentre la misura del fluoro totale fornisce un’indicazione più ampia ma non permette di stabilire quali specifiche molecole lo abbiano determinato.

Il nodo della migrazione durante la cottura

Il dato che ancora manca è quello relativo alla migrazione dei Pfas dalla carta da forno agli alimenti. Per valutare il rischio diretto per il consumatore non basta sapere che una sostanza è presente nel materiale: occorre stabilire se possa trasferirsi agli alimenti e in quali quantità.

Nel caso della carta da forno, la questione è particolarmente rilevante perché il prodotto viene impiegato ad alte temperature, talvolta superiori ai 200 gradi, e può entrare in contatto con alimenti ricchi di grassi. Temperatura, durata della cottura, acidità e composizione dell’alimento possono influenzare il passaggio delle sostanze dal materiale al cibo.

Il test del Salvagente ha misurato la presenza dei Pfas nella carta, ma non la loro migrazione durante l’utilizzo. Non consente quindi di stabilire quanta parte dei composti rilevati possa effettivamente raggiungere una pizza, un dolce, le patate o qualsiasi altro alimento preparato nel forno.

L’assenza di questo dato impedisce di tradurre automaticamente i risultati in una valutazione quantitativa del rischio. Ma non elimina il problema ambientale, che esiste anche qualora la migrazione negli alimenti fosse molto bassa.

Di Nisio: “Il problema è l’esposizione complessiva”

La presenza di Pfas nella carta da forno non sorprende Andrea Di Nisio, professore dell’Università Unipegaso e collaboratore di Carlo Foresta, tra i maggiori esperti degli effetti delle sostanze perfluoroalchiliche sul sistema endocrino e riproduttivo. Le proprietà che rendono questi composti utili all’industria, spiega il ricercatore, coincidono infatti con quelle richieste a una carta destinata alla cottura: resistenza all’acqua e ai grassi.

Il semplice ritrovamento nel materiale, tuttavia, non consente di concludere che esista un pericolo diretto per chi lo utilizza. Per stabilirlo bisognerebbe effettuare studi di migrazione a caldo, riproducendo le diverse temperature e condizioni di impiego. Il nodo centrale, secondo Di Nisio, resta comunque la straordinaria persistenza dei Pfas e la loro capacità di circolare continuamente tra prodotti, rifiuti, acqua, alimenti e organismo umano.

Quando i materiali contenenti queste sostanze vengono smaltiti, i Pfas possono essere liberati durante la degradazione dei rifiuti. Non vengono distrutti facilmente neppure a temperature elevate e, se non sono intercettati da sistemi di filtraggio specifici, finiscono nei corpi idrici. Da qui possono essere assorbiti dalle piante e dagli organismi animali, rientrando nella catena alimentare. Per l’uomo, infatti, la via principale di esposizione ai Pfas è l’ingestione, mentre inalazione e contatto con la pelle hanno generalmente un peso inferiore.

Una volta ingeriti, i Pfas possono essere assorbiti dall’intestino e raggiungere il sangue. Di Nisio sottolinea che queste molecole interagiscono con specifici trasportatori dell’organismo, normalmente utilizzati per recuperare nutrienti e ormoni. A differenza di molti interferenti endocrini, non tendono ad accumularsi esclusivamente nei grassi: possono distribuirsi in diversi tessuti e rimanere a lungo in circolo.

L’eliminazione è molto lenta. Con le feci ne viene espulsa una quantità limitata e, per diverse molecole, anche l’eliminazione attraverso le urine è ridotta. Interrompendo completamente l’esposizione, possono essere necessari mediamente tre o quattro anni perché la concentrazione nel sangue si dimezzi, e in alcuni casi ancora di più. I Pfas a catena corta tendono ad avere tempi di permanenza inferiori rispetto a quelli a catena lunga, ma ciò non basta a considerarli automaticamente innocui.

Di Nisio richiama inoltre l’attenzione sul Tfa, l’acido trifluoroacetico, una piccola molecola estremamente persistente che rappresenta il prodotto finale della degradazione di numerose sostanze fluorurate. Nel corso degli anni, per effetto delle radiazioni ultraviolette e di altri processi chimico-fisici, molti composti possono trasformarsi in molecole più piccole e stabili, destinate ad accumularsi soprattutto nelle acque.

Il ciclo può proseguire anche dopo il passaggio nell’organismo umano. Le sostanze eliminate raggiungono le acque reflue e i normali impianti di depurazione non sono generalmente progettati per distruggerle. Possono così arrivare nei fiumi e nei mari, continuando a circolare nell’ambiente.

Per questo, secondo il ricercatore, il rispetto dei limiti da parte di un singolo prodotto non è sufficiente a escludere ogni preoccupazione. Il vero problema è l’esposizione cumulativa ai Pfas: ogni giorno si entra in contatto con piccole quantità provenienti dall’acqua, dagli alimenti, dagli imballaggi, dagli utensili, dai tessuti e da numerosi oggetti. Anche quando ciascuna fonte rispetta le soglie previste, la somma delle esposizioni può diventare significativa.

Sulla sicurezza della carta da forno, dunque, Di Nisio invita alla prudenza: senza studi specifici sulla migrazione alle temperature di utilizzo non è possibile formulare una risposta definitiva.

Dalla carta da forno all’ambiente, e poi di nuovo nel piatto

Anche immaginando che il trasferimento diretto dalla carta agli alimenti sia limitato, rimane aperta la questione dell’impatto ambientale della carta da forno contenente Pfas. Una carta utilizzata per una sola cottura viene gettata e avviata allo smaltimento insieme ai composti eventualmente contenuti.

La presenza di grasso e residui alimentari rende spesso difficile il riciclo del prodotto. La carta finisce quindi nei rifiuti indifferenziati oppure, a seconda delle indicazioni comunali e delle caratteristiche del materiale, nell’organico. In entrambi i casi le sostanze fluorurate non scompaiono.

Possono disperdersi attraverso il percolato delle discariche, rimanere nei residui dell’incenerimento oppure contaminare compost e fanghi. Da questi comparti ambientali possono raggiungere il suolo e le acque, essere assorbite dalle coltivazioni e tornare infine negli alimenti.

È il paradosso degli inquinanti eterni: vengono impiegati per pochi minuti, ma possono restare nell’ambiente per decenni o secoli.

Perché i due prodotti senza Pfas rilevabili contano

Il fatto che Carrefour e Domopak siano risultate senza Pfas rilevabili dimostra che ottenere una carta da forno con risultati migliori è possibile. Non significa che questi due prodotti siano sicuramente privi di ogni composto fluorurato esistente, né che siano superiori sotto qualsiasi altro parametro. Significa però che, nelle stesse condizioni analitiche in cui gli altri campioni hanno mostrato una o più sostanze, i loro valori erano inferiori alla capacità di misurazione del laboratorio.

Un risultato che pone una questione precisa ai produttori: se alcuni riescono a evitare o a ridurre fino a livelli non rilevabili queste sostanze, perché i Pfas continuano a essere presenti nella grande maggioranza delle carte da forno?

Il principio dovrebbe essere quello della sostituzione, soprattutto per gli oggetti monouso. Quando una sostanza estremamente persistente non è indispensabile, dovrebbe essere eliminata anche prima che una norma ne imponga il divieto.

Il test non lancia un allarme su un rischio acuto derivante dalla cottura di un singolo alimento. Rivela però un’altra fonte poco conosciuta di contaminazione da Pfas, che si aggiunge alle tante già documentate nei prodotti di consumo e contribuisce a un’esposizione ambientale continua.

La carta da forno resta un oggetto utile e comodo. Ma i risultati dimostrano che la sua apparente semplicità nasconde trattamenti e sostanze che il consumatore non può conoscere leggendo l’etichetta. E che anche un foglio utilizzato una sola volta può lasciare dietro di sé un’eredità molto più lunga della cottura per cui è stato acquistato.