Preaperture della caccia, scoppia la polemica

CACCIA PIOMBO

Il 2 settembre parte la caccia anticipata in diverse regioni. Enpa denuncia i rischi per fauna ed ecosistemi, mentre Ispra e Commissione europea sollevano criticità sulla riforma della legge venatoria in Parlamento.

Mercoledì 2 settembre, in diverse regioni italiane, i cacciatori potranno imbracciare i fucili prima dell’avvio generale della stagione venatoria, fissato quest’anno al 20 settembre. Le cosiddette preaperture della caccia, autorizzate dai calendari regionali per determinate giornate, specie e modalità di prelievo, tornano così al centro delle polemiche.

A contestarle duramente è l’Enpa, Ente nazionale protezione animali, secondo cui consentire gli abbattimenti dopo un’estate caratterizzata da caldo, siccità e incendi significa aggiungere un’ulteriore pressione su animali e habitat già in difficoltà.

“Il 2 settembre si comincia a sparare non soltanto contro gli animali selvatici, ma contro la scienza e contro la coscienza di milioni di italiani”, denuncia l’associazione. L’Enpa parla di una scelta “inaccettabile sul piano scientifico, etico e culturale” e invita le Regioni a rinunciare alle anticipazioni.

Che cosa sono le preaperture

La legge 157 del 1992, norma quadro sulla protezione della fauna selvatica e sull’attività venatoria, stabilisce che la stagione di caccia ordinaria inizi la terza domenica di settembre. La stessa legge permette tuttavia alle Regioni, sentito l’Ispra, di anticipare al primo settembre il prelievo di alcune specie, indicando tempi, territori e modalità.

Non si tratta quindi di un’apertura indiscriminata. Le autorizzazioni possono essere limitate ad alcune giornate, alla caccia da appostamento e a specifiche specie, con restrizioni nelle aree protette e nelle Zone di protezione speciale.

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In Toscana, per esempio, la preapertura è stata prevista il 2 e il 6 settembre, esclusivamente da appostamento, per piccione, tortora dal collare e storno, nell’ambito dei provvedimenti regionali di deroga destinati a prevenire i danni alle coltivazioni. In Emilia-Romagna il calendario consente invece, in alcune giornate precedenti il 20 settembre, la caccia da appostamento alla fauna migratoria autorizzata.

Il quadro, tuttavia, varia da regione a regione e può cambiare anche in seguito a ricorsi amministrativi. L’Enpa indica Valle d’Aosta, Lombardia, Umbria e Lazio tra le Regioni che non avrebbero disposto la preapertura del 2 settembre. Per la Lombardia è però necessaria una precisazione: un decreto regionale del 6 agosto 2026 ha autorizzato nel territorio dell’Atc unico di Brescia un’attività anticipata dal 3 settembre, limitata a cornacchia grigia, gazza e ghiandaia.

Il nodo degli animali ancora in riproduzione

Secondo l’Enpa, il problema non riguarda soltanto gli esemplari appartenenti alle specie cacciabili. Gli spari, il passaggio dei cacciatori e la presenza dei cani possono provocare un disturbo diffuso della fauna, coinvolgendo anche animali protetti o ancora impegnati nell’allevamento dei piccoli.

L’associazione cita il caso del colombaccio, per il quale a settembre possono essere ancora presenti nidiate dipendenti dagli adulti. L’abbattimento di un genitore, sostiene l’Enpa, rischia quindi di condannare anche i giovani rimasti nel nido.

A questa pressione si aggiungono gli effetti della crisi climatica: minore disponibilità di acqua, riduzione delle risorse alimentari, incendi e alterazione degli habitat. Da qui la richiesta di sospendere almeno le aperture anticipate negli anni in cui le condizioni ambientali risultano particolarmente sfavorevoli.

La riforma della legge sulla caccia

La protesta sulle preaperture si intreccia con lo scontro sulla proposta di legge 2984, definita dalle associazioni animaliste e ambientaliste “Caccia selvaggia”. Il provvedimento, già approvato dal Senato come disegno di legge 1552, è stato trasmesso alla Camera il 24 giugno ed è ancora in esame nella commissione Agricoltura.

Il testo modifica in numerosi punti la legge 157/1992. Tra le misure più contestate ci sono la riapertura alla cattura di uccelli da usare come richiami vivi, l’eliminazione del limite numerico agli appostamenti fissi, l’ampliamento delle specie cacciabili, la possibilità di estendere alcuni prelievi oltre l’inizio di febbraio e la riduzione del peso dei pareri scientifici dell’Ispra.

Non tutte le disposizioni sono state bocciate dall’Istituto. Nella memoria presentata alla Camera, l’Ispra riconosce che un’attività venatoria rigorosamente pianificata, fondata su dati scientifici e su prelievi sostenibili, può essere compatibile con la conservazione della natura. Individua però diverse criticità nel testo.

L’Istituto osserva, tra l’altro, che circa il 35% delle specie di uccelli nidificanti in Italia risulta in declino, con difficoltà particolarmente marcate per quelle legate agli ambienti agricoli. Per questo ritiene poco coerente ampliare l’elenco delle specie cacciabili senza prevedere contemporaneamente una maggiore protezione per animali in stato di conservazione sfavorevole, come allodola e pernice bianca.

Ispra segnala inoltre possibili contrasti con le norme europee: dalla cattura dei richiami vivi alla possibilità di prolungare la caccia durante la migrazione prenuziale, fino alla previsione di un tetto massimo del 30% di territorio sottratto all’attività venatoria.

Anche Bruxelles chiede correzioni

Le perplessità non arrivano soltanto dalle associazioni. Rispondendo a un’interrogazione parlamentare, la commissaria europea all’Ambiente Jessika Roswall ha confermato che una valutazione preliminare della riforma ha individuato alcuni aspetti potenzialmente incompatibili con la direttiva Uccelli e con la direttiva Habitat.

La Commissione europea ha contattato le autorità italiane e, secondo la risposta della commissaria, il governo avrebbe comunicato di stare valutando modifiche al testo per tenere conto delle osservazioni ricevute. Non si tratta, almeno per ora, dell’avvio di una procedura d’infrazione, ma di un confronto preventivo diretto a evitare violazioni del diritto europeo.

Per l’Enpa, tuttavia, il segnale di Bruxelles conferma la necessità di fermare il provvedimento. L’associazione richiama anche l’articolo 9 della Costituzione, che affida alla Repubblica la tutela dell’ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali, e rivolge un appello ai cacciatori perché rinuncino volontariamente alle preaperture.

“La fauna è patrimonio di tutti, non proprietà di chi imbraccia un fucile”, sostiene l’Enpa. Al di là dei toni molto netti del comunicato, la questione posta è concreta: stabilire se, nelle condizioni ambientali attuali, le anticipazioni regionali siano fondate su dati aggiornati e realmente compatibili con la conservazione delle popolazioni selvatiche.

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