Fosfina negli alimenti importati: quasi l’8% dei campioni supera i limiti

fosfina

Il laboratorio tedesco Cvua ha analizzato 168 campioni di cereali, frutta secca, spezie e legumi provenienti da paesi extra Ue, trovando il pesticida fosfina in quantità rilevanti: anacardi, ceci, fagioli e sesamo nero i più problematici. Nei biologici la situazione è migliore

C’è un pesticida gassoso, altamente tossico e praticamente inodore alle concentrazioni dannose, che viene usato per fumigare i prodotti alimentari secchi durante i lunghi trasporti internazionali. Si chiama fosfina, ed è il fumigante più utilizzato al mondo per la protezione delle merci immagazzinate. Ora un’indagine dell’Ufficio di indagini chimiche e veterinarie di Stoccarda (Cvua Stuttgart) rivela che nei prodotti convenzionali provenienti da paesi extra Ue i residui di questo gas sono tutt’altro che rari — e in quasi l’8% dei campioni superano i limiti di legge.

Cos’è la fosfina e perché fa paura

La fosfina è un gas incolore che entra nell’organismo principalmente per inalazione o ingestione. Il suo odore di aglio o pesce — che pure la caratterizza — diventa percepibile dall’uomo solo a concentrazioni già superiori al livello considerato dannoso. Agisce su tre meccanismi tossici contemporaneamente: sopprime il metabolismo energetico cellulare (la produzione di Atp), induce stress ossidativo attraverso la formazione di specie reattive dell’ossigeno, e inibisce l’attività dell’acetilcolinesterasi con effetti neurotossici. Cervello e cuore sono gli organi più colpiti. A concentrazioni intorno alle 1.000 ppm, la fosfina è letale dopo soli cinque minuti di esposizione; a 7 ppm, effetti potenzialmente letali non sono esclusi dopo trenta minuti.

Nella pratica, la fosfina non viene usata direttamente in forma gassosa ma attraverso composti solidi come il fosfuro di alluminio o il fosfuro di zinco, che reagiscono con l’umidità dell’aria rilasciando il gas attivo. Il suo utilizzo come fumigante per i prodotti immagazzinati è legale e regolamentato; i problemi emergono quando le procedure non vengono rispettate o quando i residui negli alimenti superano i limiti consentiti.

I risultati dell’indagine

Tra il 2025 e l’aprile 2026, il Cvua di Stoccarda ha analizzato 168 campioni di alimenti a basso contenuto di umidità — cereali, frutta secca, spezie, legumi, semi oleosi, tè verde — provenienti da diverse regioni, con una prevalenza di paesi extra Ue. Di questi, 114 da agricoltura convenzionale e 54 da agricoltura biologica.

Il quadro che emerge per i prodotti convenzionali è preoccupante: quasi la metà dei campioni (48%) presentava residui di fosfina rilevabili, e quasi un terzo (31%) superava il limite di rilevabilità di 2 µg/kg. Il 14% mostrava livelli superiori a 10 µg/kg — soglia che in alcuni casi corrisponde già al massimo consentito dalla legge. In totale, 9 campioni su 114 hanno superato i limiti legali, con un tasso di non conformità di quasi l’8%. “Per un confronto approssimativo”, sottolinea il Cvua, “i tassi di reclami per frutta e verdura fresca presso il nostro laboratorio nel 2024 erano rispettivamente del 5% e del 3%, considerando in ciascun caso oltre 700 principi attivi di pesticidi.” Un dato che rende ancor più significativo l’8% rilevato per la sola fosfina.

sponsor

I prodotti più problematici

I superamenti dei limiti hanno riguardato anacardi, ceci, fagioli e sesamo nero. Nel dettaglio: anacardi con residui fino a 0,21 mg/kg a fronte di un limite di 0,09; ceci fino a 0,15 mg/kg contro un limite di 0,01; sesamo nero a 0,17 mg/kg contro un limite di 0,05; fagioli provenienti da Argentina ed Egitto oltre il limite di 0,01 mg/kg; curcuma e tubi (dal Kazakistan) anch’essi fuori norma. In generale, i gruppi merceologici con i livelli più elevati sono stati semi oleosi, spezie, legumi e frutta a guscio.

Per i campioni biologici il quadro è migliore ma non privo di criticità: il 24% presentava residui rilevabili, ma solo il 7,4% superava il limite di rilevabilità. Nessun campione biologico ha superato i limiti di legge. Le basse concentrazioni riscontrate, precisa il Cvua, “suggeriscono che la fosfina non sia stata utilizzata intenzionalmente, ma che la contaminazione si sia verificata durante lo stoccaggio” — per esempio in magazzini condivisi con prodotti convenzionali fumigati.

Nessun rischio immediato, ma il monitoraggio è necessario

Il Cvua chiarisce che, sulla base della valutazione tossicologica effettuata — confrontando i livelli rilevati con la Dose acuta di riferimento (ARfD) di 0,019 mg/kg di peso corporeo — i superamenti riscontrati “non indicano alcun rischio immediato per la salute dei consumatori” derivante dal consumo abituale di questi prodotti. Tuttavia, un superamento dei limiti può indicare una fumigazione eseguita in modo improprio e comporta comunque il ritiro del prodotto dal mercato.

“L’elevato tasso di segnalazioni relative alla fosfina dimostra che lo sforzo analitico aggiuntivo richiesto per la sua rilevazione è giustificato”, conclude il Cvua. “Continueremo pertanto a monitorare attentamente la fosfina.” Un impegno tutt’altro che scontato: rilevare la fosfina negli alimenti richiede strumentazione dedicata e tecniche analitiche specifiche — la cosiddetta tecnica headspace — non utilizzate nei controlli standard sui pesticidi.