Oro illegale, Greenpeace: l’Italia primo importatore Ue ma i controlli sono quasi nulli

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L’Italia non è in grado di garantire che l’oro che importa non provenga da filiere illegali, violando i diritti umani o finanziando conflitti armati: è quanto denuncia Greenpeace Italia nel nuovo report “Corsa all’oro illegale”

 

“L’Italia non è in grado di garantire che l’oro che importa non provenga da filiere illegali, violando i diritti umani o finanziando conflitti armati”: è quanto denuncia Greenpeace Italia nel nuovo report “Corsa all’oro illegale – Dentro la filiera del metallo prezioso importato in Italia: un’analisi dei flussi, tra traffici opachi e controlli assenti”.

Cinque anni di inadempienza

Dal 2021 è in vigore il Regolamento europeo 2017/821 sulla due diligence, che obbliga le aziende che importano più di 100 kg di oro l’anno a verificare l’origine del metallo, individuare i rischi lungo la filiera e garantire la tracciabilità fino alla miniera di estrazione. I governi nazionali sono tenuti a vigilare sul rispetto di questi obblighi. L’Italia ha designato il Ministero delle Imprese come autorità competente, ma si è fermata lì: in cinque anni non è stata avviata alcuna attività di controllo, non è stata effettuata alcuna ispezione e non è stata comminata alcuna sanzione. Il Ministero stesso lo ha ammesso nella risposta al Foia (la richiesta di accesso agli atti pubblici) di Greenpeace, attribuendo lo stallo a “impedimenti meramente amministrativi”.

Il paradosso italiano

Il paradosso è evidente: nel 2025 l’Italia è stata il primo importatore europeo di oro da paesi extra-Ue, con 148 tonnellate — quasi la metà di tutto l’oro non europeo entrato nel continente. Tra il 2021 e il 2025 ha importato complessivamente circa mille tonnellate, per un giro d’affari vicino ai 40 miliardi di euro, pari al 30% del valore dell’intera filiera aurifera europea. Una posizione di primo piano nel mercato, a cui corrisponde però una quasi totale assenza di controlli.

L’Europa aumenta la domanda, non i controlli

Sul fronte europeo, le importazioni dell’Ue sono cresciute del 26% tra il 2023 e il 2025, raggiungendo 1.633 tonnellate in cinque anni per 81 miliardi di euro. Nel frattempo, la Eu Whitelist — lo strumento previsto dal regolamento per certificare gli impianti di fusione e raffinazione responsabili — non è ancora stata istituita, come confermato dalla Commissione europea a Greenpeace.

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Filiere ad alto rischio: Dubai e la Svizzera

Sette lingotti su dieci importati in Italia arrivano da paesi extraeuropei, spesso con tracciabilità debole o inesistente. I principali fornitori extra-Ue nel 2025 sono stati gli Stati Uniti (33%), la Svizzera (21%) e gli Emirati Arabi Uniti (17%). Proprio questi ultimi due paesi rappresentano il nodo più critico. Gli Emirati, privi di miniere proprie ma sede del polo commerciale di Dubai, fungono da snodo globale dell’oro proveniente da Africa e Sud America. Una volta fuso e raffinato, il metallo perde ogni traccia della sua origine e può essere venduto come “oro riciclato” alle raffinerie svizzere, che a loro volta lo distribuiscono sui mercati mondiali, Italia compresa. Secondo il ricercatore Yvan Schulz di Swissaid, questo meccanismo — il cosiddetto gold laundering — consente a oro estratto illegalmente o proveniente da zone di conflitto di entrare nel mercato internazionale certificato.

Il Brasile e le comunità indigene

Tra i paesi di estrazione più critici c’è il Brasile, dove l’attività mineraria illegale — aumentata del 1.100% tra il 1985 e il 2022, con il 91% dei casi concentrato in Amazzonia — continua a distruggere la foresta e a colpire le comunità indigene. L’Italia è il secondo importatore europeo di oro brasiliano dopo la Germania, con un controvalore passato da 10,7 milioni di euro nel 2024 a 19,8 milioni nel 2025. Le conseguenze sulle popolazioni locali sono gravi: aumento di violenze, sfruttamento economico e contaminazione da mercurio. Uno studio della Fundação Oswaldo Cruz ha rilevato che il 98,5% delle donne in gravidanza nelle terre indigene del Popolo Munduruku presentava livelli di mercurio superiori alla soglia di sicurezza.

L’Italia, anello debole della catena

“In assenza di controlli stringenti”, avverte Greenpeace, il sistema rischia di trasformare l’Italia in “un punto vulnerabile nella lotta al traffico internazionale di oro illegale” e, di fatto, in un attore involontariamente complice di quel mercato. L’organizzazione chiede ai governi e agli operatori finanziari internazionali di rafforzare le misure normative e amministrative per impedire che “l’oro legato alla distruzione ambientale e alle violazioni dei diritti umani venga commercializzato in Europa come prodotto pulito”.