
Una tecnologia italiana sviluppata da Acque del Chiampo e dall’Università di Padova promette di distruggere i Pfas trasformandoli in composti innocui, aprendo nuove prospettive nella bonifica delle aree contaminate
La mega contaminazione da Pfas delle falde acquifere in Veneto e la delicata situazione al polo chimico di Alessandria, rendono sempre più pressanti le risposte a una domanda: come eliminare le sostanze perfluoroalchiliche, delle quali molte tossiche e dannose per l’organismo umano, dalle aree contaminate. Da questo punto di vista, è sicuramente una notizia positiva la messa a punto della tecnologia Radox, sviluppata nell’ambito di un progetto di ricerca di Acque del Chiampo (che gestisce il sistema idrico nell’omonima area del vicentino) con K-INN Tech, spin-off dell’Università di Padova. Una tecnologia che promette di essere in grado di distruggere i Pfas. Ne abbiamo parlato con il direttore generale di Acque del Chiampo, Andrea Chiorboli.
Chiorboli, come funziona la tecnologia Radox e come fa a distruggere i Pfas?
Radox utilizza un processo di mineralizzazione sviluppato nell’ambito di un progetto di ricerca di Acque del Chiampo Società Benefit con K-INN Tech, spin-off dell’Università di Padova, che punta a risolvere uno dei limiti principali delle tecnologie oggi disponibili: arrivare alla effettiva e completa degradazione dei Pfas e loro trasformazione in sottoprodotti innocui. Il processo genera una reazione controllata di ossidazione avanzata che produce sostanze – i cosiddetti radicali – con un’elevata capacità di reagire e “attaccare” le molecole dei Pfas. Queste sostanze riescono a spezzare i legami chimici che tengono insieme i Pfas, portandoli alla degradazione e trasformandoli in composti più semplici, non persistenti e non bioaccumulabili.
La tecnologia funziona con tutti i tipi di Pfas?
Uno degli obiettivi del progetto è proprio quello di superare la distinzione tra Pfas a catena lunga e a catena corta, che rappresenta oggi una delle principali criticità tecniche. Le prime sperimentazioni indicano buoni risultati su diverse classi di Pfas, inclusi composti particolarmente problematici come Pfoa e Pfos. Rimane invece ancora più complessa la gestione di molecole ultra-corte e molto mobili come il Tfa, su cui la ricerca è in pieno sviluppo a livello internazionale. È importante sottolineare che siamo in un contesto di ricerca: l’obiettivo è validare in modo progressivo l’efficacia su famiglie sempre più ampie di composti.
In quali contesti può essere applicata la tecnologia?
Le applicazioni potenziali sono diverse e dipendono dal grado di sviluppo industriale del processo. Nel breve termine, i contesti più realistici sono quelli legati a matrici concentrate, come il trattamento di reflui industriali complessi o il percolato di discarica, dove le concentrazioni di contaminanti sono più elevate e quindi più adatte a processi di trattamento intensivo. Nel medio periodo, l’obiettivo è estendere l’applicazione a scenari più complessi con la rigenerazione dei carboni attivi o il trattamento dei fanghi contaminati. Si tratta però di ambiti che richiedono ulteriori fasi di validazione e scalabilità.
Quali sono le applicazioni più prossime e con quali partner?
Acque del Chiampo, che dal 2013 è impegnata sul fronte dell’emergenza Pfas con investimenti strutturali per la sicurezza della risorsa idrica, sta lavorando per portare questa tecnologia in un contesto industriale reale, attraverso lo sviluppo di un prototipo. Questo percorso richiede una rete di collaborazione tra gestori del servizio idrico, enti di ricerca, soggetti industriali e istituzioni pubbliche. L’obiettivo è costruire partenariati che permettano di sostenere gli investimenti necessari per la fase di industrializzazione.
La tecnologia ha costi compatibili con lo smaltimento dei rifiuti pericolosi?
La sostenibilità economica è uno dei punti chiave del progetto. Oggi i trattamenti dei Pfas basati su tecnologie di separazione generano spesso costi elevati legati allo smaltimento dei materiali esausti (come carboni attivi, concentrati da membrane o schiume da Saff). L’idea di Radox è ridurre proprio questo onere, puntando su un processo che elimina il contaminante invece di trasferirlo semplicemente da una matrice all’altra. Nella fase attuale non si può ancora parlare di costi definitivi industriali, ma le prime valutazioni indicano un potenziale allineamento con le economie di scala dei trattamenti avanzati dei rifiuti liquidi pericolosi, soprattutto in scenari centralizzati.
Potrà essere usata anche in ambito privato o domestico?
Nel breve e medio periodo la risposta è no: si tratta di una tecnologia pensata per impianti industriali e infrastrutture pubbliche del ciclo idrico o del trattamento rifiuti. La complessità del processo, i costi e le condizioni operative necessarie la rendono adatta a contesti centralizzati e altamente controllati. In prospettiva futura, è teoricamente possibile immaginare versioni più compatte per applicazioni specifiche, ma oggi l’obiettivo concreto è garantire sicurezza ambientale su scala territoriale, dove si concentrano le criticità più rilevanti.
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