
Un’inchiesta rivela che la Modern Ag Alliance, presentata come coalizione agricola, sarebbe in realtà uno strumento di lobbying legato a Bayer per influenzare leggi e contenziosi sul glifosato negli Stati Uniti
Un’alleanza che si presenta come una vasta coalizione di agricoltori, ma che – secondo documenti fiscali e atti pubblici – sarebbe in realtà uno strumento di lobbying costruito e utilizzato da Bayer per difendere i propri interessi sul glifosato. È questo il cuore dell’inchiesta pubblicata da U.S. Right to Know e firmata dalla giornalista investigativa Stacy Malkan, da anni impegnata nello studio delle strategie di comunicazione e influenza dell’industria agrochimica.
Una coalizione solo sulla carta
La Modern Ag Alliance (MAA), nata nel 2024, si presenta come una rete di oltre cento organizzazioni agricole. Ma dietro questa facciata, l’indagine evidenzia una struttura molto più centralizzata e riconducibile a Bayer.
Secondo quanto ricostruito, l’alleanza permette alla multinazionale tedesca di fare lobbying attraverso un soggetto che appare come espressione del mondo agricolo, anziché come iniziativa diretta di una grande azienda chimica.
I segnali di questo legame documentati da Stacy Malkan sono molteplici:
- la presenza di dirigenti Bayer nel consiglio di amministrazione;
- l’uso massiccio di una società di pubbliche relazioni che lavora anche per Bayer;
- la partecipazione diretta di manager dell’azienda alle attività pubbliche dell’Alleanza.
Il risultato è quello che gli autori definiscono, di fatto, un classico “front group”: una struttura formalmente autonoma, ma funzionale a promuovere gli interessi di un soggetto economico.
Soldi, comunicazione e opacità
La forma giuridica scelta – una no profit – consente alla MAA di raccogliere fondi senza rendere pubblici i donatori, un elemento che aumenta l’opacità sull’origine delle risorse.
L’inchiesta mostra che nel solo 2024 l’organizzazione ha raccolto oltre 15 milioni di dollari, spendendone la gran parte in attività di comunicazione e consulenza affidate a un’unica agenzia di PR, la Penta Group, di cui sarebbe cliente la stessa Bayer come rivelano PR Week e Politico. Una struttura di spesa che rafforza l’idea di un’organizzazione più orientata alla costruzione del consenso che alla rappresentanza di base agricola.
Il vero obiettivo: fermare le cause sul glifosato
Il nodo centrale riguarda il contenzioso legale sul glifosato, l’erbicida più utilizzato al mondo e al centro di migliaia di cause negli Stati Uniti. Bayer, che ha acquisito Monsanto nel 2018, ha già pagato oltre 14 miliardi di dollari tra risarcimenti e accordi.
La strategia descritta da Malkan punta a un obiettivo preciso: limitare la possibilità per i cittadini di citare in giudizio l’azienda per “mancata informazione” sui rischi per la salute.
In pratica, la MAA sostiene che le etichette approvate dall’EPA (l’agenzia ambientale statunitense) debbano essere considerate sufficienti a escludere responsabilità legali. Se questo principio passasse, diventerebbe molto più difficile ottenere risarcimenti anche in presenza di nuovi studi sui rischi sanitari.
Una battaglia legislativa Stato per Stato
L’azione dell’Alleanza si concentra soprattutto a livello statale, dove vengono promosse leggi per rafforzare questa interpretazione favorevole alle aziende.
Alcuni Stati americani hanno già approvato norme che rendono le etichette federali il riferimento legale per la sicurezza dei pesticidi, limitando le cause civili. In altri casi, campagne analoghe sono state avviate con investimenti significativi in pubblicità e lobbying.
Si tratta di una strategia parallela rispetto al tradizionale lobbying federale, che consente di costruire una protezione normativa “dal basso” per i prodotti più controversi.
Il contesto: pressioni politiche e scientifiche
L’inchiesta si inserisce in un quadro più ampio di forte pressione dell’industria agrochimica sulle istituzioni statunitensi.
Un’altra analisi dello stesso centro di ricerca ha evidenziato i legami tra Bayer e numerosi funzionari dell’amministrazione federale, mostrando una rete di relazioni che coinvolge Casa Bianca, Dipartimento dell’Agricoltura ed EPA.
Parallelamente, cresce anche il dibattito pubblico sui rischi dei pesticidi: una larga maggioranza degli americani si dichiara preoccupata per la loro presenza negli alimenti e chiede maggiore regolazione.
L’eco della comunicazione industriale
Un ulteriore elemento emerso riguarda il ruolo della comunicazione.
Secondo l’inchiesta, esiste una sorta di “camera dell’eco” in cui associazioni agricole, gruppi di categoria e soggetti legati all’industria ripropongono messaggi simili sulla sicurezza del glifosato e sull’affidabilità delle valutazioni dell’EPA.
Questa convergenza comunicativa rafforza la percezione di consenso scientifico e sociale, anche quando il dibattito nella comunità scientifica è ancora aperto.
I limiti del sistema di autorizzazione
Uno dei punti più controversi riguarda proprio il ruolo dell’EPA.
Critici e ricercatori indipendenti sottolineano che le autorizzazioni si basano in larga parte su dati forniti dalle aziende stesse e che spesso non tengono conto tempestivamente delle nuove evidenze scientifiche.
Non a caso, tribunali federali hanno già contestato alcune valutazioni dell’agenzia, ritenendole insufficienti soprattutto sul fronte del rischio cancerogeno.
Una strategia globale
Il caso della Modern Ag Alliance, conclude l’inchiesta, rappresenta un esempio emblematico delle strategie contemporanee di lobbying:
- costruzione di coalizioni apparentemente indipendenti;
- uso intensivo di campagne mediatiche;
- intervento simultaneo su più livelli istituzionali;
- integrazione tra comunicazione, politica e contenzioso legale.
Un modello che non riguarda solo Bayer o il glifosato, ma che riflette più in generale il modo in cui le grandi aziende cercano di influenzare regolazioni, percezione pubblica e decisioni giudiziarie su temi ad alto impatto sanitario e ambientale.









