Cartella clinica a pagamento? La prima copia deve essere gratuita

 

Dalla copia digitale a quella cartacea, per ottenere la cartella clinica in molte strutture sanitarie italiane viene ancora richiesto un pagamento: da 10 euro per la copia digitale, a 60 euro per quella cartacea spedita a casa. Eppure il regolamento europeo sulla privacy e una sentenza della Corte di Giustizia Ue parlano chiaro: la prima copia deve essere gratuita

Download via internet a un costo di 25 euro“, “copia cartacea con spedizione a 65 euro“, “formato elettronico a 10 euro, cartaceo a 26 euro”. Sono alcuni esempi dei costi richiesti da numerose strutture sanitarie italiane per consegnare ai pazienti la propria cartella clinica, senza che ci siano servizi aggiuntivi. Lo ha denunciato una rilevazione effettuata dal Fatto Quotidiano: molti ospedali e cliniche continuano a prevedere tariffe che possono arrivare anche a diverse decine di euro, nonostante quanto stabilito dalla normativa europea e ribadito nel 2023 dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, secondo cui il paziente ha diritto a ricevere gratuitamente la prima copia dei propri dati sanitari.

Secondo il Regolamento Ue la prima copia è gratuita

Il punto di partenza è l’articolo 15 del Regolamento europeo 2016/679 (Gdpr), che disciplina il diritto di accesso ai dati personali. La norma stabilisce chiaramente che l’interessato ha diritto a ottenere una copia dei dati personali oggetto di trattamento e che la prima copia deve essere fornita gratuitamente. Solo per eventuali copie successive l’amministrazione può richiedere un contributo economico ragionevole, commisurato ai costi amministrativi sostenuti. Per anni, tuttavia, molte strutture sanitarie hanno sostenuto che la cartella clinica fosse un documento diverso dal semplice accesso ai dati personali e hanno continuato ad applicare i tradizionali tariffari previsti dalle normative nazionali.

A chiarire definitivamente la questione è intervenuta la Corte di Giustizia dell’Unione europea. Con la sentenza del 26 ottobre 2023 (causa C-307/22), i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che il diritto previsto dal Gdpr comprende anche la documentazione sanitaria necessaria affinché il paziente possa comprendere i dati che lo riguardano. In pratica, quando la cartella clinica rappresenta il mezzo indispensabile per esercitare il diritto di accesso, la prima copia deve essere rilasciata senza alcun costo. La Corte ha inoltre precisato che gli Stati membri non possono subordinare tale diritto al pagamento di un corrispettivo.

La realtà racconta un’altra storia

Nonostante il quadro giuridico sembri ormai definito, la situazione negli ospedali italiani resta molto eterogenea. Secondo la ricognizione del Fatto Quotidiano, molte strutture continuano a pubblicare tariffari che prevedono costi anche elevati:

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  • 25 euro per il download online;
  • 40 euro per il ritiro allo sportello;
  • fino a 65 euro per la spedizione della copia cartacea;
  • oppure 10 euro per il formato elettronico e 26 euro per quello cartaceo.

Chi viene dimesso dopo un ricovero o un intervento chirurgico, nella maggior parte dei casi, continua quindi a ricevere richieste economiche che, almeno alla luce dell’interpretazione della Corte europea, non sembrano più giustificate per la prima copia.

C’è anche chi non fa pagare 

Gli Spedali Civili di Brescia hanno precisato pubblicamente di essersi adeguati alla normativa europea. In una nota diffusa dopo la segnalazione di una cittadina, l’azienda sanitaria spiega di operare “nel pieno rispetto delle norme” e di garantire, su richiesta dell’utente, il rilascio gratuito della prima copia della cartella clinica. La struttura riferisce inoltre di aver formato il personale addetto agli sportelli, aggiornato la modulistica e modificato le informazioni pubblicate sul proprio sito istituzionale per rendere più chiaro ai cittadini l’esercizio del diritto di accesso ai dati personali. Una precisazione che dimostra come adeguarsi sia possibile, ma che evidenzia anche come non tutte le aziende sanitarie abbiano ancora compiuto lo stesso percorso.

Perché si continua a pagare?

Il motivo è probabilmente legato alla sovrapposizione tra due discipline diverse. Da un lato esiste la normativa sanitaria italiana, che da anni prevede tariffe per il rilascio della documentazione clinica, pensate per coprire i costi di riproduzione e gestione amministrativa. Dall’altro, il Gdpr ha introdotto un diritto di accesso ai dati personali molto più ampio, che la Corte di Giustizia ha interpretato estendendolo anche alla cartella clinica quando questa costituisce lo strumento necessario per conoscere i propri dati sanitari. Molte strutture non hanno ancora modificato regolamenti interni, tariffari e procedure, continuando ad applicare schemi precedenti all’entrata in vigore del Regolamento europeo o comunque anteriori alla sentenza del 2023.

Cosa può fare il cittadino

Chi richiede oggi la propria cartella clinica può richiamare espressamente il diritto di accesso previsto dall’articolo 15 del Gdpr, specificando che si tratta della prima copia della documentazione sanitaria. Qualora venga comunque richiesto un pagamento, il cittadino può chiedere alla struttura su quale base normativa venga applicata la tariffa e, se ritiene violato il proprio diritto, rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali. La vicenda dimostra ancora una volta quanto spesso tra i diritti riconosciuti dalla normativa europea e la loro concreta applicazione esista un divario significativo. E come, anche in materia sanitaria, conoscere le regole rappresenti il primo passo per poterle far valere.