
Secondo il rapporto Coop le vendite di kefir sono cresciute nell’ultimo anno di oltre il 50%, grazie ai benefici che questo prodotto promette. Li mantiene veramente? Lo abbiamo confrontato in laboratorio con yogurt greco e skyr. Ecco con quali risultati
Dopo la stagione di curcuma, zenzero, mango e avocado, è il momento del kefir e semi. Il rapporto Coop 2026 lo indica come protagonista di un vero e proprio boom, con vendite in crescita del 51,2%.
Una fama meritata? Il Salvagente aveva commissionato una sfida a tre, tra kefir, skyr e yogurt greco, portando i tre prodotti nei laboratori del Gruppo Maurizi.
Lo studio ha voluto analizzare tipologia e concentrazione di fermenti in questi tre prodotti per valutare se sono presenti differenze significative nella microflora. Nello specifico, lo studio sperimentale è stato condotto sulla concentrazione di Streptococcus thermophilus, Lactococcus spp, Bifidobacterium spp, Lactobacillus spp vivi nello yogurt, nel kefir, nello skyr.
Il nostro test
Abbiamo acquistato 9 vasetti di yogurt greco, altrettanti di kefir e di skyr, di tre marche differenti. Il numero dei campioni è stato in triplice per ciascuna marca di ciascun prodotto test per ottenere dei dati scientificamente validi. Dallo studio emerge che la concentrazione di batteri probiotici varia nei diversi prodotti analizzati.
Lo yogurt presenta una concentrazione di tutti i microrganismi pari almeno a 10^10 (cento miliardi di organismi). Il kefir presenta la stessa concentrazione dello yogurt per streptococchi, lattococchi e lattobacilli e una minore concentrazione (10^7) per i bifidobatteri.
Lo skyr riporta una panoramica differente. La concentrazione di bifidobatteri e lattobacilli è intorno a 10^3, dato notevolmente minore rispetto agli altri alimenti e non è stata rilevata la presenza di streptococchi e di lattococchi.
Dai numerosi studi effettuati su differenti ceppi di batteri lattici con riconosciuta capacità colonizzante si è potuto apprendere che la dose giornaliera consigliata si aggira intono a 10^9 cellule vive per persona adulta, dose che può essere assunta consumando yogurt e latti fermentati per i quali è accettato un valore minimo di batteri probiotici vivi alla scadenza non inferiore a 10^7 cellule/grammo.
Quanti batteri per stare meglio?
Sulla base delle evidenze scientifiche disponibili la quantità minima sufficiente per ottenere una temporanea colonizzazione dell’intestino da parte di un ceppo microbico è di almeno 10^9 cellule vive al giorno. Una quota che è raggiunta e spesso superata da yogurt greco e kefir ma non dallo skyr.
Va detto che i campioni sottoposti alle nostre prove sono stati analizzati tutti a 15 giorni dalla scadenza. Man mano che si avvicina il termine preferibile di consumo, come abbiamo visto nel lavoro pubblicato sul numero di aprile scorso, la quantità di fermenti diminuisce anche sensibilmente. A prescindere dalla scelta, dunque, meglio consumare questi prodotti sempre non oltre la scadenza soprattutto per non perdere l’azione benefica dei microrganismi probiotici vivi.
Nel nostro confronto da un punto di vista di concentrazione di batteri probiotici presenti, i risultati migliori li ha presentati sicuramente lo yogurt. A seguire troviamo il kefir e poi lo skyr, che presenta valori inevitabilmente minori in quanto è un formaggio.
L’apporto di fermenti lattici vivi, oramai lo abbiamo imparato attraverso moltissime ricerche scientifiche, è un elemento fondamentale nella nostra alimentazione.
Tutti i probiotici vivi sono speciali colture batteriche che si caratterizzano per la loro capacità di prevenire fenomeni diarroici, ridurre il livello di colesterolo nel sangue, alleviare i sintomi da malassorbimento del lattosio a livello intestinale nei soggetti sensibili, rinforzare il sistema immunitario dell’organismo, e ripristinare l’equilibrio della microflora intestinale.










