Deforestazione in Amazzonia e soia Ogm: la cortina fumogena dell’Ambasciata brasiliana

DEFORESTAZIONE AMAZZONIA

“La deforestazione in Brasile è un fenomeno di illegalità. Non ha nulla a che fare con l’agricoltura e con le piantagioni di soia Ogm, al contrario di quanto avviene in Europa”.

Suona decisamente piccata la nota che l’Ufficio Agribusiness dell’Ambasciata del Brasile a Roma ha deciso di inviarci dopo aver letto il nostro articolo La deforestazione in Amazzonia continua ad aumentare, nel silenzio generale.

“I legami stabiliti tra soia e deforestazione nei paesi – sempre extracomunitari e curiosamente dimenticandosi che la soia viene prodotta in Europa in aree disboscate – sono sbagliati”, spiega l’ufficio dell’amabasciata. E aggiunge: “Il cambiamento nel modello di espansione della soia in Brasile è correlato in particolare alla predominanza dell’espansione della coltivazione della soia su aree di pascolo sottoutilizzate, così come all’espansione su vecchie aree di coltivazione di primo raccolto di mais, sostituite da sistemi che combinano, nella stessa area, la soia nel primo raccolto e il mais nel secondo. La maggior parte della deforestazione deriva di attività illegali e non ha qualsiasi relazione con l’agricoltura, a differenze degli inummerovoli incendi verificatisi in Europa nel 2021, nel ‘silenzio generale’. La soia brasiliana esportata occupa solo l’1% circa del bioma amazzonico”. E conclude: “Tutta la soia brasiliana ha controllo di origine”.

Difficile concordare con la rassicurante versione dell’ambasciata, alla luce dei dati diffusi da Imazon, che mostrano come gli incendi quest’anno siano aumentati del 57% rispetto al 2020 e siano il numero più alto dal 2012. E alla luce delle tante inchieste indipendenti condotte negli ultimi anni, tanto da giornalisti che da istituti scientifici non legati all’esecutivo di Bolsonaro, da sempre negazionista nei confronti dei temi ambientali, le ragioni sembrano precise, da ricercare in quel circolo perverso business del legname-allevamenti-colture che di certo non può sfuggire all’Ufficio agrobusiness dell’ambasciata di Rio.

Un quarto della soia brasiliana è legata alla deforestazione

I dati scientifici dicono esattamente il contrario di quanto afferma l’ambasciata. Basta consultare quelli riportati nel 2020 dallo studio The Rotten Apples of the Brazil’s Agribusiness, pubblicato sulla rivista Science che testimoniano come un quinto della soia (e della carne bovina) importate in Unione europea dal Brasile è legato alla deforestazione. In particolare il 18-22% di soia che arriva dall’altra sponda dell’Atlantico ha drammatiche conseguenze sull’ambiente.

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I ricercatori hanno scoperto che il 2% delle proprietà in Amazzonia e Cerrado (altra zona di forte produzione) sono attualmente responsabili del 62% di tutta la deforestazione potenzialmente illegale. Queste proprietà sono in alcune delle aree più strettamente associate alla produzione di soia e carne bovina per l’esportazione. Lo studio afferma: “Questa piccola ma molto distruttiva parte del settore costituisce una minaccia per le prospettive economiche dell’agroindustria brasiliana, oltre a causare conseguenze ambientali regionali e globali”. E ancora: “Tutti i partner economici del Brasile dovrebbero condividere la colpa della promozione indiretta della deforestazione e delle emissioni di gas a effetto serra, evitando il blocco delle importazioni e il consumo di prodotti agricoli contaminati dalla deforestazione, illegali o meno.”

Triangolazioni sospette

Una delle ultime inchioda grandi multinazionali statunitensi, cinesi e brasiliane alle triangolazioni proprio da soia legata alla deforestazione e la produzione di mangimi. “Cargill, Bunge e Cofco hanno acquistato soia da un fornitore legato alla deforestazione in Amazzonia” era stata l’accusa rivolta nel novembre 2020 alle tre multinazionali del cibo da un’investigazione condotta in Brasile da Bureau of Investigative Journalism (Tbij), Unearthed e Repórter Brasil che hanno utilizzato immagini satellitari e documenti per scoprire come la soia è stata piantata su terreni che erano stati precedentemente posti sotto embargo, una forma di divieto governativo che impedisce agli agricoltori di coltivare su aree frutto di disboscamento illegale.

In particolare, Cargill, Bunge e Cofco avevano acquistato semi di soia dalla Fiagril di proprietà cinese e dalla multinazionale Aliança Agrícola do Cerrado, entrambi “presumibilmente riforniti da un agricoltore multato e sanzionato più volte dopo aver distrutto aree di foresta pluviale”.

Sono 15 km quadrati di foresta registrati a un agricoltore (multato più volte per aver violato le norme sulla protezione della foresta) che fornisce soia ad Aliança e Fiagril sottoposti a embargo nel 2019 dall’autorità di regolamentazione ambientale brasiliana Ibama dopo essere stato disboscato illegalmente. Utilizzando l’analisi satellitare di MapBiomas, Repórter Brasil ha stabilito che la soia è stata coltivata illegalmente su questa terra nel 2018 e nel 2019, nonostante l’embargo.

Questo fornitore, che ha sede nella  regione di Marcelândia, nello stato brasiliano del Mato Grosso, secondo i registri visti da Tbij “avrebbe venduto soia a Fiagril e Aliança nel 2019 dopo l’embargo governativo sui terreni. Bunge ha acquistato soia da Fiagril, mentre Cargill e Cofco hanno acquistato soia da Aliança“.

Una circostanza che risulta ancora più grave se consideriamo che tutti i soggetti coinvolti, Fiagril e Aliança, così come Cargill, Bunge e Cofco, hanno firmato la moratoria sulla soia e si impegnano a non “vendere, acquistare e finanziare soia da aree deforestate nel bioma amazzonico dopo il luglio 2008″.

La soia chiude il cerchio in Amazzonia

La coltivazione di soia, al contrario di quanto sostiene l’ufficio agrobusiness dell’ambasciata brasiliana, è considerata la seconda causa di deforestazione in Amazzonia, subito dopo i pascoli. Nel 2009 una “moratoria sulla soia” ha limitato la nascita di nuove coltivazioni in zone appena deforestate. Un accordo con un’efficacia limitata. L’effetto indiretto è stato spostare la produzione verso il Cerrado, altro ecosistema brasiliano a ridosso dell’Amazzonia, che ha già perso il 43% della vegetazione originale.

Vero è che non sempre i campi di soia Ogm sono la prima causa della deforestazione e degli incendi ma spesso chiudono il cerchio di un business criminale ma ben tollerato dal governo di Bolsonaro. “Gli incendi in Brasile e in Bolivia servono a pulire la terra dalla vegetazione per fare spazio ai pascoli”, sostiene Glenn Hurowitz, direttore di Mighty Earth, Ong americana che contrasta la deforestazione. “Subito dopo i grandi allevatori spostano il bestiame nelle terre appena deforestate e arrivano nuove piantagioni di soia, venduta a multinazionali come Cargill”.
Per spostare il raccolto dai campi nel Sud dell’Amazzonia fino ai terminali sui grandi fiumi, poi, servono nuove strade e ferrovie. Infrastrutture che stanno proliferando in Amazzonia, ma che portano con sé nuove strade illegali: “Se guardi la strada Santarem-Cuiabà, oppure la Transamazzonica, vedrai che sembrano una lisca di pesce. In entrambe le direzioni, in un raggio di 30-40 km hanno deforestato”, affermava padre Edilberto Sena, leader del Movimento Tapajos Vivo.