Una nuova legge per il biologico italiano (con qualche schizzo di fango di troppo)

“Finalmente è partita alla Camera la discussione sul progetto di legge per la tutela e lo sviluppo della produzione e dei prodotti biologici di cui è relatore il nostro portavoce Pasquale Maglione”.

L’annuncio dei portavoce del MoVimento 5 Stelle Chiara Gagnarli e Paolo Parentela non farà piacere alla senatrice Carla Cattaneo, che immancabilmente parla di finanziamenti a ciarlatani quando si riferisce all’agricoltura organica, ma non può che far contenti i lettori del Salvagente che da anni sono costretti a leggere dei danni fatti dal modello opposto, davvero poco sostenibile.

La petizione del Salvagente per chiedere al governo di fermare i danni dei fanghi tossici sul made in Italy la potete firmare su Change.org

La legge è solo ai primi passi ma promette bene: “Tra gli obiettivi c’è quello di favorire e promuovere la conversione al metodo biologico delle imprese agricole e agroalimentari del nostro Paese, un settore in costante crescita che rappresenta una fetta importante del Made in Italy”, spiegano i portavoce.

Aggiungendo la tentazione di “introdurre un marchio per il bio italiano in modo da distinguere tutti i prodotti biologici realizzati con materie prime coltivate e allevate in Italia”.

A questo punto tutti ci aspetteremmo un passo indietro su una delle ultime decisioni di questo governo: l’innalzamento dei limiti di sostanze tossiche nei fanghi utilizzati come fertilizzanti proprio nei campi italiani.

Che c’azzecca il bio? – si chiederanno in molti, utilizzando una frase classica della II Repubblica. A maggior ragione in considerazione del fatto che il bio prevede l’assoluto divieto dell’uso di questi come di altri fanghi sospetti nei concimi.

A rispondere, in tempi non sospetti, è stata proprio FederBio, la federazione di organizzazioni di tutta la filiera dell’agricoltura biologica e biodinamica.

Il 26 ottobre FederBio scriveva: “La preoccupazione riguarda la possibile contaminazione di falde acquifere e suoli che la norma potrebbe comportare in un’ottica di futura conversione al biologico”.

Tradotto in parole povere: “Quanti anni dovrà aspettare chi ha concimato un terreno con i fanghi ammessi dal Decreto Genova nel caso in cui volesse rispondere al giusto obiettivo della legge Maglione? Un anno? Due? Tre prima di passare al biologico?”

E siamo davvero certi che il modo migliore per far nascere un nuovo marchio italiano, sia quello di aver appena aver raddoppiato il contenuto di sostanze tossiche ammesse nei terreni coltivati rispetto, tanto per fare un esempio, a una Germania?