
Sul nuovo numero del Salvagente l’inchiesta sull’obsolescenza programmata. Anticipiamo il caso Hp: aggiornamenti firmware possono bloccare anche cartucce originali, costringendo all’acquisto di nuove. Le accuse, i casi e le risposte dell’azienda
La stampante sul tavolo di Enrico Icardi, fondatore e Ceo di welance, società di servizi digitali con sedi in Italia e in Germania, funzionava perfettamente. Funzionava, fino a quando non ha smesso di farlo. Non perché si fosse rotta. Non perché il toner fosse finito. La cartuccia era nuova, appena installata, originale Hp. Eppure lo schermo della macchina mostrava un errore e si rifiutava di stampare.
Icardi, abituato per mestiere a ragionare sui sistemi digitali, ha fatto quello che farebbe chiunque: ha contattato l’assistenza. Prima quella automatica, poi quella umana. La risposta, in entrambi i casi, è stata la stessa: nessuno era in grado di sbloccare la cartuccia. Non perché non volessero, ma perché non potevano. La data di “scadenza” del prodotto era codificata da qualche parte in un server remoto, e nessun operatore del supporto Hp aveva gli strumenti per modificarla. L’unica soluzione prospettata era acquistare una cartuccia nuova. Quella, perfettamente funzionante, andava buttata.
“È una semi-truffa”, dice Icardi senza mezzi termini. “Butto via una cosa nuova per una scadenza che esiste su un server, che nessuno è in grado di cambiare, e che tra l’altro costa qualcosa anche a Hp in termini di gestione del supporto. È un’obsolescenza programmata che danneggia non solo l’ambiente ma anche il consumatore, senza nemmeno avere il vantaggio di essere efficiente per chi la produce”.
Una strategia
L’osservazione di Icardi non è soltanto quella di un consumatore frustrato. È quella di un professionista del digitale che riconosce la struttura del meccanismo: un blocco artificiale imposto via software su un oggetto fisico ancora pienamente funzionante, impossibile da aggirare persino per chi dovrebbe offrire assistenza. Un sistema progettato, in altre parole, non per proteggere il consumatore ma per costringerlo a riacquistare un altro prodotto della stessa azienda.
Quello che Icardi ha sperimentato sulla propria pelle non è un caso isolato né un malfunzionamento occasionale. Il web è pieno di casi dello stesso tipo, cioè che raccontano lo stesso problema. È quindi la conseguenza di una strategia aziendale che Hp persegue da anni e che, negli ultimi mesi, si è ulteriormente radicalizzata.
Al centro di questa strategia c’è il sistema chiamato “Dynamic Security”: un meccanismo firmware che consente alle stampanti Hp di verificare l’autenticità delle cartucce installate e di bloccare quelle ritenute non conformi. Nella sua versione originaria, era presentato come uno strumento di protezione contro le cartucce contraffatte. Nella pratica, si è trasformato in qualcosa di molto più pervasivo. Nel marzo 2025, un aggiornamento firmware – il codice 20250209 – ha iniziato a bloccare stampanti laser Hp con codice di errore 11, impedendo la stampa anche con cartucce originali Hp regolarmente acquistate e installate da settimane senza alcun problema.
Non cartucce contraffatte, non cartucce di terze parti: cartucce Hp originali, comprate a prezzo pieno, rese improvvisamente inutilizzabili da un aggiornamento software scaricato in automatico dalla rete.
A gennaio 2026, Hp ha rilasciato un ulteriore aggiornamento firmware – la versione v2602A/B – che ha esteso il sistema Dynamic Security ad almeno undici modelli di stampante, espandendo il blocco a qualsiasi cartuccia priva di chip Hp certificato.
Tra i modelli colpiti figurano dispositivi con quasi nove anni di vita, acquistati in buona fede da consumatori che non avevano alcuna ragione di aspettarsi che un aggiornamento software avrebbe reso inutilizzabili i materiali di consumo per di più originali e acquistati legalmente.
La posizione di Hp
La posizione ufficiale di Hp su questo è contradditoria: un agente del supporto Hp, rispondendo alle segnalazioni di marzo 2025, ha scritto nel forum ufficiale che “l’errore 11 sulla LaserJet MFP M234dw dopo un recente aggiornamento firmware è probabilmente dovuto alla funzione Dynamic Security, che può bloccare cartucce più vecchie o non originali, anche se funzionavano bene prima”. L’agente suggeriva di pulire i contatti, fare il downgrade del firmware o attendere nuovi aggiornamenti. In altre parole: il supporto ufficiale Hp ammette che il proprio firmware blocca cartucce che funzionavano, suggerisce il downgrade come soluzione, ma non offre alcun rimedio strutturale. Nel novembre 2024, un avvocato californiano di nome Donald Hall ha intentato una class action da cinque milioni di dollari contro Hp davanti al tribunale federale del distretto centrale della California. L’accusa è di aver utilizzato un vero e proprio “kill switch” per disabilitare stampanti e cartucce dei consumatori che avevano disdetto l’abbonamento al programma Instant Ink, costringendoli di fatto a rientrare nel servizio in abbonamento per riacquistare la funzionalità di una macchina di loro proprietà. Il caso descrive una condotta che, secondo i querelanti, configura non solo una violazione contrattuale ma una frode per omissione: Hp non avrebbe mai informato gli utenti, al momento dell’acquisto, che la stampante avrebbe potuto essere disabilitata da remoto. Il Salvagente ha inviato una richiesta di commento all’ufficio stampa di Hp Italia. Al momento della pubblicazione, l’azienda non ha risposto.
Reazioni internazionali
Se allarghiamo lo sguardo al fronte europeo, c’è chi ha preso l’iniziativa. Nel 2024, l’associazione francese Hop – Halte à l’obsolescence programmée – ha presentato un esposto al pubblico ministero, accusando Hp di pratiche commerciali aggressive e illegali finalizzate a spingere i consumatori all’acquisto di nuove cartucce. Un inchiostro, ha calcolato Hop, che in certi modelli arriva a costare l’equivalente di settemila e cinquecento euro al litro.
Il quadro che emerge è quello di un’azienda che ha trasformato l’aggiornamento firmware – uno strumento nato per migliorare i prodotti – in un meccanismo di controllo post-vendita. Un meccanismo che non smette di funzionare quando il consumatore ha pagato, ma continua a operare a distanza, su oggetti fisici che il consumatore possiede legalmente, ridefinendo unilateralmente e senza preavviso le condizioni d’uso di ciò che ha acquistato.










