
Secondo un gruppo di malati, la causa negli Stati Uniti contro Monsanto per risarcire le vittime dei presunti effetti cancerogeni del Roundup non punta a tutelare i cittadini ma a mettere una pietra tombale sui diritti delle future vittime
La battaglia giudiziaria sul Roundup, l’erbicida più venduto al mondo prodotto da Monsanto, si arricchisce di un nuovo capitolo. Mentre negli Stati Uniti è in discussione una maxi-transazione da 7,25 miliardi di dollari destinata a chiudere migliaia di controversie legate ai presunti effetti cancerogeni del prodotto, un gruppo di malati e loro rappresentanti legali accusa l’azienda di voler limitare i diritti delle future vittime.
Polemica sull’accordo: si cancellano i diritti dei futuri malati
Alla base della polemica c’è la decisione da parte dell’organismo federale che coordina le grandi controversie giudiziarie negli Stati Uniti di trasferire il procedimento presso il tribunale federale della California che già gestisce il vasto contenzioso sul Roundup. Sul tavolo c’è la proposta di accordo collettivo che potrebbe arrivare fino a 7,25 miliardi di dollari distribuiti nell’arco di 21 anni. La transazione non è ancora definitiva ma continua a suscitare forti polemiche: secondo gli oppositori, il piano non sarebbe stato concepito per tutelare i consumatori ma per offrire a Monsanto uno strumento di gestione delle future responsabilità legali. Una sorta di scema finalizzato a a “ripulire” l’immagine dell’azienda e limitare i risarcimenti futuri legati al Roundup.
Secondo i contestatori dell’accordo, Monsanto e i legali che hanno negoziato l’intesa starebbero collaborando per cancellare i diritti legali delle persone che in futuro potrebbero sviluppare un tumore dopo essere state esposte all’erbicida.
Gli oppositori ritengono inoltre che il procedimento dovrebbe essere esaminato da un tribunale federale, dove l’accordo sarebbe sottoposto a controlli più rigorosi.
Di contro, secondo i legali che sostengono la transazione e la stessa Monsanto, il trasferimento della causa alla giurisdizione federale sarebbe improprio dal punto di vista procedurale. Anche Monsanto ha chiesto che il caso venga rinviato al tribunale statale del Missouri, sostenendo che il trasferimento alla giurisdizione federale non sia giustificato dalle norme che regolano le class action negli Stati Uniti.
L’approvazione definitiva dell’accordo dipende dall’esito della causa Monsanto contro Durnell, attualmente all’esame della Corte Suprema degli Stati Uniti. I giudici dovranno stabilire se le azioni legali che collegano il Roundup allo sviluppo di tumori, compreso il linfoma non-Hodgkin, siano o meno precluse dalla normativa federale che disciplina pesticidi ed erbicidi, il Federal Insecticide, Fungicide and Rodenticide Act (FIFRA). La questione è cruciale: una pronuncia favorevole a Monsanto potrebbe ridurre drasticamente il numero delle future cause, mentre una decisione contraria lascerebbe aperta la strada a nuovi contenziosi e richieste di risarcimento.
Una vicenda che dura da anni
Da oltre un decennio Monsanto, acquisita nel 2018 da Bayer per circa 63 miliardi di dollari, è al centro di migliaia di azioni legali intentate da persone che attribuiscono al glifosato contenuto nel Roundup l’insorgenza di diverse forme di cancro, in particolare il linfoma non-Hodgkin. L’azienda continua a negare qualsiasi relazione causale tra il prodotto e la malattia, sostenendo che numerose autorità regolatorie nel mondo considerano il glifosato sicuro se utilizzato secondo le indicazioni.
Tuttavia, negli Stati Uniti diverse giurie hanno già riconosciuto risarcimenti multimilionari a favore dei ricorrenti, contribuendo a trasformare il Roundup in uno dei più costosi contenziosi della storia industriale recente. La nuova battaglia giudiziaria dimostra che, nonostante i miliardi già accantonati da Bayer per affrontare le richieste di risarcimento, la partita è tutt’altro che chiusa. E il verdetto della Corte Suprema potrebbe ridefinire il futuro di migliaia di persone che ritengono di essersi ammalate dopo anni di esposizione all’erbicida più controverso del mondo.
Glifosato: perché il dibattito scientifico è ancora aperto
Al centro delle migliaia di cause intentate contro Monsanto negli Stati Uniti c’è il glifosato, il principio attivo del Roundup, l’erbicida più utilizzato al mondo in agricoltura e nella manutenzione del verde. La controversia nasce soprattutto dalle diverse valutazioni espresse negli anni dalle autorità scientifiche internazionali.
Nel 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), organismo dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha classificato il glifosato come “probabilmente cancerogeno per l’uomo” (gruppo 2A), sulla base di evidenze limitate negli esseri umani e sufficienti negli animali da laboratorio. La valutazione ha riguardato il “pericolo” intrinseco della sostanza, cioè la sua capacità potenziale di provocare il cancro in determinate condizioni di esposizione.
Di diverso avviso sono invece le principali agenzie regolatorie europee e statunitensi. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) e l’Environmental Protection Agency (Epa) statunitense hanno concluso che, alle condizioni d’uso autorizzate, le prove scientifiche disponibili non consentono di classificare il glifosato come cancerogeno per l’uomo. Tuttavia, le stesse agenzie hanno evidenziato alcune aree di incertezza e la necessità di proseguire le attività di monitoraggio sugli effetti ambientali e sull’esposizione degli operatori agricoli.
L’Europa lo ha rinnovato fino al 2033
In Europa il principio attivo resta autorizzato: a novembre 2023 la Commissione europea ha rinnovato l’approvazione della sostanza per altri 10 anni, consentendone l’utilizzo fino al 15 dicembre 2033. L’autorizzazione europea non significa però libertà assoluta di utilizzo. I singoli Stati membri possono infatti imporre restrizioni aggiuntive per determinate applicazioni o in particolari aree sensibili, come parchi pubblici, giardini, scuole e zone frequentate dalla popolazione.
Le associazioni chiedono inoltre maggiori controlli sugli effetti a lungo termine dell’esposizione cronica a basse dosi e sulle formulazioni commerciali complete, che contengono non solo il principio attivo ma anche coformulanti e altre sostanze che potrebbero influenzarne la tossicità.
Uno dei temi che più interessano i consumatori riguarda la presenza di residui di glifosato negli alimenti. I programmi di monitoraggio condotti dalle autorità europee mostrano che la maggior parte dei campioni analizzati rientra nei limiti di legge. Tuttavia, come dimostrano anche le diverse analisi del Salvagente, tracce della sostanza vengono periodicamente rilevate in pasta, cereali, farine, legumi e altri prodotti agricoli. La presenza entro i limiti normativi non implica automaticamente un rischio per la salute, ma alimenta il dibattito sull’opportunità di ridurre progressivamente la dipendenza dell’agricoltura da erbicidi chimici e di investire maggiormente in pratiche agronomiche alternative.









