Alimenti, farine e olio di canapa: cosa cambia con le nuove regole europee

CBD CANNABIS CANAPA OLIO DI CANAPA

L’Europa finalmente uniforma i limiti di Thc per poter coltivare la cannabis industriale e commercializzare cibi, farine e olio di canapa. Con il presidente di Federcanapa Giuseppe Croce, proviamo a fare il punto su un settore che è costretto a vivere ancora sotto la minaccia di troppe ambiguità legislative

Una soglia, uguale per tutti i paesi europei per il contenuto massimo di Thc negli alimenti. È la decisione della Commissione europea dopo il parere positivo del comitato permanente per piante, animali, alimenti e mangimi della Commissione Ue. Il Thc è la principale sostanza psicoattiva della cannabis ed è responsabile dello “sballo”. Ed è stato il principale ostacolo,  all’uso ludico della marijuana (ossia al fatto che fosse fumata) che a quello della cannabis light (a ridotto contenuto di Thc). Ma è stato anche un macigno enorme anche per la canapa industriale, ossia per l’uso di varietà a bassissimo o pressoché assente livello di sostanza psicotropa per i prodotti alimentari, cosmetici o integratori.

Ora le nuove decisioni comunitarie dissano il livello massimo tollerato per l’olio di semi di canapa a 7,5 mg/kg, mentre per gli alimenti come semi e farine il limite è di 3 mg/kg.

Una notizia positiva per chi, come succede in Italia, investe in un settore molto promettente ma altrettanto pericoloso, dati i continui sequestri e i rischi penali dettati da una legislazione decisamente poco chiara (qualcuno, non a torto potrebbe definirla oscurantista) e molto più rigida di quella in vigore in altri paesi europei.

Ne abbiamo voluto parlare con Giuseppe Croce presidente di Federcanapa, associazione nata per tutelare gli interessi dei coltivatori e dei primi trasformatori di canapa coltivata in Italia.

“La decisione europea viene dopo quelle di altri Stati europei e non – pensiamo agli Stati Uniti, al Canada, all’Uruguay alla Svizzera ma anche alla Cina – che avevano adottato delle legislazioni più avanzate. Dunque era dettata anche dagli ostacoli alla competizione dei prodotti europei derivati dalla canapa, rispetto a questi altri paesi”.

Non conosci il Salvagente? Scarica GRATIS il numero con l'inchiesta sull'olio extravergine cliccando sul pulsante qui in basso e scopri cosa significa avere accesso a un’informazione davvero libera e indipendente

Sì! Voglio scaricare gratis il numero di giugno 2023

Dottor Croce, anche la Cina aveva legislazioni più permissive delle nostre?

La Cina è molto restrittiva sul Thc ma ha sviluppato in questi ultimi due anni l’industria di estrazione del Cbd (il complesso utile e non psicotropo della cannabis, ndr). Quello che da noi il ministero della Salute non consente se non previa autorizzazione.

Tornando in Europa, come si è arrivati a questa novità?

Un precedente molto importante nella decisione europea è stata la sentenza della Corte suprema di giustizia di Strasburgo nel novembre 2020 a proposito di un prodotto di sigarette elettroniche al Cbd che erano state sequestrate in Francia, un paese che fino a poco tempo fa aveva una legislazione altrettanto se non più severa della nostra. Queste sigarette elettroniche erano stato legalmente prodotte nella Repubblica Ceca, dunque la Corte di Giustizia ha obbligato la Francia a fare retromarcia garantendo la libera circolazione in commercio sulla base del trattato unico sulla libera concorrenza europea.

Un diritto comunitario che però può essere superato in presenza di pericolosità…

E qui la Corte fa un ragionamento importante. Spiega che il Cbd non è una sostanza stupefacente e lo fa sulla scorta di un’analisi dell’Organizzazione mondiale della Sanità uno o due anni prima della sentenza che aveva anche portato l’Oms a chiedere all’Onu di togliere il Cbd dalla lista delle sostanze stupefacenti. Cosa che l’Onu ancora non ha fatto. Su questa base la Francia non solo ha fatto retromarcia ma a fine dicembre 2021 ha modificato la sua legge, consentendo di lavorare tutte le parti della pianta di canapa industriale, ossia di quelle varietà a basso tenore di Thc che sono iscritte nell’elenco europeo.

Con questa nuova misura potrete lavorare finalmente in tranquillità?

Sicuramente è un passo in avanti importante. Lo è innanzitutto per l’innalzamento del livello massimo di Thc in campo dallo 0,2% allo 0,3%. Sembra un’inezia ma è importante perché diverse varietà anche iscritte al registro europeo, soprattutto quelle che si sono sviluppate in Sud Europa e in Italia, possono sforarlo. Se è vero che la legislazione italiana è avanzata, visto che consente una tolleranza fino allo 0,6% prima di distruggere un campo, è altrettanto vero che con il limite allo 0,3% si possono coltivare varietà che potevano creare problemi.

Anche rispetto agli alimenti a base di canapa, si può parlare di un passo in avanti importante?

Sì. Finora l’industria olearia era molto restia a investire nell’olio di canapa con limiti tanto restrittivi oltrepassati i quali si rischia il penale. Tenete conto che un nostro associato, solo pochi mesi fa, ha rischiato di vedersi sequestrato il suo olio di semi perché risultava con 8 ppm di Thc. Cosa che è stata facilmente contestata perché basta fare altre due analisi e vengono fuori dei valori differenti, dato che stiamo parlando di quantitativi così piccoli che gli stessi strumenti di analisi spesso danno risultati diversi.

Ma un olio di semi non dovrebbe contenere Thc, dato che i semi ne sono privi…

Sì, ma essendo a contatto con i fiori, i semi possono subire una contaminazione accidentale sulla parte del guscio. Ovviamente a livello di tracce.

Dunque ora potrete lavorare senza il rischio di ricevere un avviso di garanzia…

No. Resta il problema dell’estrazione del Cbd e dei cannabinoidi. L’estrazione del Cbd non ha ancora una legislazione chiara e univoca in Europa. Nell’infiorescenza della canapa industriale c’è sempre del Thc e quando si fa un’estrazione inevitabilmente questa sostanza si concentra. Nell’industria della cosmesi questa sostanza si elimina con protocolli precisi, dimostrando anche come è stato smaltito. Ma resta il fatto che nella nostra legge sugli stupefacenti, la 309 del 90, la pianta è considerata comunque stupefacente. A prescindere dal contenuto di Thc. Dunque chi fa estrazione potrebbe ritrovarsi imputato di un reato anche se utilizza del materiale con Thc 0.

Cosa pensa del fenomeno italiano della cannabis light?

Ci fosse una legge come quella del Belgio che riconosce la possibilità di fumare la cannabis light limitando il Thc allo 0,2% e pagando le accise, ci sarebbe un controllo maggiore del settore, prodotti più sani per il consumatore e maggiori entrate per lo Stato. E invece in questi anni è circolato un po’ di tutto.

Tornando al mercato del Cbd, ha speranza che si vada verso ulteriori passi in avanti?

In Italia anche quando abbiamo avuto una maggioranza giallo-rossa non abbiamo fatto molti passi in avanti. Soprattutto c’è stata una chiusura netta finora del ministero della Salute che ha la voce più importante in materia. Quando si parla di fiori, foglie e resine siamo inchiodati alla fine del 2016, quando è stata varata una legge che per passare ha deciso di non nominare le infiorescenze, lasciando tutte le ambiguità di cui parlavamo. Con i sequestri e i processi di questi anni.

Quali sono le vostre proposte?

Dal nostro punto di vista tutto sarebbe più chiaro se, come ha fatto la Francia, e come abbiamo chiesto negli ultimi 4 anni a tutti i ministeri italiani, si dicesse che sotto lo 0,2% di Thc per usi industriali si possono utilizzare tutte le parti della pianta. Se si volesse fare una cosa più avanzata si potrebbe anche estendere all’uso ludico con gli stessi limiti e pagando l’accisa.