Uova in gabbia, rapporto EggTrack: bene la Gdo ma Eurospin, Pam e In’s restano indietro

galline, uova

Il rapporto EggTrack 2025 di Compassion in World Farming fotografa lo stato della transizione verso uova provenienti da allevamenti senza gabbie. La Gdo italiana è quasi tutta “cage free”, ma restano ritardi nella ristorazione e aziende che non hanno ancora assunto impegni pubblici

A quasi dieci anni dalle prime promesse, la transizione verso uova provenienti da allevamenti senza gabbie sembra aver imboccato una strada difficilmente reversibile. È questa la fotografia scattata da EggTrack 2025, il rapporto annuale di Compassion in World Farming (CIWF), che monitora gli impegni assunti dalle principali aziende alimentari mondiali per eliminare progressivamente le gabbie dalle proprie filiere.

Il 2025 rappresentava infatti la scadenza scelta da centinaia di imprese per completare il passaggio. E i numeri raccontano un cambiamento ormai consolidato: la quota media di transizione ha raggiunto l’85% a livello globale e addirittura il 94% in Europa, in netto aumento rispetto ai dati del 2023. Non tutto, però, è andato secondo i piani.

Meno della metà ha rispettato la scadenza

Il rapporto ha analizzato 852 impegni assunti da 602 aziende in Europa, Nord America e Asia-Pacifico. Quasi il 30% delle imprese monitorate ha ormai completato il passaggio al 100% di uova provenienti da sistemi alternativi alle gabbie. Ma guardando ai soli impegni che prevedevano il completamento entro il 2025, emerge un quadro meno brillante: solo il 48% è stato effettivamente rispettato nei tempi previsti. Ancora più preoccupante, secondo CIWF, è il fatto che 50 aziende abbiano eliminato dai propri canali pubblici i riferimenti agli impegni assunti, interrompendo di fatto la rendicontazione sulla propria transizione. Per l’associazione si tratta di un elemento che rischia di compromettere la trasparenza nei confronti dei consumatori proprio mentre l’Unione europea sta discutendo una revisione della normativa sul benessere animale.

La GDO italiana è ormai quasi tutta “cage free”

In Italia il quadro appare decisamente più positivo. Le 36 aziende monitorate, titolari di 70 impegni, registrano una media di avanzamento del 98,8%, mentre 16 imprese hanno già completato integralmente il passaggio. A fare da traino è soprattutto la grande distribuzione organizzata.

Negli ultimi dodici mesi Carrefour, Esselunga e Iper hanno esteso il passaggio alle uova senza gabbie anche agli ingredienti utilizzati nei prodotti a marchio, raggiungendo insegne che avevano già completato la conversione, come Aldi, Bennet, Conad, Coop, Despar, Gruppo Selex, Lidl e Unes. Anche Lidl ha concluso l’eliminazione dei cosiddetti sistemi combinati. Restano invece indietro Eurospin, Gruppo Pam e In’s Mercato, che hanno eliminato le gabbie per le uova in guscio ma non hanno ancora esteso l’impegno alle uova impiegate come ingrediente nei prodotti trasformati.

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Le criticità nella ristorazione

Le maggiori difficoltà emergono nel settore della ristorazione. Tra le catene commerciali, soltanto Chef Express e Flunch Italia hanno adottato una policy pubblica sul tema. Nella ristorazione collettiva, Markas e Cirfood hanno già raggiunto il 100% per uova in guscio e ovoprodotti, mentre Gruppo Pellegrini si distingue per aver esteso il proprio impegno anche alle uova utilizzate come ingrediente.

Situazione diversa per Camst, che non ha rispettato la scadenza del 2025: oggi dichiara un avanzamento dell’82% per le uova in guscio e del 55% per gli ovoprodotti. Anche Marr ha rinviato l’obiettivo al 2030 senza pubblicare una tabella di marcia dettagliata.

L’industria alimentare è quasi al traguardo

Nel comparto della trasformazione alimentare il passaggio appare ormai vicino alla conclusione. Si tratta di un aspetto importante perché riguarda le cosiddette uova “nascoste”, utilizzate in prodotti come pasta all’uovo, dolci e prodotti da forno. Tra le aziende citate positivamente figura Gruppo Ferrero, che oltre ai risultati italiani ha completato la conversione anche in Messico e Turchia. Sul fronte dei produttori di uova, invece, gli impegni pubblici restano ancora pochi. Cascina Italia entra quest’anno nel monitoraggio, Sabbatani è vicina al completamento del percorso, mentre Eurovo continua la transizione nei propri allevamenti italiani ed europei, seppure con tempi più lunghi rispetto a quelli inizialmente annunciati.

Le grandi assenti

Il rapporto richiama infine l’attenzione sulle aziende che non hanno ancora assunto alcun impegno pubblico. Tra queste figurano Gruppo Bauli e Granarolo. Quest’ultima, osserva Ciwf, continua a commercializzare uova provenienti da allevamenti in gabbia, una scelta che appare in controtendenza rispetto all’evoluzione del mercato e agli stessi obiettivi aziendali sul benessere animale. Nel settore della ristorazione non risultano invece impegni pubblici da parte di Gruppo DAC, importante distributore per il canale Ho.Re.Ca., e di Cigierre, proprietaria di marchi come Old Wild West, America Graffiti e Pizzikotto. Per Compassion in World Farming il messaggio è chiaro: il mercato europeo ha ormai dimostrato che il superamento delle gabbie è possibile e competitivo. Le aziende che non hanno ancora definito un percorso rischiano non solo di perdere credibilità agli occhi dei consumatori, ma anche di trovarsi impreparate davanti alle future regole europee sul benessere animale.

La mappa interattiva globale e i dati dettagliati per singola azienda sono consultabili sul sito ufficiale.