
Amato in tutto il mondo, il caffè è tra i prodotti con la maggiore presenza di pesticidi vietati in Europa. Lo denuncia il nuovo report di una coalizione di Ong secondo cui nelle piantagioni di caffè vengono impiegati oltre 159 principi attivi, di cui il 60% è già vietato nell’Ue
È il rito quotidiano di milioni di italiani, ma dietro una semplice tazzina di caffè si nasconde una filiera che fa largo uso di pesticidi altamente pericolosi, molti dei quali sono vietati nell’Unione europea. Eppure continuano a essere prodotti dalle aziende europee ed esportati nei Paesi coltivatori, per poi rientrare indirettamente nelle nostre case attraverso il caffè importato. A denunciare questo paradosso è il nuovo rapporto Poison in Your Coffee (“Veleno nel tuo caffè”), realizzato da Coffee Watch, Inkota Network, Deutsche Umwelthilfe e Pesticide Action Network UK (PAN UK), che raccoglie dati scientifici e ricerche sul campo condotte nei principali Paesi produttori, tra cui Brasile, Vietnam, Kenya e Colombia.
Il 60% dei pesticidi utilizzati è vietato in Europa
Secondo il rapporto, nelle piantagioni di caffè vengono impiegati oltre 159 principi attivi, soprattutto in Brasile. Il 60% di queste sostanze, tra cui il fungicida clorotalonil e l’insetticida clorpirifos, è già vietato nell’Unione europea. Tuttavia, questi pesticidi vengono frequentemente ritrovati nel caffè importato.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, infatti, una parte dei pesticidi resiste sia al lavaggio sia alla tostatura dei chicchi di caffè verde.
Lo dimostrano le numerose segnalazioni del Sistema di allerta rapido europeo per alimenti e mangimi (Rasff) e dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa).
Una tazzina di caffè su cinque potrebbe essere contaminata
Nel 2022 il 23% dei campioni di caffè analizzati dall’Efsa conteneva pesticidi vietati nell’Unione europea. Ancora più significativo è il fatto che, come sottolineano gli autori del rapporto, la presenza di questi pesticidi nel caffè è aumentata di dieci volte tra il 2011 e il 2022. In pratica, secondo le Ong, una tazzina di caffè su cinque potrebbe contenere residui di pesticidi.
“Anche se solo il 2-3% dei campioni supera i limiti massimi di residuo (LMR), ciascuno di questi campioni contiene contemporaneamente diversi pesticidi”, avvertono le organizzazioni.
La preoccupazione è legata anche al fatto che alcune di queste sostanze sono classificate dall’Organizzazione mondiale della sanità nelle categorie 1A (“estremamente pericolose”) o 1B (“altamente pericolose”) e sono inoltre classificate dal regolamento europeo CLP (Classificazione, etichettatura e imballaggio delle sostanze e delle miscele) come cancerogene o probabilmente cancerogene, tossiche per la riproduzione, interferenti endocrini o neurotossiche.
Il doppio standard europeo
Il rapporto punta il dito soprattutto contro quello che definisce un “doppio standard“. Molti dei pesticidi proibiti agli agricoltori europei continuano infatti a essere prodotti da industrie con sede nell’Unione ed esportati nei Paesi extraeuropei, dove le regole sono meno rigorose. Il caffè coltivato con queste sostanze può poi essere importato e venduto legalmente nel mercato europeo, purché rispetti i limiti di residuo previsti dalla legislazione.
Una situazione che, secondo Pan Europe, crea anche una concorrenza sleale nei confronti degli agricoltori europei, costretti a rispettare norme molto più severe.
Nel 2020 Bruxelles aveva annunciato l’intenzione di vietare l’esportazione di sostanze chimiche proibite all’interno dell’Unione, ma quel progetto non è mai arrivato a compimento. Più recentemente la Commissione europea ha promesso di affrontare anche il problema dei residui di pesticidi vietati negli alimenti importati, anche se gli autori del rapporto ritengono che le misure finora prospettate non siano sufficienti.
Le soluzioni proposte
Per ridurre queste contaminazioni, le Ong avanzano una serie di raccomandazioni, tra cui:
- introdurre controlli sistematici su tutto il caffè importato, sia verde sia tostato;
- abbassare tutti i limiti massimi di residuo (LMR) fino alla soglia di rilevabilità analitica;
- vietare alle aziende europee di esportare dall’Unione pesticidi il cui utilizzo è già proibito in Europa;
- sostenere gli agricoltori nella transizione verso pratiche agricole più sostenibili.
L’auspicio delle organizzazioni è che queste proposte non rimangano semplici dichiarazioni d’intenti, ma si traducano in misure concrete per tutelare la salute dei consumatori, dei lavoratori agricoli e dell’ambiente.









