
La Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia e di altri 13 Stati membri per non aver recepito le norme Ue contro le querele temerarie volte a mettere a tacere chi opera nell’interesse pubblico, le cosiddette Slapp. Il Salvagente ne sa qualcosa: due richieste monstre intentate contro il giornale si sono concluse con la sconfitta delle aziende
La Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia e di altri 13 Stati membri per non aver recepito e norme Ue contro le querele temerarie volte a mettere a tacere chi opera nell’interesse pubblico, le cosiddette Slapp. La Federazione nazionale stampa italiana ha più volte sollecitato il governo italiano ad adottare le norme contro le Slapp. “E non solo quelle transfrontaliere – spiega il sindacato dei giornalisti – il cui recepimento, diciamolo, è fin troppo facile. Quello che serve in Italia è una normativa contro le querele temerarie utilizzate come un randello nei confronti di chi fa informazione. Una richiesta che la Fnsi ha fatto negli anni, non solo all’attuale governo, ma anche a tutti gli altri che lo hanno preceduto, siano stati politici o tecnici e di qualunque colore”.
Italia fanalino di coda
Secondo l’ultimo report della Coalizione europea contro le Slapp (Strategic lawsuit against public participation), non solo si conferma la tendenza di crescita delle querele totali (da 166 a 167), ma la peggiore per il secondo anno consecutivo è l‘Italia con 21 segnalazioni. Seconda la Germania (20), seguono Serbia (13), Ungheria (12), Turchia (10) e Ucraina (10). Il nostro Paese registra un leggero miglioramento rispetto al 2023, quando le liti segnalate furono 26, ma nonostante questo rimane in testa alla classifica europea.
Uno “schiaffo” che colpisce sia nomi famosi…
In Italia, alcuni casi riconducibili al fenomeno Slapp hanno interessato personaggi molto noti e dunque hanno avuto una copertura mediatica ampia. Lo scorso aprile il Tribunale di Roma ha assolto Roberto Saviano dall’accusa di diffamazione nei confronti di Matteo Salvini, definendo “ministro della malavita” un’espressione legittima nel contesto politico. La difesa di Salcini aveva chiesto allo scrittore un risarcimento danni pari a 100mila euro. Saviano viene invece condannato per diffamazione a pagare mille euro per aver definito “bastarda” la premier Giorgia Meloni, nell’ambito di un commento televisivo alle politiche di respingimento dei migranti da parte del governo.
… ma anche tanti giornalisti senza copertura mediatica
Ma ci sono anche tanti casi che riguardano giornalisti meno esposti mediaticamente, con situazioni economiche precarie, e dunque sottoposti maggiormente alla pressione dovuta a richieste di risarcimenti nell’ordine delle decine o delle centinaia di migliaia di euro. Marilù Mastrogiovanni, direttrice del quotidiano Il Tacco d’Italia, tra il 2016 e il 2017 pubblica inchieste sulle infiltrazioni della Sacra Corona Unita nel business dei rifiuti nel Salento. La politica locale risponde con una raffica di querele per diffamazione e chiede il sequestro del giornale, poi annullato dal Tribunale del Riesame. All’offensiva giudiziaria si uniscono gravi minacce di morte, manifesti contro di lei e l’incendio della sua casa, che la costringono a vivere sotto protezione. Il calvario si conclude con l’assoluzione con formula piena per la giornalista: i giudici riconoscono la verità dei fatti e il pubblico interesse delle sue inchieste e chiariscono che la giornalista non ha diffamato né l’allora sindaco di Casarano (in provincia di Lecce) Gianni Stefano, né Luigi Loris Stefano, all’epoca consigliere comunale. Quest’ultimo viene condannato a risarcire Mastrogiovanni con 7.500 euro, ai quali si sommano 2.500 euro a testa per la cooperativa Idea Dinamica, editrice del Tacco d’Italia, e per la Fnsi, oltre al pagamento delle spese processuali.
Il Salvagente e il caso Garofalo: chiesti 250mila euro, respinti integralmente
E di querele temerarie se ne intende anche Il Salvagente, che negli ultimi anni si è dovuto difendere più volte da accuse infondate. Ne raccontiamo solo un paio: Il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 9528/2026 pubblicata il 17 giugno scorso, ha respinto integralmente la causa promossa dal Pastificio Lucio Garofalo contro Editoriale Novanta, editrice del Salvagente. Al centro della vicenda una serie di articoli pubblicati tra il 2018 e il 2023, sia sul sito che sui canali social della testata, che riportavano segnalazioni di consumatori relative alla presenza di insetti in confezioni di pasta. Secondo l’azienda, una volta chiarito che il fenomeno era riconducibile alla fase di conservazione del prodotto e non alla produzione, le pubblicazioni successive sul tema avrebbero leso la sua reputazione: da qui la richiesta di 100mila euro per danni non patrimoniali e di 150mila euro per danni patrimoniali, oltre alla rimozione degli articoli contestati e al divieto di pubblicazioni future ritenute denigratorie.
La giudice Lilla De Nuccio ha respinto ogni addebito, ritenendo pienamente rispettati i tre requisiti che tutelano il diritto di cronaca: la verità dei fatti, le segnalazioni di insetti erano reali e documentate, l’interesse pubblico della notizia, nata da segnalazioni di lettori e riconducibile all’attività di tutela dei consumatori svolta dal giornale, e la continenza espressiva, non essendo presente alcuna espressione offensiva nei confronti dell’azienda. Anzi, la sentenza sottolinea come in tutti gli articoli fosse stato dato ampio spazio ai chiarimenti forniti da Garofalo, compreso il passaggio in cui si specificava che tre casi in cinque anni non costituivano una costante. Il Tribunale ha invece respinto la richiesta di Editoriale Novanta di condannare l’azienda per abuso del processo, non ravvisando gli elementi per configurarlo. Resta comunque la condanna di Garofalo al pagamento delle spese di lite, quantificate in 7.052 euro oltre Iva, cassa avvocati e spese generali.
Il caso Coricelli: richiesti 20 milioni, il giudice condanna l’azienda alle spese
Ancora più eclatante il precedente legato al test sull’olio extravergine condotto nel 2015 dal Salvagente, allora chiamato il Test. Su un campione di 20 bottiglie comunemente vendute nei supermercati, l’inchiesta — basata su analisi chimiche e su un panel di degustazione condotto dall’Agenzia delle Dogane — ne dichiarò 9 non classificabili come extravergini, tra cui gli oli Coricelli e Cirio, di cui la stessa azienda umbra era licenziataria. Le reazioni delle aziende coinvolte furono immediate: la vicenda arrivò all’attenzione della magistratura, con la Procura di Torino che aprì fascicoli per frode in commercio, e dell’Antitrust, che sanzionò le aziende per diverse centinaia di migliaia di euro. Coricelli rispose con una denuncia penale, poi archiviata con il riconoscimento della correttezza dell’operato giornalistico, e con una causa civile in cui chiedeva un risarcimento spropositato di 20 milioni di euro per presunta diffamazione e lesione della reputazione, dell’onore e della dignità dell’azienda.
Il Tribunale di Spoleto, con la sentenza pubblicata il 10 gennaio 2023 a firma del giudice Federico Falfari, ha respinto integralmente la domanda, condannando anzi Coricelli a pagare circa 60mila euro di spese legali sia al Salvagente sia a Repubblica, coinvolta nello stesso procedimento per aver anticipato i risultati del test. Nelle 32 pagine di motivazioni, il giudice ha definito quello svolto dal giornale un vero e proprio giornalismo di inchiesta, condotto con la scrupolosità professionale richiesta a chi acquisisce le notizie in autonomia, senza appoggiarsi a fonti esterne, dall’acquisto diretto degli oli all’invio in un laboratorio terzo autorevole come quello dell’Agenzia delle Dogane, fino alla pubblicazione dei risultati con spazio dato anche alla posizione dell’azienda coinvolta. Il Tribunale ha inoltre chiarito che il giornalista non è tenuto agli stessi obblighi di un ente pubblico di controllo, come l’effettuazione di controanalisi o la concessione di un terzo panel test prima di pubblicare, un principio che si è rivelato tutt’altro che scontato, dato che pochi anni dopo, in occasione di un secondo test sull’olio condotto dal Salvagente nel 2021, lungi dall’indagare su un problema quantomeno ricorrente degli extravergini venduti sugli scaffali italiani, l’Antitrust decise di ammonire il Salvagente, considerando i nostri test non come inchieste giornalistiche ma come pratiche pubblicitarie.
Due vicende che, al di là dell’esito favorevole per la testata, mostrano bene il meccanismo delle cause temerarie: richieste di risarcimento multimilionarie che, indipendentemente dal loro fondamento, impongono comunque anni di causa e costi legali ai giornalisti coinvolti, un effetto dissuasivo che pesa soprattutto su chi non può contare su uno studio legale strutturato alle spalle, a partire dai free lance.







