L’italico pacifismo delle chips

patatine fritte chips

L’Antitrust sanziona il cartello tra produttori italiani che si spartivano mercato e clienti. Collaborazione e sconti sulle multe chiudono il caso ma, commenta la sociologa e saggista Anna Paola Lacatena, a pagare restano i consumatori, esclusi dai benefici della concorrenza

Il mercato globale delle patatine fritte ha superato i 42 miliardi di dollari nel 2026, quello italiano si attesta intorno al miliardo, con strategie sempre più mirate a soddisfare la richiesta di varietà da parte dei consumatori e con un occhio attento alla qualità e alla salute, nel rispetto, almeno in Europa, a quanto sancito dal Regolamento 1333/2008, in termini di utilizzo di additivi alimentari.

Alternativa ai pasti completi, specificatamente le chips si prestano sempre più a soddisfare le esigenze di praticità, il bisogno di spuntini veloci, la richiesta di comodità on-the-go.

Leggenda narra che l’appetitoso prodotto – qui, il sussulto dei nutrizionisti è più che comprensibile – siano nate nel 1853 allorché il cuoco statunitense George Crum, dopo le reiterate proteste di un cliente circa lo spessore delle patatine fritte servitegli, finì per tagliarle finissime, per di più salandone in eccesso. La risultante croccantezza e il gusto del tutto particolare ne decretarono l’inatteso successo.

Altre fonti ne collocano l’origine nel XVII secolo in Belgio, in sostituzione per forma e modalità di cottura, di un piccolo pesce pescato nella Mosa, non sempre disponibile nei mesi invernali, allorché il fiume si presentava ghiacciato.

La chips come comfort food ante litteram, dunque, per migliorare l’umore e rispondere a congiunture critiche.

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In tempo di guerra declinata a vario titolo, c’è chi ha capito, che muoversi in pace può essere decisamente più vantaggioso.

Come prevedibile, però, non per i consumatori.

A 19 mesi dall’avvio delle indagini, il Garante della concorrenza ha multato Amica Chips (8,2 milioni di euro), Pata (7,5 milioni) e Preziosi Food (7,5 milioni) che, da qualche anno ormai, si spartivano il la clientela senza contendersela, come buona regola del mercato libero imporrebbe, per non nuocersi vicendevolmente.

Secondo l’Antitrust alcuni tra i principali produttori di chips & co. italiani, dunque, si dividevano tra loro le forniture per aree geografiche e catene di ipermercati.

Se prima del 2018 l’intesa era limitata ad alcuni grossi clienti, a partire da quella data l’accordo è stato esteso alla quasi totalità delle catene della grande distribuzione che, praticamente, acquistavano dai produttori per poi rivendere gli specifici alimenti in buste con il proprio marchio.

Ci si aspetterebbe una sorta di guerra al ribasso e invece tra “cugini – così definiti i concorrenti in una chat intercettata – nessuno scontro. La regola aurea del commercio è stata piegata da più comode offerte formulate con l’intento di non disturbare i rivali-soci in affari.

Fin qui la prima, involontaria lezione a chi non sa concepire un mondo senza offese, tranelli e conflitti economici.

Scoperto l’inganno e soprattutto sanzionato, ecco la seconda mossa del pacifismo italiano delle chips: il pentimento e l’offerta di riparazione.

Le imprese coinvolte in ciò che gli inquirenti hanno definito «una delle violazioni più gravi della normativa antitrust» hanno collaborato, fornendo documenti, hanno riconosciuto la propria responsabilità e fatto ammenda nell’immediato, con l’introduzione nei propri organici della figura del garante delle regole sulla competizione.

La penitente contrizione ha posto fine, dunque, alla controversia con una riduzione della multa: per Amica Chips del 40%, del 60% per Pata e del 10 per Preziosi Fodd.

Ecco la seconda lezione: si può sbagliare, ma pentirsi arreca giovamento al penitente.

Come prevedibile, però, non ai consumatori.

I sottoscrittori del patto di non belligeranza, nello specifico, hanno sì creato il problema, ma ne hanno anche visto la risoluzione nel più auspicabile dei modi: multa e taglio della stessa.

Sun Tzu, nella sua celebre opera L’arte della guerra, consiglia di lasciare sempre al nemico una via d’uscita – o un cosiddetto ponte d’oro. In pratica, nel suo compendio di strategia e pragmatismo, il generale e filosofo cinese suggeriva che se il nemico si percepisce come totalmente accerchiato, nella sua disperazione combatterà allo spasimo, rendendo la pace impossibile e la vittoria estremamente dispendiosa.

La filosofia dell’Aikido di Ueshiba, l’arte della pace, a cui evidentemente devono essersi ispirate alcune delle più grandi aziende produttrici di chips italiane, invece, non si basa sulla forza o sulle armi, ma promuove la sintonia con l’universo, perseguendo la pace e coltivando il potere dell’amore per creare equa prosperità e diffusa abbondanza.

Come non essere d’accordo sulle lezioni esistenziali di alcuni dei principali produttori italiani di patatine.

Jean-Paul Sartre diceva, però, che «quando i ricchi vanno in guerra, sono i poveri che muoiono», a dirla tutta a pagare sono i poveri (consumatori) anche quando la guerra, i ricchi non se la fanno tra loro.