Nel sangue di chi ha avuto un infarto molte microplastiche: lo studio italiano

MICROPLASTICHE

Uno studio italiano rileva microplastiche nel sangue coronarico dell’84% dei pazienti colpiti da infarto, suggerendo un’associazione con il rischio cardiovascolare e l’infarto

Le microplastiche sono ormai ovunque: nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo, negli alimenti e persino nei tessuti del corpo umano. Ma potrebbero avere un ruolo anche nelle malattie cardiovascolari?

Una nuova ricerca italiana aggiunge un tassello importante a questa ipotesi, mostrando che le persone colpite da un infarto acuto presentano una quantità significativamente maggiore di micro- e nanoplastiche nel sangue che scorre nelle arterie coronarie rispetto ai pazienti senza eventi cardiaci.

Lo studio, pubblicato sull’European Heart Journal, è stato coordinato da Pasquale Paolisso dell’Unità di Cardiologia dell’Ospedale Universitario Sant’Andrea di Roma ed è stato firmato da un team di ricercatori del Sant’Andrea-Sapienza Università di Roma, dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli e dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona.

Microplastiche nelle arterie che alimentano il cuore

L’obiettivo dei ricercatori era verificare se le micro- e nanoplastiche fossero presenti nella circolazione coronarica, cioè nel sangue che attraversa le arterie responsabili dell’irrorazione del cuore, e se la loro presenza fosse associata a un maggior rischio di malattie cardiovascolari.

Per farlo sono stati arruolati 61 pazienti sottoposti a coronarografia per sospetta cardiopatia. Dopo l’esame, i partecipanti sono stati suddivisi in tre gruppi:

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  • pazienti con infarto miocardico acuto;
  • pazienti con sindrome coronarica cronica;
  • soggetti con arterie coronarie normali, utilizzati come gruppo di controllo.

Oltre l’84% dei pazienti con infarto aveva microplastiche nel sangue

I risultati mostrano una differenza netta tra i tre gruppi.

Nei pazienti colpiti da infarto, le microplastiche sono state individuate nel sangue coronarico in oltre l’84% dei casi. La percentuale scendeva al 40% tra chi soffriva di sindrome coronarica cronica e a circa un terzo (32%) nei soggetti senza evidenza di malattia coronarica.

Non solo. Nei pazienti con infarto è stata riscontrata anche una maggiore varietà di particelle plastiche, segno di un’esposizione più ampia. Il materiale predominante era il polietilene, che rappresentava il 97% delle particelle identificate.

Fumo e smog aumentano la probabilità di esposizione

Lo studio ha preso in considerazione anche alcuni fattori di rischio ambientali e comportamentali. Dall’analisi è emerso che i fumatori presentavano una probabilità significativamente più elevata di avere micro- e nanoplastiche nel sangue.

Anche una maggiore esposizione cronica al particolato atmosferico (PM) risultava associata a una presenza più frequente di particelle plastiche nei vasi sanguigni.

Secondo gli autori, fumo e inquinamento potrebbero facilitare il passaggio delle micro- e nanoplastiche dai polmoni al circolo sanguigno, aumentando così la quantità di particelle che raggiungono il sistema cardiovascolare.

Un’associazione, non ancora una prova di causa-effetto

I ricercatori invitano tuttavia alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. Lo studio dimostra infatti un’associazione, ma non prova che siano le microplastiche a provocare direttamente l’infarto.

Resta però il fatto che la presenza di queste particelle è risultata molto più frequente nei pazienti con l’evento cardiaco più grave. Un dato che si aggiunge alle evidenze accumulate negli ultimi anni, secondo cui le microplastiche possono favorire infiammazione, stress ossidativo e alterazioni del sistema immunitario, tutti meccanismi coinvolti anche nello sviluppo dell’aterosclerosi.

Saranno ora necessari studi su un numero più ampio di pazienti e con un follow-up prolungato per capire se le microplastiche rappresentino un semplice indicatore di esposizione ambientale o un vero fattore di rischio cardiovascolare modificabile.