Bisfenolo, la Svezia fa condannare la Commissione europea

È uno dei rari casi in cui uno Stato membro trascina davanti a un giudice addirittura la Commissione europea, ma il motivo era più che valido e l’inadempimento dell’esecutivo grave.

Il Tribunale dell’Unione europea ha infatti condannato la Commissione per non aver ancora pubblicato un dossier sui perturbatori endocrini (PE), come il bisfenolo e gli ftalati, che, in virtù di un regolamento del 2012, avrebbe dovuto essere pronto entro il 13 dicembre 2013.
A sollevare il caso davanti a un giudice è stata, nel luglio 2014, la Svezia (cui successivamente si sono unite Francia, Danimarca, Finlandia e Paesi Bassi) che ha denunciato i due anni inutilmente trascorsi finora nell’attesa del compimento di un atto non solo obbligatorio per legge, ma soprattutto doveroso per la tutela della salute dei cittadini.

È vero, alla condanna non segue una multa da pagare, che comunque non sarebbe servita certo a centrare l’obiettivo finale, quello cioè di veder finalmente pubblicato il dossier che dovrebbe permettere la disciplina di queste sostanze nocive.

 

LA MATERIA DEL CONTENDERE

La questione, infatti, non è certo di secondaria importanza, coinvolgendo la salute pubblica.

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I perturbatori endocrini agiscono sul sistema ormonale e sono sospettati di essere concausa di tante malattie, in aumento negli ultimi anni tra la popolazione europea, come il cancro, l’infertilità e i disturbi metabolici o neuro-comportamentali.

Per questo c’era molta attesa circa la pubblicazione da parte di Bruxelles del dossier che avrebbe dovuto mettere nero su bianco i criteri scientifici che permettono di regolamentare queste molecole di sintesi che, ricordiamo, sono presenti in tantissimi prodotti, dai pesticidi ai materiali plastici, ai solventi, ecc.

Per il Tribunale dell’Unione europea, la Commissione non può più accampare scuse, né far passare ancora un altro anno senza agire, ma dovrà attivarsi entro un tempo “ragionevole”. Termine, certo, un po’ sfumato, ma considerando i due anni di ritardo già accumulati, alla Commissione non resta che redigere il dossier in pochi mesi, come ormai tutti si aspettano.

 

LA DIFESA DELLA COMMISSIONE

Di fronte al Tribunale, la Commissione ha tentato di giustificare il ritardo sostenendo la necessità di condurre uno “studio di impatto” prima di definire i criteri scientifici per la determinazione delle proprietà delle sostanze che influiscono negativamente sul sistema endocrino.

Lo studio dovrebbe servire in particolare per valutare l’onere economico che le aziende dovrebbero inevitabilmente sostenere a causa della regolamentazione dei PE (e c’è chi ha rivelato che lo studio sia stato espressamente richiesto proprio dall’industria chimica europea, preoccupata di trovare validi ed economici sostituti delle sostanze nocive).

Argomento respinto dai giudici, secondo i quali “non vi è alcuna disposizione del regolamento che esige una tale analisi d’impatto”.

Partita chiusa, dunque? Difficile dirlo, perché la Commissione non sembra voler rinunciare a concludere prima lo studio d’impatto.
Commentando la condanna, infatti, il portavoce dell’esecutivo ha dichiarato che la prima parte dell’analisi è già a buon punto e le altre fasi cominceranno all’inizio del 2016 per concludersi entro l’anno, assicurando infine che il dossier finale sarà pubblicato “il più presto possibile”.