
L’Arera presenta la relazione annuale: il prezzo all’ingrosso dell’energia in Italia è la più alta d’Europa, sia per la luce sia per il gas. Nel dibattito pubblico si parla di “disaccoppiamento” tra rinnovabili e gas per abbassare i prezzi, ma si tratta di una soluzione tecnicamente scorretta. La vera alternativa, ancora poco diffusa tra le famiglie, passa da Ppa e Comunità energetiche rinnovabili
I dati diffusi dall’Arera il 1° luglio nella Relazione Annuale 2025, presentata al Parlamento dal presidente Nicola Dell’Acqua, fotografano un’Italia che continua a pagare l’energia più cara della gran parte dei paesi europei.
Il Pun sopra i 115 euro
Il Pun medio 2025, il Prezzo unico nazionale dell’elettricità, si è attestato a 115,9 euro al Megawattora, in crescita del 7% sul 2024 e il più alto tra le principali borse del continente, contro i 61,1 euro/MWh della Francia e i 65,3 euro/MWh della Spagna. Sul prezzo finale ai clienti domestici, l’Italia resta il secondo paese più caro d’Europa dopo la Germania, con un differenziale del 13% rispetto alla media dell’area euro.
Il mercato libero costa più della tutela
C’è però un secondo dato, meno raccontato ma altrettanto significativo, che emerge dalla stessa relazione: il mercato libero, quello verso cui negli ultimi anni sono stati spinti milioni di consumatori dopo la fine della maggior tutela, costa ancora più della tutela stessa. Vale per l’elettricità, dove dopo la parentesi del 2022 il mercato libero è tornato a presentare prezzi superiori al servizio di maggior tutela per tutte le classi di consumo, e vale in modo ancora più netto per il gas: per i clienti domestici con consumi fino a 5mila metri cubi l’anno il prezzo medio è di 112,4 centesimi al metro cubo, contro i 93,5 centesimi pagati dai clienti vulnerabili rimasti in tutela.
Il mito del disaccoppiamento
Di fronte a bollette così alte, nel dibattito pubblico si sente parlare sempre più spesso di “disaccoppiamento” tra il prezzo dell’energia elettrica e quello del gas, come se si trattasse di una misura in grado di abbassare i costi in bolletta. Ne abbiamo parlato con Michele Governatori, esperto di energia di Ecco, think tank indipendente per il clima, che invita a maggiore cautela.
Come funziona davvero il prezzo dell’energia
Il sistema elettrico funziona in modo che sia il prezzo degli impianti meno efficienti, quelli a gas, a determinare il prezzo all’ingrosso nei momenti in cui la loro produzione è necessaria per coprire i picchi di domanda. “Ritenere che sia strano che la fonte più costosa ma necessaria influenzi il costo delle altre è ingenuo, perché è così che funzionano tutti i mercati”, spiega Michele Governatori, portando l’esempio di un albergo durante una fiera: se la domanda supera l’offerta, il prezzo lo fa il fornitore meno efficiente, non certo chi avrebbe margine per fare sconti.
In Italia, aggiunge l’esperto, “nell’80% dei momenti il prezzo lo fa il gas”: il fatto che le rinnovabili coprano circa il 40% dell’energia prodotta non significa che nel 40% delle ore il gas non serva, ed è per questo che anche l’energia pulita finisce per essere prezzata come quella fossile.
Perché separare i prezzi non è tecnicamente possibile
Separare artificialmente il prezzo delle rinnovabili da quello del gas sul mercato all’ingrosso, sottolinea Governatori, non è tecnicamente percorribile: significherebbe di fatto espellere dal sistema gli impianti che servono a garantire la copertura nei momenti di picco. Esiste però una strada diversa, già praticata dai grandi consumatori industriali ma pressoché sconosciuta alle famiglie italiane: legare i propri consumi direttamente ai costi di produzione di un impianto rinnovabile tramite un contratto di lungo termine, un Power purchase agreement, comunemente noto come Ppa.
L’offerta legata a un impianto green
I contratti Ppa, con cui ci si lega a un impianto rinnovabile in particolare staccandosi dall’andamento del mercato energetico all’ingrosso, in Italia sono quasi totalmente riservati ai grandi acquirenti di energia. Sono generalmente i gruppi industriali a stringere accordi con un produttore di rinnovabili per ottenere tariffe fisse, in cambio dell’impegno a restare clienti per un periodo lungo, di norma almeno dieci anni.
Il caso ènostra: un preventivo reale
Le opzioni per i clienti domestici sono invece quasi inesistenti. Qualcuna però esiste, come la tariffa “Prosumer Casa” di ènostra, cooperativa energetica con sede a Milano e 18mila soci. Tramite il simulatore disponibile sul sito abbiamo elaborato un preventivo per una famiglia che consuma circa 1.400 kWh l’anno: il costo annuo risultante è di 481 euro, in linea con le offerte delle compagnie tradizionali presenti sul comparatore ufficiale dell’Arera (ilportaleofferte.it).
Vanno però considerate spese aggiuntive: due quote di azioni da 25 euro da versare subito e un investimento a copertura dell’impianto, nel nostro caso pari a 1.800 euro. Dal numero verde della cooperativa spiegano che questa cifra resta impegnata per almeno 12 anni, al termine dei quali può essere recuperata con un tasso d’interesse del 2% oppure reinvestita in altri impianti. Dalla stipula del contratto passano inoltre 12-18 mesi prima dell’inizio della fornitura effettiva, il tempo necessario ad attivare l’impianto da cui arriverà l’energia. La bolletta mensile fissa può essere ritoccata annualmente dalla compagnia, ma a quanto riferito è successo solo due volte dal 2020, sempre al ribasso.
Comunità energetiche, l’altra via
Accanto ai Ppa retail, un’altra alternativa già concreta per svincolare almeno in parte le bollette dall’andamento del mercato sono le Comunità energetiche rinnovabili, note come Cer: associazioni volontarie tra cittadini, piccole imprese, esercizi commerciali ed enti locali che decidono di produrre e condividere energia solare a livello locale, non più un’ipotesi teorica ma una realtà già operativa in diverse parti d’Italia, anche se il loro sviluppo procede a rilento. Chi installa l’impianto sul proprio tetto e consuma l’energia che produce è il “prosumer”; chi preleva dalla rete l’energia condivisa è il “consumer”. L’energia immessa in rete genera un incentivo economico distribuito tra i membri della comunità, che scatta sulla quota “condivisa”, cioè consumata nella stessa ora in cui viene prodotta: un meccanismo che spinge a spostare i consumi nelle ore di maggiore produzione solare, o a dotarsi di sistemi di accumulo per usare l’energia anche di sera.
Le norme e gli incentivi del Pnrr
Grazie al decreto legislativo 199/2021, che ha recepito una direttiva europea, oggi un impianto può arrivare fino a un Megawatt e la comunità può estendersi all’area coperta da una cabina primaria. A dare ulteriore impulso ha contribuito il Pnrr, con 2,2 miliardi di euro stanziati per lo sviluppo delle comunità energetiche, inizialmente nei piccoli comuni e poi, dal 2025, anche in quelli fino a 50mila abitanti. Chi fosse interessato può verificare se nel proprio comune o condominio esiste già una Cer a cui aderire come consumer, senza bisogno di installare alcun impianto, oppure rivolgersi al Comune, a un’associazione locale o a un consulente energetico per promuoverne una.
La proposta: “Ppa popolari”
Per Governatori, proprio su questo terreno andrebbe indirizzata la politica: “Una delle proposte principali è facilitare i Ppa anche a livello retail, per il singolo cittadino”, chiedendo ai venditori, su indicazione dell’Autorità, di inserire nella propria offerta commerciale Ppa standardizzati, con garanzie pubbliche e regole per un mercato secondario che permetta di rivendere i contratti. “Ppa popolari” o “Ppa di cittadinanza”, li chiama l’esperto: una strada concreta per legare le bollette alle fonti rinnovabili, molto diversa dal disaccoppiamento evocato spesso, a suo dire, “con grande superficialità” dalla politica.






