
Per contenere la spesa farmaceutica, l’Aifa sta rivedendo il Prontuario terapeutico estendendo il rimborso del prezzo più basso, in vigore per i farmaci equivalenti, a medicinali della stessa categoria terapeutica ma con principi attivi differenti. La cosa potrebbe costare un miliardo di euro che andrebbe a pesare sulle tasche dei cittadini
Per contenere l’esplosione della spesa farmaceutica, l’Aifa sta lavorando a una revisione del Prontuario terapeutico che rischia di trasformarsi in un nuovo balzello a carico dei cittadini. L’obiettivo è recuperare parte dei 4,7 miliardi di euro con cui nel 2025 è stato superato il tetto previsto per gli acquisti diretti di medicinali da parte delle Regioni. Ma la soluzione potrebbe rivelarsi peggiore del problema: secondo le stime, il costo trasferito ai pazienti potrebbe avvicinarsi al miliardo di euro.
Come funziona il “prezzo di riferimento”
L’ultimo monitoraggio dell’Agenzia italiana del farmaco certifica uno sforamento record della spesa dovuto solo in parte ai farmaci innovativi. Come previsto dalle norme, metà del conto sarà pagato dalle Regioni e metà dalle aziende farmaceutiche, che però tendono a recuperare i costi nella negoziazione dei prezzi dei nuovi medicinali.
Da tempo il ministro della Salute, Orazio Schillaci, sollecita un intervento per contenere la crescita della spesa. Ma la soluzione individuata dall’Aifa sta suscitando forti perplessità. L’idea è quella di estendere il meccanismo del prezzo di riferimento, già in vigore per i farmaci equivalenti, a medicinali appartenenti alla stessa categoria terapeutica ma con principi attivi differenti.
Oggi, se esistono più farmaci identici, con la stessa molecola e lo stesso dosaggio, il Servizio sanitario nazionale rimborsa integralmente quello meno costoso, che è generalmente il farmaco generico. Chi preferisce il farmaco di marca paga la differenza. La novità è che questo principio potrebbe essere applicato anche a medicinali che non sono copie l’uno dell’altro ma che trattano la stessa patologia. In pratica, all’interno di ogni classe terapeutica il Servizio sanitario rimborserebbe completamente soltanto il prodotto meno costoso, lasciando al paziente l’eventuale differenza di prezzo.
Dalla medicina personalizzata al “farmaco di Stato”: i medici sono contrari
I primi gruppi di medicinali coinvolti sarebbero quelli più utilizzati: gastroprotettori, Ace-inibitori e sartani per l’ipertensione, statine contro il colesterolo e Omega 3.
Il problema è che molecole diverse non sono necessariamente intercambiabili. Ogni paziente può rispondere in modo differente ai trattamenti e la scelta del farmaco dipende anche da età, patologie concomitanti e possibili interazioni con altre terapie.
“Si profila un modello di medicina a taglia unica, ormai fuori dai tempi – avverte Silvestro Scotti, segretario generale della Fimmg, il principale sindacato dei medici di famiglia – Chi avesse bisogno del medicinale più adatto alla propria condizione sarebbe costretto a mettere mano al portafoglio”.
Una prospettiva che rischia di entrare in conflitto con il principio della medicina personalizzata, sempre più centrale nella pratica clinica.
Per Andrea Montagnani, presidente della Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, cambiare molecola potrebbe compromettere l’aderenza alle terapie e creare problemi nella gestione dei pazienti. “Forse sarebbe più opportuno sfoltire il prontuario eliminando i farmaci più simili e meno efficaci” suggerisce Montagnani. Una revisione, però, che secondo gli specialisti dovrebbe coinvolgere società scientifiche, associazioni dei pazienti e industria farmaceutica.
Una strada che da anni indica anche il farmacologo Silvio Garattini: eliminare i farmaci copia e quelli privi di reale valore aggiunto, anziché scaricare sui cittadini il costo crescente della spesa farmaceutica. Perché il rischio, alla fine, è che il contenimento della spesa pubblica si traduca semplicemente in una maggiore spesa privata, mettendo ulteriormente in discussione il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale.
Il rischio di un super-ticket da un miliardo
Secondo le prime stime, limitandosi ad alcune categorie di farmaci di largo consumo si potrebbero recuperare circa 300 milioni di euro. Ma la revisione potrebbe estendersi anche a medicinali ancora coperti da brevetto, utilizzati contro la sclerosi multipla, il tumore al seno e al polmone e diverse malattie immunomediate. Considerando l’intero pacchetto, il costo trasferito sui cittadini potrebbe arrivare a un miliardo di euro, configurando di fatto una sorta di super-ticket occulto.
Anche perché, nonostante l’Aifa abbia chiesto alle aziende di ridurre i listini dei prodotti più costosi, per evitare che la differenza finisca sulle spalle dei pazienti, la risposta dell’industria è stata in gran parte negativa. Le imprese ritengono che medicinali differenti abbiano caratteristiche e livelli di efficacia non sovrapponibili e confidano che i pazienti siano disposti a pagare la differenza pur di continuare la terapia già in corso.
Farmindustria ha già espresso la propria contrarietà sia alla revisione del prontuario sia alla cosiddetta “clausola di salvaguardia” studiata dall’Aifa, che prevede riduzioni di prezzo per i farmaci che registrano volumi di vendita superiori alle attese. Secondo l’industria, questi meccanismi potrebbero avere un effetto indesiderato: favorire carenze di medicinali sul mercato italiano per evitare ripercussioni sui prezzi internazionali. Un timore condiviso anche da alcuni documenti interni dell’Aifa, nei quali si segnala il rischio di trasferire l’intero impatto economico della manovra sui cittadini.
Intanto il ministro della Salute sembra intenzionato a rallentare l’operazione. In due lettere inviate al sottosegretario Marcello Gemmato e al presidente dell’Aifa, Robert Nisticò, Schillaci avrebbe contestato l’assenza di analisi sufficientemente solide e i possibili effetti negativi sulle tasche dei cittadini e sulla disponibilità dei medicinali.









