
Controlli in Germania rivelano un alto tasso di irregolarità nell’olio extravergine: frodi, adulterazioni con oli economici e contaminanti. Un quadro che conferma criticità diffuse anche fuori dall’Italia
Se Atene piange, Sparta non ride. E se in Italia, anche grazie ai test di questo giornale, si trovano spesso oli venduti come extravergine che tali non sono, non è che fuori dai confini la situazione brilli per onestà e trasparenza. È quanto dimostrano i controlli pubblici effettuati sull’extravergine in Germania.
A fotografare la situazione è il CVUA di Stoccarda, il laboratorio pubblico specializzato nell’analisi di oli e grassi alimentari, che negli ultimi due anni ha passato al setaccio centinaia di campioni. I risultati raccontano un mercato tutt’altro che limpido: nel 2025 quasi un olio su due (43%) è risultato irregolare, in aumento rispetto al già elevato 38% dell’anno precedente.
Per anni le criticità principali avevano riguardato soprattutto l’etichettatura: indicazioni nutrizionali scorrette, claim salutistici non autorizzati o informazioni fuorvianti sull’origine. Ma nel 2025 qualcosa cambia. Cresce in modo significativo la quota di oli dichiarati “extra vergine” che non lo sono affatto: le denominazioni ingannevoli passano dal 10% al 18% dei campioni analizzati.

Ma il dato più preoccupante riguarda le vere e proprie frodi. Nel 2025 l’11% degli oli etichettati come extravergine è risultato adulterato, una quota ben superiore al 2-3% registrato negli anni precedenti. La pratica più diffusa è la stessa che da tempo emerge anche nei controlli italiani: l’aggiunta di oli più economici, in particolare olio di girasole raffinato, spesso anche ossidato, “corretto” con coloranti e aromi per imitare l’aspetto e il gusto dell’olio d’oliva.
Questi falsi extravergini non vengono venduti a prezzi sospetti, anzi. Arrivano sul mercato – spesso in grandi confezioni da 5 litri – attraverso piccoli rivenditori, ristorazione e piattaforme online, a prezzi perfettamente allineati a quelli del vero extravergine. Un dettaglio che rende ancora più difficile per il consumatore accorgersi della truffa.
Il contesto economico ha fatto il resto. Le scarse produzioni degli ultimi anni, dovute a siccità, ondate di calore e diffusione di parassiti nei principali paesi produttori come Spagna e Grecia, hanno fatto impennare i prezzi. In alcuni momenti, un litro di olio d’oliva è arrivato a costare fino a nove volte più di un litro di olio di girasole. Un differenziale che ha reso le sofisticazioni ancora più redditizie.
Non solo frodi, però. Le analisi tedesche puntano i riflettori anche su un altro fronte, meno visibile ma altrettanto critico: quello dei contaminanti. In particolare negli oli di sansa – una categoria già di per sé più raffinata e meno pregiata – sono stati riscontrati livelli molto elevati di sostanze indesiderate.
Tra queste, gli idrocarburi degli oli minerali (MOSH e MOAH), che possono migrare negli alimenti da imballaggi, macchinari o contaminazioni ambientali. Se per i MOSH non si rileva un rischio immediato ai livelli medi attuali, per i MOAH il discorso è diverso: sono considerati potenzialmente cancerogeni. Nei campioni analizzati, i valori superavano di gran lunga le soglie di riferimento, fino a rendere gli oli non sicuri per il consumo.
A questi si aggiungono gli esteri di MCPD e glicidile, contaminanti che si formano durante i processi di raffinazione e anch’essi sotto osservazione per i possibili effetti sulla salute. Anche in questo caso, almeno un campione ha superato i limiti di legge.









