Un tuffo nei Pfas: così gli inquinanti per sempre contaminano il mare

L’associazione ambientalista Surfrider ha analizzato le acque balneabili di mari, laghi e fiumi francesi riscontrando una presenza preoccupante di Pfas. In Europa non esiste nessun limite alla concentrazioni di queste sostanze nelle acque di superficie

L’inquinamento da Pfas non risparmia il mare e nemmeno laghi e fiumi. La Ong Surfrider, impegnata nella salvaguardia di coste marine, spiagge e acque di superficie, ha analizzato nei laboratori di Eurofins le acque in 107 siti di balneazione (80 spiagge costiere e 27 siti di acqua dolce) riscontrando una presenza diffusa in tutti i campioni di sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti “chemical forever” ovvero “inquinanti per sempre”, sostanze ampiamente usate in molti oggetti di uso comune che difficilmente scompaiono nell’ambiente.

Sono stati controllati 58 tipi di Pfas (nonostante alla famiglia chimica appartengono migliaia di molecole). Il più presente è il Tfa (rilevato nel 100% dei campioni, Echa lo ha classificato tossico per la riproduzione, Categoria 1B) seguito dal Pfoa. In terza posizione c’è Il Pfos: il 62% dei siti ha mostrato la presenza di questo inquinante, nonostante il suo divieto quasi totale.

Un dato ancora più preoccupante, scrivono nel report gli attivisti di Surfrider, “il nostro studio ha rilevato che il valore massimo consentito per il Pfos è stato superato nel 78% dei siti di acqua dolce e nel 44% dei siti costieri. Ciò significa che la maggior parte delle acque analizzate sarebbe classificata come avente uno “stato chimico scadente” secondo i criteri europei in vigore al momento dello studio”.

In assenza di una normativa europea sui monitoraggi si sono mossi alcuni paesi. Nei Paesi Bassi, la contaminazione da Pfas ha indotto le autorità a limitare la balneazione in alcuni siti e a sviluppare un quadro di gestione basato su valori guida indicativi, stabiliti dall’Istituto nazionale per la salute pubblica e l’ambiente (Rivm). “In assenza di una normativa europea in materia – si legge nel report –  il nostro studio si è avvalso di questi valori olandesi per integrare l’analisi”.

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Ecco cosa chiede la Ong per contrastare l’inquinamento da Pfas:

1. Agire entro la fine dell’anno in base alle conclusioni dell’Echa al fine di adottare, quanto prima, una restrizione universale sull’uso dei Pfas che copra tutti gli usi e tutti i settori, compresi quelli industriali;

2. Rafforzare il monitoraggio dei nostri corpi idrici, in particolare nell’ambiente marino. Tale monitoraggio deve fungere da catalizzatore per azioni concrete: individuazione delle fonti di inquinamento, bonifica dei siti contaminati e attuazione efficace del principio “chi inquina paga”;

3. Stabilire protocolli europei armonizzati per il monitoraggio dei Pfas nelle acque di balneazione e ricreative, supportati da studi complementari per colmare le lacune conoscitive esistenti e per elaborare standard chimici ufficiali di qualità per questi settori. Una volta accertata la presenza di inquinamento, la Commissione europea e gli Stati membri devono elaborare piani di decontaminazione delle acque, applicando il principio “chi inquina paga”.

“Sebbene il compito possa sembrare arduo – conclude Surfrider – è assolutamente urgente agire per proteggere sia gli ecosistemi acquatici che la nostra salute dalla minaccia senza precedenti rappresentata dall’inquinamento da Pfas”.