Anci ai comuni: “Non mettere troppi paletti al 5G”. Ma le contraddizioni sono tante

5G

Come il Salvagente ha raccontato in passato, il 5G rappresenta un investimento imponente e strategico per tutte le maggiori compagnie di telecomunicazione operanti in Italia. Non sorprende dunque che pure in piena pandemia l’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) abbia ritenuto urgente diramare ai comuni una nota per spiegare come e perché le amministrazioni debbano rimuovere gli ostacoli “eccessivi” alla rete di nuova generazione e non perdersi in eccessive preoccupazioni rispetto agli effetti sulla salute. Eppure nella fretta di convincere anche i più dubbiosi, dissemina alcuni passaggi tutt’altro che tranquillizzanti.

Le frequenze più invasive minimizzate

La nota spiega: “A differenza delle attuali tecnologie, che sfruttano frequenze comprese tra 800 MHz e 2,6 GHz, il 5G utilizzerà tre distinte bande di frequenza: 700 MHz (attualmente utilizzata per il segnale della televisione digitale terrestre e che sarà dunque disponibile a partire da luglio 2022), 3600-3800 MHz e 26 GHz“. Secondo l’Anci, inoltre, va sottolineato “come i limiti associati alle frequenze maggiori (26 GHz) siano più alti poiché tali frequenze hanno una minore pericolosità”.  E per dimostrarlo cita i limiti di esposizione per la popolazione raccomandati dal Consiglio dell’Unione europea: “Tale raccomandazione stabilisce, ad esempio, che il livello di riferimento di un telefono mobile a 900 MHz è pari a 41,25 Volt per metro (V/m), per un forno a microonde (2,3-2,4 GHz) è pari a 61 V/m”.

L’elenco dei 120 piccoli comuni

Insomma, il testo si concentra nel minimizzare i rischi delle frequenze sopra i 2 GHz, ma come riportato sopra, a partire dal luglio 2022 si potranno usare per il 5 G le frequenze a 700 MHz liberate dal digitale terrestre: queste sono molto più vicine ai 900 Mhz per cui le raccomandazioni sono più stringenti. Che certezza hanno i cittadini che anche dopo il luglio 2022 le compagnie concentreranno la rete 5G sulle frequenze meno invasive? Al momento, come scrive la stessa Anci, le evidenze sono ben altre: “Non esiste, come erroneamente riportato da più parti, una sperimentazione che coinvolga i piccoli Comuni. Esiste invece un elenco di 120 piccoli Comuni allegato alla già citata delibera dell’AgCom n. 231/18/CONS: in questi territori gli operatori saranno obbligati a offrire copertura in tecnologia 5G utilizzando le frequenze in banda 700 MHz, quindi non prima del 1° luglio 2022″.

La sovrapposizione con le vecchie antenne

Sui rischi per la salute, l’Anci cita come fonte ufficiale italiana il rapporto del 2019 “Emissioni elettromagnetiche del 5G e rischi per la salute” a cura dell’Istituto Superiore di Sanità. Il quale, però, scrive: “La temuta “proliferazione di antenne” non dovrebbe comportare aumenti generalizzati delle esposizioni in quanto le ridotte dimensioni delle small cells comporteranno delle potenze di emissione più basse di quelle utilizzate per coprire le macrocelle. D’altra parte, come già avviene per le small cells già utilizzate dalle tecnologie attuali di telefonia cellulare, le antenne fisse saranno presumibilmente poste a distanze più ridotte dalle persone di quanto lo sia, per esempio, la distanza di una stazione radio base posta sulla sommità di un edificio. Inoltre, le tecnologie 5G si affiancheranno, almeno inizialmente, alle tecnologie esistenti, per cui qualche aumento dei livelli di esposizione potrebbe verificarsi in prossimità delle antenne“. Ed è questa una delle principali preoccupazioni dei sindaci di tanti piccoli comuni, come quello di Racale (Lecce), che sono restii a concedere l’autorizzazione all’installazione di nuove antenne.

La posizione sulle ricerche meno tranquillizzanti

Sia l’Iss che l’Anci, poi, minimizzano i risultati delle diverse ricerche relative ai danni e agli effetti potenzialmente cancerogeni delle onde elettromagnetiche, come quella dell’Istituto Ramazzini, con una formula che lascia perplessi. “La IARC – International Agency for Research on Cancer”, scrive Anci,  “in un suo studio del 2011 e relativo quindi a tecnologie di comunicazione mobile anteriori al 5G, classifica i campi elettromagnetici a radiofrequenza in categoria 2B, come possibili cancerogeni per l’uomo, in quanto non c’è un’evidenza conclusiva rispetto al fatto che l’esposizione agli stessi possa causare il cancro negli esseri umani e negli animali”. Dunque secondo Anci l’assenza di un’evidenza conclusiva è condizione necessarie e sufficiente per redarguire quei Comuni che in “alcuni regolamenti comunali […]fissano in modo ingiustificato limiti alle emissioni elettromagnetiche e di potenza”, facendo propria la posizione dell’Antitrust.