Francia, il taglio agli antibiotici fa crollare i batteri resistenti

ALLEVAMENTI ANTIBIOTICO-RESISTENZA

Due studi dell’Anses mostrano che limitare fluorochinoloni, cefalosporine e colistina negli animali ha portato in pochi anni a un crollo dei batteri resistenti. In ITalia, invece, un test del Salvagente aveva trovato i superbatteri in 4 hamburger su 12

Ridurre l’uso degli antibiotici negli allevamenti funziona davvero. E soprattutto produce effetti visibili in tempi sorprendentemente rapidi. È questo il messaggio che arriva dalla Francia, dove due ricerche condotte dall’Anses – l’Agenzia nazionale per la sicurezza sanitaria dell’alimentazione, dell’ambiente e del lavoro – dimostrano che diminuire l’impiego di alcuni antibiotici veterinari ha portato, nel giro di uno o due anni, a una drastica riduzione della resistenza batterica.

Una notizia importante in un momento in cui l’antibiotico-resistenza è considerata una delle più gravi minacce sanitarie globali. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, i batteri resistenti ai farmaci rischiano infatti di rendere sempre più difficili da curare infezioni oggi considerate banali, sia negli esseri umani sia negli animali.

Gli antibiotici sotto accusa

Gli studi francesi si sono concentrati su alcuni antibiotici considerati strategici per la medicina umana. In particolare:

  • fluorochinoloni;
  • cefalosporine di terza e quarta generazione;
  • colistina.

I primi due gruppi sono classificati come “criticamente importanti” perché utilizzati come ultima risorsa contro infezioni gravi nell’uomo. Anche la colistina, pur non essendo formalmente inserita in questa categoria in Francia, è uno dei farmaci utilizzati contro batteri multiresistenti.

Per questo motivo negli ultimi anni le autorità sanitarie francesi hanno imposto restrizioni severe al loro utilizzo in veterinaria, soprattutto nell’ambito del piano Ecoantibio, il programma nazionale nato proprio per ridurre il consumo di antibiotici negli allevamenti.

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I ricercatori hanno studiato in particolare la resistenza del batterio Escherichia coli – uno dei principali indicatori di antibiotico-resistenza – in: vitelli, suini, cani e gatti.

Nel primo progetto è stata valutata la resistenza ai fluorochinoloni e alle cefalosporine nei vitelli e negli animali da compagnia. Nel secondo, invece, si è analizzata la resistenza alla colistina nei vitelli e nei suini.

Il risultato: resistenze in forte calo

I dati raccolti mostrano un andamento molto chiaro: quando l’uso degli antibiotici diminuisce, anche la presenza di batteri resistenti cala rapidamente.

Uno degli esempi più evidenti riguarda proprio la colistina. La resistenza dell’E. coli a questo antibiotico aveva raggiunto il picco intorno al 2010-2011, con circa il 40% di ceppi resistenti. Dopo le restrizioni introdotte nel 2016, la quota è progressivamente crollata fino agli attuali livelli compresi tra il 5 e il 10%, a seconda della specie animale.

Ancora più impressionante il calo dell’esposizione agli antibiotici:

  • -94% per le cefalosporine di terza e quarta generazione;
  • -88% per i fluorochinoloni tra il 2011 e il 2021.

Parallelamente, la percentuale di E. coli resistenti è passata da circa il 20% al 5-7%.

Il test del Salvagente sugli hamburger

Che la situazione dell’antibiotico-resistenza sia diventata un’emergenza globale lo testimoniano i dati ma anche le analisi sul campo come di un nostro recente test  su 12 hamburger venduti nella grande distribuzione. Le analisi di laboratorio hanno infatti individuato, in quattro campioni su dodici, la presenza di batteri resistenti agli antibiotici, capaci di sopravvivere a farmaci comunemente utilizzati contro le infezioni batteriche.

Il dato più preoccupante emerso dall’inchiesta riguarda proprio la presenza di Escherichia coli e stafilococchi resistenti alle cefalosporine e ad altre classi di antibiotici. In alcuni prodotti i batteri sono risultati capaci di neutralizzare fino a cinque o sei antibiotici differenti.

Il test ha inoltre evidenziato un vuoto normativo: se negli allevamenti e nei macelli esistono attività di farmacovigilanza, nelle successive fasi di lavorazione e confezionamento delle carni non esiste alcun obbligo di effettuare antibiogrammi per verificare la presenza di batteri resistenti.

Questo collegamento tra allevamenti, uso degli antibiotici e presenza di batteri resistenti nei prodotti alimentari rende ancora più significativi i risultati francesi: ridurre i farmaci negli animali non è soltanto una misura veterinaria, ma un intervento diretto di tutela della salute pubblica.

Un monitoraggio unico in Europa

Le ricerche si basano sui dati di Résapath, la rete francese di sorveglianza della resistenza antimicrobica nei batteri di origine animale, attiva dal 1982.

Il sistema raccoglie ogni anno migliaia di antibiogrammi effettuati dai laboratori veterinari su batteri isolati durante le visite agli animali. Una banca dati enorme che consente di seguire nel tempo l’evoluzione delle resistenze batteriche.

Secondo i ricercatori, proprio la disponibilità di dati storici così estesi ha permesso di osservare con precisione il legame diretto tra riduzione dell’uso degli antibiotici e diminuzione delle resistenze.

La questione non era affatto scontata. Da anni gli esperti discutono infatti se la resistenza batterica possa davvero diminuire una volta instaurata.

Il problema è che molti batteri sviluppano contemporaneamente resistenze multiple: l’uso di un antibiotico può quindi mantenere attiva anche la resistenza verso altri farmaci. Per questo non era certo che ridurre un singolo antibiotico producesse benefici concreti.

Le ricerche francesi mostrano invece che la reversibilità della resistenza è possibile, almeno in parte, e che gli effetti possono arrivare rapidamente.