
Dal test di Que Choisir su 30 mieli di acacia e millefiori è emerso un quadro in chiaro scuro: da una parte calano le frodi sulle indicazioni di origine, dall’altra c’è una presenza diffusa di alcaloidi pirrolizidinici, tossine prodotte dalle piante, considerate potenzialmente cancerogene. Abbiamo chiesto a Conapi qual è la situazione del miele italiano
Un quadro in chiaro scuro, quello che emerge dal test effettuato dal mensile francese Que Choisir che ha portato in laboratorio 30 barattoli di miele di acacia e millefiori acquistati nella grande distribuzione e nei negozi biologici. Da una parte le analisi non hanno rilevato frodi evidenti: niente zuccheri aggiunti, nessuna falsa indicazione sull’origine botanica o geografica e nessun segnale di adulterazione. Dall’altro lato emerge una presenza diffusa di alcaloidi pirrolizidinici, tossine naturali prodotte da alcune piante, considerate potenzialmente cancerogene. In un caso, il miele millefiori Pouce (Auchan), bastano due cucchiaini da tè – circa 20 grammi – per superare la dose giornaliera massima raccomandata dall’Efsa per un adulto. Altri tre prodotti contengono livelli sufficientemente alti da determinare il superamento della dose raccomandata nei bambini piccoli.
Meno frodi, più controlli e calo del miele cinese
Partiamo dalle buone notizie. Il test francese mette in evidenza un calo di frodi sul mercato del miele che, negli ultimi anni, è stato considerato uno degli alimenti più esposti alle frodi commerciali. Le inchieste della Dgccrf francese, la Direzione generale della concorrenza, del consumo e della repressione frodi, e diversi test indipendenti avevano documentato la diffusione di mieli diluiti con sciroppi zuccherini, prodotti venduti come “miele di acacia” pur essendo millefiori, o ancora referenze che dichiaravano origini europee pur provenendo da Paesi extra Ue. Nel precedente confronto del 2021, ben 6 mieli su 27 analizzati presentavano anomalie di questo tipo. Oggi, invece, i controlli sembrano aver dato i loro frutti.
Secondo gli esperti, una delle spiegazioni più plausibili riguarda il drastico calo delle importazioni di miele cinese. In Francia, secondo i dati di InterApi, le importazioni dalla Cina si sono ridotte di quattro volte tra il 2021 e il 2024. Il motivo potrebbe essere legato anche alla nuova normativa europea sull’etichettatura, che obbliga a indicare con chiarezza il Paese d’origine del miele. Una misura nata proprio per contrastare le frodi e aumentare la trasparenza. Negli anni passati, infatti, i mieli provenienti dalla Cina risultavano frequentemente coinvolti in casi di adulterazione. In diversi campioni analizzati nel 2021 erano state rilevate tracce di zuccheri aggiunti o incongruenze sull’origine dichiarata. Anche le autorità francesi rivendicano un rafforzamento dei controlli. Nel rapporto annuale 2025, la Dgccrf parla di un aumento del 40% delle analisi e di una formazione specifica degli ispettori dedicata proprio alle frodi nel settore apistico.
Diffusa presenza di alcaloidi pirrolizidinici, potenzialmente cancerogeni
Bisogna precisare che il test ha preso in considerazione soltanto prodotti acquistati nella grande distribuzione e nei negozi bio. Restano esclusi i canali online e le vendite dirette, dove in passato sono state riscontrate più frequentemente irregolarità.
Passando alla qualità e sicurezza dei prodotti, non tutti i mieli offrono lo stesso livello qualitativo.
Le analisi hanno infatti valutato anche:
- freschezza del prodotto;
- eventuale presenza di residui di pesticidi;
- concentrazione di alcaloidi pirrolizidinici (AP), tossine naturali prodotte da alcune piante.
Proprio su quest’ultimo fronte emergono i risultati più preoccupanti. Gli AP sono sostanze prodotte naturalmente da alcune piante come meccanismo di difesa contro gli insetti. Le api possono raccoglierle durante il bottinamento e trasferirle nel miele. Queste tossine sono considerate potenzialmente cancerogene e possono essere presenti anche in tisane, tè, erbe aromatiche e integratori vegetali. Nel test, diversi mieli ne contenevano quantità ridotte e considerate compatibili con un consumo moderato. Ma alcuni campioni hanno mostrato livelli molto elevati. Il caso più problematico riguarda il miele millefiori Pouce (Auchan): secondo le analisi, bastano due cucchiaini da tè – circa 20 grammi – per superare la dose giornaliera massima raccomandata dall’Efsa per un adulto. Altri tre prodotti contenevano livelli sufficientemente alti da determinare il superamento della dose raccomandata nei bambini piccoli.
I mieli migliori del test
Tra i 30 prodotti analizzati, 7 sono stati classificati come di ottima qualità. Si tratta soprattutto di mieli di acacia, spesso biologici e di origine francese. Questi prodotti hanno superato brillantemente i test di freschezza, non contenevano residui di pesticidi e mostravano livelli assenti o molto bassi di alcaloidi pirrolizidinici. Di seguito l’elenco:
- Les compagnons du miel, miele di fiori selvatici di Francia – 21,09 €/kg;
- Le rucher de la Grenouillère, miele biologico di acacia (Francia) – 25 €/kg;
- La ruche, miele biologico di acacia (Francia) – 23,97 €/kg;
- U, miele di acacia di Francia – 23,20 €/kg;
- Mielizia, miele biologico di acacia italiano – 26,90 €/kg;
- Carrefour Bio, miele di acacia (Ungheria) – 17,40 €/kg
- Les apiculteurs vous disent merci! (Intermarché), miele cremoso millefiori (Francia) – 14,75 €/kg.
Oltre la metà giudicati di qualità “corretta”
La fascia più ampia del test comprende 17 mieli giudicati di qualità corretta. In questi prodotti sono stati riscontrati piccoli difetti: una freschezza non ottimale, che può compromettere parte della complessità aromatica originaria, oppure tracce limitate di pesticidi o alcaloidi pirrolizidinici. Tra questi figurano anche prodotti molto economici, con un costo di circa 6 euro al chilo, con miele importato da altri paesi, come Maribel (Lidl), miele di fiori (Argentina, Ungheria) e Grandessa (Aldi), miele di fiori (Ucraina, Argentina).
I mieli meno raccomandabili
Sei prodotti finiscono invece nella categoria meno consigliabile. Due prodotti – Famille Vacher e Les apiculteurs associés – non rispettavano i requisiti normativi di freschezza. Secondo il produttore, il problema sarebbe dovuto a cattive condizioni di conservazione presso i distributori. Altri mieli, invece, sono stati penalizzati soprattutto per l’elevata presenza di alcaloidi pirrolizidinici. Di seguito l’elenco dei prodotti peggiori del test:
- Paquito (Intermarché), miele di fiori (Argentina, Cile) – 6,60 €/kg;
- Pouce (Auchan), miele di fiori (Cile, Argentina, Moldavia) – 6,56 €/kg;
- Prix Mini (U), miele di fiori (Ucraina, Vietnam) – 5,92 €/kg;
- Les apiculteurs associés, miele biologico di fiori (Messico) – 11,57 €/kg.
- Miel l’apiculteur, cremoso e vellutato (Spagna, Francia) – 14,30 €/kg;
- Famille Vacher, miele di Francia – 13,17 €/kg.
Come scegliere un buon miele
Il test conferma che il prezzo basso spesso coincide con una qualità inferiore, anche se non necessariamente con una frode. Per orientarsi all’acquisto conviene:
- preferire mieli con origine chiaramente indicata;
- diffidare delle miscele di mieli provenienti da numerosi Paesi extra Ue;
- controllare che il miele non sia stato esposto a fonti di calore;
- privilegiare, quando possibile, prodotti biologici o filiere tracciabili.
Qual è la situazione del miele italiano? Risponde Conapi
Abbiamo chiesto a Maria Russano, responsabile laboratorio e controlli di Conapi un commento sui risultati del test francese.
Qual è la situazione del miele italiano, da un punto di vista della presenza degli alcaloidi pirrolizidinici?
Da diversi anni a questa parte, consideriamo decisamente importante approfondire l’evoluzione della presenza di queste sostanze nelle produzioni dei nostri soci. I valori fino ad ora rilevati nel miele riteniamo che non siano da considerarsi allarmanti, le specie di piante che producono PA (alcaloidi pirrolizidinici) risultano in parte diffuse sul territorio italiano, ma non contaminano le nostre produzioni abitualmente ed in taluni casi l’incidenza è risultata molto contenuta. Naturalmente, i nostri produttori sono professionisti del settore e tendono ad evitare areali caratterizzati da fioriture che potrebbero compromettere il raccolto e/o la salute dei consumatori. Nonostante ciò, alla luce dell’innalzamento delle temperature e dell’introduzione o espansione di nuove specie vegetali in territori precedentemente non considerati a rischio, non si può escludere che anche aree storicamente sicure possano in futuro diventare vulnerabili alla contaminazione da PA.
Da quali piante arrivano principalmente e cosa provocano?
Gli alcaloidi pirrolizidinici sono una classe di composti presenti in oltre 6000 specie vegetali, prevalentemente nelle famiglie delle Boraginaceae, delle Asteraceae e delle Fabaceae. Questi metaboliti secondari delle piante sono considerati una componente importante della difesa chimica delle piante e la loro ingestione può portare una serie di gravi problemi di salute, tra cui epatotossicità, genotossicità e cancerogenicità. Tra i numerosi alcaloidi del genere Echium già caratterizzati, l’echimidina è uno dei composti più comuni e rilevanti. Tra le piante che la contengono si annoverano diverse specie del genere Echium, quali E. amoenum, E. setosum, E. plantagineum ed E. vulgare, nonché Symphytum officinale e Symphytum asperum.
Quali azioni mettete in campo per ridurre o gestire la presenza di queste tossine?
Annualmente eseguiamo screening approfonditi sui prodotti conferiti dai nostri Soci, al fine di escludere la presenza di tali sostanze e monitorarne l’eventuale evoluzione nel territorio italiano. Pertanto, riteniamo fondamentale effettuare un controllo costante delle diverse produzioni. Dal punto di vista produttivo, riteniamo sia possibile ridurre il rischio di contaminazione attraverso buone pratiche agricole e apistiche, ad esempio evitando l’ubicazione degli apiari in prossimità di piante note per la produzione di PA, o pianificando la raccolta del polline nei periodi più sicuri dell’anno.









