Pfas negli alimenti, la Rete zero Pfas alla Regione Veneto: “Rendete pubblici i dati dei monitoraggi”

pfas

La Rete zero Pfas chiede un tavolo tecnico permanente e la pubblicazione dei risultati dei piani di sorveglianza su prodotti animali e vegetali in 20 comuni delle zone rossa e arancione. Intanto un’analisi indipendente rivela concentrazioni di Pfas dieci volte superiori al limite di sicurezza in un campione di uova prodotte a Vicenza

Più trasparenza sui dati relativi alla contaminazione da Pfas negli alimenti prodotti nell’area del Vicentino colpita dall’inquinamento legato allo stabilimento Miteni di Trissino. È la richiesta avanzata dalla Rete zero Pfas alla Regione Veneto, in un incontro a Palazzo Ferro Fini con le consigliere regionali Manuela Lanzarin ed Elisa De Berti, presidenti rispettivamente della quinta commissione sanità e politiche sociali e della seconda commissione territorio e ambiente, come riporta il Giornale di Vicenza.

Un tavolo tecnico permanente e dati pubblici

La proposta della rete ambientalista prevede l’istituzione di un tavolo tecnico permanente con la Regione sulla questione Pfas negli alimenti, con il coinvolgimento non solo delle istituzioni e degli enti competenti, ma anche di realtà associative, comitati e organizzazioni come Isde, Medicina Democratica, Greenpeace, Legambiente, Mamme No Pfas e Cillsa. Tra le richieste più urgenti, la pubblicazione dei risultati dei piani regionali di sorveglianza sui Pfas negli alimenti di origine animale e vegetale provenienti dalla zona rossa (che nel Vicentino comprende i comuni di Brendola, Sarego, Lonigo, Alonte, Orgiano, Asigliano Veneto, Pojana Maggiore e Noventa) e dalla zona arancione, che include parzialmente Altavilla, Arzignano, Creazzo, Montebello, Montecchio Maggiore, Sovizzo, Trissino e Vicenza, oltre a una frazione minima di Montegalda, Arcugnano e Gambellara.

Secondo la Rete zero Pfas, questi dati rappresentano “uno strumento utile a comprendere il reale livello di esposizione di chi vive nel più grande hotspot italiano di contaminazione da Pfas” e permetterebbero di confrontare la situazione veneta con quella del resto d’Europa.

Uno strumento essenziale

I risultati dei piani di monitoraggio avviati nelle zone rosse e arancioni non sono ancora stati resi pubblici, mentre altri dati regionali mostrerebbero presenza di Pfas in circa un terzo degli alimenti analizzati. La Rete zero Pfas, così come riportato dal Giornale di Vicenza, ricorda che il piano di sorveglianza per gli alimenti di origine animale era stato approvato nel 2022, dopo una delibera del 2019, mentre quello sugli alimenti vegetali risalirebbe a fine 2023. Per l’associazione, la pubblicazione di questi risultati “non rappresenta soltanto un atto di trasparenza amministrativa, ma uno strumento essenziale per comprendere il reale livello di esposizione delle comunità che vivono nel più grande hotspot italiano di contaminazione da Pfas”.

Gli studi indipendenti: Pfas nel vino

Nel frattempo, l’associazione continua a condurre in autonomia analisi indipendenti insieme ad altri istituti di ricerca e laboratori accreditati. Uno studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia sul vino in zone contaminate, pubblicato il 3 giugno, ha rilevato presenza di Pfas in 75 campioni su 76 raccolti in aree contaminate, con il Pfba come composto più riscontrato don  concentrazione mediana di 196 nanogrammi per litro e picchi superiori ai 18mila, in particolare nei vigneti irrigati con acqua che attinge dal plume storico della Miteni.

sponsor

Uova con Pfas dieci volte oltre il limite

Il tema della contaminazione alimentare è tornato d’attualità anche per un altro episodio, riportato da VicenzaToday: un campione di uova provenienti da un piccolo allevamento familiare nella zona di Carpaneda, periferia Ovest di Vicenza, avrebbe fatto emergere concentrazioni di Pfas pari a 13.600 nanogrammi per chilogrammo, a fronte di un limite di riferimento europeo fissato a 1.700 nanogrammi/kg. Il dato è stato reso noto da Marzia Albiero, della rete vicentina dei gruppi di acquisto solidale ed esponente della Rete zero Pfas, durante un convegno organizzato dal Comune di Vicenza il 6 luglio. Secondo quanto riferito, gli animali sarebbero sempre stati abbeverati con acqua di acquedotto e non di pozzo — quest’ultima generalmente più esposta alla contaminazione — circostanza che rende il dato particolarmente significativo agli occhi dell’associazione, che ha chiesto alla Regione di vietare la commercializzazione di questo tipo di uova e di rafforzare il monitoraggio alimentare.

Pozzi privati sotto osservazione anche fuori dall’area storica

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di allerta nella provincia berica: nei giorni scorsi i Comuni di Nove e Pianezze hanno invitato i cittadini a effettuare controlli sui pozzi privati a uso idropotabile, dopo che attività di monitoraggio degli enti competenti avrebbero rilevato presenza di sostanze della famiglia dei Pfas in alcuni pozzi di comuni contermini, non specificati nelle note pubblicate dalle due amministrazioni. Le verifiche ambientali e sanitarie risultano ancora in corso.