
Le migliori e le peggiori birre del nostro test sulle birre alla prova olfattiva, visiva e gustativa: cosa hanno trovato davvero i sommelier nel bicchiere
Il nostro test sulle 18 birre bionde più diffuse nei supermercati italiani ha raccontato una storia in parte rassicurante e in parte sorprendente. Da un lato, le analisi di laboratorio hanno evidenziato una presenza molto contenuta di pesticidi e Pfas; dall’altro, è stata la degustazione tecnica a mettere in luce differenze che difficilmente emergono a un consumatore abituale.
Per questo abbiamo deciso di approfondire il giudizio espresso dal panel dell’Unione degustatori birre, composto dai sommelier Mauro Pellegrini, Francesco Cassone e Alessio Lisotti, mostrando nel dettaglio le notazioni dei sommelier durante la prova d’assaggio che ha contribuito alla classifica finale, riguardo le tre birre migliori e le tre peggiori del nostro test.
Perché i difetti contano
Nella birra industriale il margine tra un prodotto corretto e uno davvero piacevole è spesso sottile. Le ricette tendono infatti a privilegiare bevibilità e uniformità, riducendo la complessità aromatica. Per questo gli assaggiatori cercano soprattutto l’equilibrio tra malto e luppolo, la pulizia olfattiva e gustativa e l’assenza di difetti tecnologici.
Tra quelli emersi più spesso durante la degustazione ci sono diacetile e dimetilsolfuro (Dms), due sostanze che, se presenti oltre determinate soglie, compromettono la qualità della birra.
Il diacetile è un composto prodotto naturalmente durante la fermentazione dai lieviti. Se il processo produttivo non è perfettamente controllato o la maturazione viene interrotta troppo presto, rimane nella birra regalando aromi di burro fuso, popcorn imburrati o caramella mou. In alcuni stili tradizionali può essere presente in quantità minime, ma nelle lager industriali è generalmente considerato un difetto perché copre la freschezza del luppolo e rende la bevuta meno pulita.
Il dimetilsolfuro (Dms), invece, deriva dai precursori contenuti nel malto e si sviluppa durante la bollitura del mosto. Se non viene eliminato correttamente, lascia sentori di mais cotto, verdure bollite, cavolo o addirittura vegetale in decomposizione. Anche questo è un difetto tecnologico: segnala un processo produttivo non perfettamente ottimizzato e appiattisce il profilo aromatico.
Le tre migliori: equilibrio prima di tutto
Ichnusa convince per armonia
La migliore classificata del test non è priva di piccoli difetti, ma riesce a compensarli con un equilibrio complessivo che convince il panel.
Al naso emerge una leggera nota erbacea e floreale, con il luppolo che riesce a prevalere sulla lieve presenza iniziale di diacetile. L’intensità aromatica non è elevata, ma la componente luppolata mantiene la bevuta interessante.
Anche all’assaggio i degustatori hanno apprezzato il buon equilibrio tra le varie componenti, una discreta complessità e una leggera sapidità nel finale. Il giudizio positivo è confermato anche dopo qualche minuto nel bicchiere: secondo gli esperti, infatti, mantiene un buon impatto generale anche scaldandosi, segno di una struttura più solida rispetto a molte concorrenti.
Poretti 4 Luppoli: personalità e carattere
La seconda classificata si distingue per un profilo aromatico più ricco.
I sommelier hanno individuato profumi floreali accompagnati da richiami al miele millefiori. Non mancano alcuni difetti — una leggera nota di diacetile, sentori di melassa e una sfumatura ferrosa — ma nel complesso la birra risulta sufficientemente caratterizzata.
In bocca convince soprattutto l’equilibrio e la persistenza degli aromi, con richiami erbacei e mielati che ritornano nel retrolfatto. L’unica vera criticità riguarda una certa acquosità nella sensazione finale, che ne limita leggermente il corpo.
Messina: qualche sbavatura iniziale, poi cresce
Sul gradino più basso del podio troviamo una birra che divide le impressioni tra inizio e fine degustazione.
All’olfatto compaiono inizialmente leggere note di cloro, un accenno di dimetilsolfuro e un po’ di diacetile, ma accanto a questi si sviluppano anche profumi erbacei e agrumati che conferiscono complessità.
Con l’assaggio i difetti tendono ad attenuarsi. I degustatori hanno apprezzato il buon equilibrio generale e un retrolfatto abbastanza pulito, pur segnalando una sensazione farinosa che sporca leggermente la bevuta. Nel giudizio conclusivo prevale comunque l’aspetto positivo: i piccoli difetti iniziali scompaiono progressivamente, lasciando spazio a una buona persistenza aromatica.
Le tre peggiori: quando i difetti prendono il sopravvento
Corona: troppo anonima
La terzultima classificata paga soprattutto una marcata povertà aromatica.
Il naso è giudicato poco espressivo, con appena un accenno di miele e una lieve nota di cartone. Anche al gusto la birra appare dolciastra e molto anonima, con un debole richiamo al mais.
La sensazione finale è quella di una birra estremamente corta e acquosa. I degustatori riconoscono che il prodotto è relativamente pulito dal punto di vista dei difetti tecnici, ma proprio la mancanza di carattere finisce per penalizzarlo.
Heineken: dolcezza e squilibrio
Ancora più severo il giudizio espresso sulla penultima classificata.
L’olfatto è dominato dal cereale, accompagnato da una presenza di dimetilsolfuro e da leggere note solforate che limitano ulteriormente la piacevolezza. Intensità e persistenza vengono giudicate molto contenute.
Anche al gusto emergono criticità: la birra appare eccessivamente dolciastra, poco equilibrata e con un curioso retrolfatto che ricorda il chewing gum. Il finale amaro viene definito piuttosto ruvido e poco elegante.
Best Bräu (Eurospin): i difetti prevalgono
Ultima classificata del nostro test è la Best Bräu.
Già all’olfatto i degustatori segnalano numerosi elementi negativi: una sgradevole sensazione di gas compresso, evidenti note di dimetilsolfuro e richiami al mais.
Nei commenti conclusivi il panel descrive una sensazione iniziale di verdura tendente al marcio, tipica delle concentrazioni più marcate di dimetilsolfuro. Anche al gusto il difetto permane nel retrogusto, accompagnato da una marcata dolcezza e da una struttura molto acquosa.
Nel complesso, secondo gli esperti dell’Unione degustatori birre, è proprio l’accumulo di difetti aromatici, più che un singolo elemento, ad aver relegato questa etichetta all’ultimo posto della classifica.
La conferma del test
L’approfondimento conferma quanto emerso dalla graduatoria finale. Le differenze tra le birre non riguardano tanto contaminanti o sicurezza alimentare — sul fronte pesticidi e Pfas il test è stato complessivamente rassicurante — quanto la qualità sensoriale.
Le migliori riescono a mantenere un buon equilibrio pur con qualche imperfezione; le peggiori, invece, vengono penalizzate dalla somma di aromi poco gradevoli, eccessiva dolcezza, acquosità e difetti tecnologici come diacetile e dimetilsolfuro, che finiscono per coprire le poche note positive presenti nel bicchiere.
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