Gamberetti, la mutilazione choc per produrre di più

GAMBERI

Negli allevamenti intensivi le femmine di gambero subiscono l’asportazione di un occhio per deporre più uova. Le Ong denunciano dolore e mortalità, mentre industria e certificatori promettono un divieto entro il 2030.

Dietro molti gamberetti d’allevamento venduti nei supermercati si nasconde una pratica di cui il consumatore difficilmente può avere notizia. Per accelerare la riproduzione, negli incubatoi viene reciso, schiacciato o cauterizzato uno dei peduncoli oculari delle femmine riproduttrici. L’intervento si chiama ablazione del peduncolo oculare e viene normalmente eseguito senza anestesia.

Non si tratta semplicemente di eliminare un occhio. Nei crostacei decapodi il peduncolo oculare contiene un importante centro neuroendocrino che produce ormoni coinvolti nella muta, nel metabolismo e nella maturazione delle ovaie. Eliminandolo si riduce la produzione degli ormoni che frenano la maturazione sessuale: le femmine cominciano così a produrre uova più rapidamente e con tempi più prevedibili.

Il vantaggio per gli allevatori è economico. Le schiuse possono essere programmate, gli incubatoi ottengono più larve e la produzione diventa più regolare. A pagare il prezzo sono però le femmine, esposte a traumi, stress, maggiore vulnerabilità alle malattie e mortalità più elevata.

Le reazioni degli animali indicano sofferenza

Durante l’intervento i gamberetti agitano violentemente la coda, cercano di sottrarsi alla manipolazione e tentano la fuga. Per le organizzazioni animaliste si tratta di comportamenti compatibili con una forte reazione al dolore.

Il dibattito scientifico sulla capacità degli invertebrati di provare dolore è rimasto aperto a lungo, ma negli ultimi anni le evidenze si sono accumulate. Una vasta revisione commissionata al London School of Economics dal governo britannico ha concluso che i crostacei decapodi, tra i quali gamberi, granchi e aragoste, devono essere considerati esseri senzienti, capaci di provare dolore e sofferenza.

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Anche l’Aquaculture Stewardship Council, l’organizzazione che gestisce la certificazione ASC, definisce l’ablazione “una forma di mutilazione che provoca sofferenza e stress”. Nei propri documenti tecnici riconosce inoltre che l’allevamento senza ablazione può migliorare la sopravvivenza e allungare la vita riproduttiva delle femmine eppure consente questa pratica.

Le inchieste delle Ong

La pratica è stata denunciata da diverse organizzazioni internazionali, tra cui Shrimp Welfare Project, Aquatic Life Institute, International Council for Animal Welfare, The Humane League e Fair Fish.

Una delle documentazioni più recenti è stata realizzata dall’Observatorio de Bienestar Animal insieme a We Animals. Filmati e fotografie raccolti in allevamenti asiatici destinati anche al mercato europeo mostrano femmine immobilizzate dagli operatori mentre uno dei peduncoli oculari viene reciso. L’indagine descrive la procedura come sistematica e funzionale all’elevata domanda di gamberetti a basso costo.

We Animals ha inoltre documentato altri aspetti dell’allevamento intensivo: densità elevate, manipolazioni, mortalità e immersione in miscele di acqua e ghiaccio al momento dell’uccisione. Quest’ultimo metodo, molto diffuso, non garantisce una perdita immediata di coscienza e può determinare una morte prolungata per freddo e asfissia.

Secondo Shrimp Welfare Project, ogni anno vengono allevati nel mondo circa 440 miliardi di gamberetti. Le femmine sottoposte direttamente all’ablazione sono una frazione molto più piccola, stimata nell’ordine di milioni, ma da esse discendono enormi quantità di animali destinati agli allevamenti.

La mutilazione non sarebbe indispensabile

Le Ong contestano soprattutto l’idea che l’intervento sia inevitabile. Esperienze commerciali e studi condotti negli incubatoi indicano che il gambero dalle zampe bianche (Penaeus vannamei), la specie più allevata al mondo, può essere riprodotto senza ablazione.

La maturazione può essere favorita selezionando linee genetiche adatte, migliorando alimentazione e condizioni ambientali e utilizzando un numero maggiore di femmine. Secondo ASC, rinunciare all’intervento può ridurre la frequenza delle deposizioni e il numero complessivo di larve prodotte da ciascuna femmina, ma aumenta la sopravvivenza e la durata della sua vita riproduttiva.

Più complessa viene considerata la transizione per il gambero tigre gigante (Penaeus monodon), sul quale le conoscenze e la disponibilità di riproduttori non sottoposti ad ablazione sono ancora inferiori. Anche in questo caso, però, il settore sta sviluppando alternative.

Le prime risposte dei produttori

Una parte dell’industria ha cominciato a cambiare. Il produttore ecuadoriano Cofimar, attraverso un accordo con Shrimp Welfare Project, il commerciante Klaas Puul e la catena Albert Heijn, ha eliminato l’ablazione per i gamberetti destinati a questa filiera. L’accordo prevede inoltre limiti alla densità di allevamento e l’impiego dello stordimento elettrico prima dell’uccisione. Il progetto interessa almeno 1.500 tonnellate, pari secondo l’organizzazione a circa 100 milioni di animali ogni anno.

Anche alcuni allevamenti asiatici hanno cominciato a utilizzare riproduttrici non sottoposte ad ablazione e sistemi di stordimento elettrico. Le iniziative dimostrano che il cambiamento è tecnicamente possibile, ma restano limitate rispetto alle dimensioni globali del settore.

La principale risposta collettiva dei produttori è arrivata dalla Global Seafood Alliance, associazione internazionale che gestisce lo standard Best Aquaculture Practices. Nell’agosto 2025 ha annunciato che le aziende certificate BAP dovranno rinunciare all’ablazione, o all’acquisto di larve provenienti da incubatoi che la praticano, entro la fine del 2030.

La decisione riguarda quasi 1.900 allevamenti e 150 incubatoi, con una produzione complessiva vicina a 800mila tonnellate l’anno. L’amministratore delegato della Global Seafood Alliance, Mike Kocsis, ha ammesso che l’ablazione “non dovrebbe più essere considerata tra le migliori pratiche” dell’acquacoltura, pur sostenendo che per alcuni produttori la transizione sarà difficile.

I marchi sostenibili non garantiscono ancora l’assenza della pratica

La certificazione biologica europea vieta l’ablazione del peduncolo oculare e procedure analoghe. Per chi vuole evitare prodotti legati a questa pratica, il biologico offre dunque al momento l’indicazione più netta.

Diversa è la situazione degli altri marchi di sostenibilità. Le certificazioni ASC e BAP non garantiscono ancora, da sole, che i gamberetti provengano da femmine non mutilate. Entrambi gli standard hanno previsto una transizione: BAP ha fissato la scadenza alla fine del 2030, mentre il percorso ASC varia in base alla specie e dovrebbe arrivare alla completa eliminazione tra il 2029 e il 2031.

ASC giustifica i tempi con la diversa disponibilità di larve “ablation free” nelle aree produttrici e con le maggiori difficoltà incontrate per il gambero tigre. Le Ong replicano che scadenze così lontane consentono di proseguire per anni una mutilazione già oggi evitabile almeno nelle filiere del Penaeus vannamei.

La grande distribuzione comincia a muoversi

La pressione delle associazioni ha prodotto risultati soprattutto nel Regno Unito e nel Nord Europa. Tesco, Marks & Spencer, Sainsbury’s, Waitrose, Co-op e altre catene hanno eliminato l’ablazione o stabilito scadenze ravvicinate per farlo. Alcune stanno introducendo anche lo stordimento elettrico, considerato preferibile alla morte per immersione nel ghiaccio.

Nel giugno 2026 Lidl ha dichiarato che, dal gennaio dello stesso anno, il proprio assortimento permanente internazionale a marchio privato di gamberetti d’allevamento proviene interamente da filiere senza ablazione. L’azienda riconosce che questa pratica non è compatibile con la propria definizione di benessere animale, ma sullo stordimento elettrico invoca ulteriori verifiche sulla fattibilità industriale e sui parametri da utilizzare.

Anche Aldi Süd ha annunciato l’eliminazione dell’ablazione dalle filiere mondiali entro il 2030. Gli impegni dei distributori dimostrano che un rapido abbandono è possibile, ma non esiste ancora uno standard uniforme valido per tutto il mercato europeo.

Sull’etichetta non c’è scritto nulla

Per il consumatore il problema resta quasi invisibile. A essere sottoposte all’intervento sono le madri dei gamberetti venduti, non gli animali che arrivano sul banco frigorifero. L’etichetta, inoltre, non deve indicare il metodo utilizzato negli incubatoi.

La normativa europea sul benessere al momento dell’uccisione non si applica agli invertebrati e, salvo le regole della produzione biologica, non impone un divieto generale dell’ablazione nelle filiere convenzionali. La Commissione europea ha riconosciuto questa lacuna e affidato all’Efsa il compito di approfondire il benessere dei decapodi, ma al momento la tutela dipende soprattutto da certificazioni e impegni volontari.

Finché non sarà introdotta un’informazione specifica, il consumatore potrà soltanto scegliere prodotti biologici oppure chiedere a distributori e aziende una garanzia esplicita che i gamberetti provengano da riproduttrici “ablation free”.