Pomodoro cinese, affare italiano: ora anche i brooker hanno paura di Pechino

Pomodoro cinese, affare italiano. Continua a sollevare reazioni l’inchiesta di copertina del nuovo numero del Salvagente e il reportage approfondito e senza veli sul viaggio del concentrato di pomodoro che sbarca alle frontiere di Napoli e soprattutto di Salerno, per poi diventare italiano e ripartire per il resto del mondo, Europa compresa.

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Ad accompagnare il servizio di copertina del numero che trovate in edicola, abbiamo anche iniziato sul web a sentire cosa ci raccontano i principali produttori italiani. Dopo Mutti“La Doria” e “Conserve Italia”  oggi è la volta di Petti.

Il Gruppo Petti è la dimostrazione di come le due politiche possano coincidere. Da una lato c’è la “Antonio Petti fu Pasquale S.p.a.” con sede a Nocera Superiore, in provincia di Salerno, guidata da Antonio Petti, uno dei più importanti broker mondiali del concentrato. Si può quasi dire che il fenomeno del concentrato cinese l’abbiamo inventato lui. Dall’altro c’è la “Italian Food S.p.a.” guidata dal figlio, Pasquale, che produce solo da pomodoro toscano, per il 55% per private label internazionali, per il 45% pomodoro toscano di qualità. Nel 2013 ha lanciato la linea “Petti – il pomodoro al centro”, garantendo trasparenza sulla filiera.

Antonio Petti, il re del concentrato per l’export: “Ora la Cina ci fa concorrenza”

Antonio Petti ogni anno acquista oltre 100mila tonnellate di concentrato di pomodoro (il 65% delle importazioni di concentrato in Italia), che rilavora ed esporta in oltre 170 paesi nel mondo, principalmente Libia, Africa subsahariana e Germania, Medio Oriente, Francia, Regno Unito, Nord Europa. Tra i principali clienti europei ci sono Rewe, Edeka, Lidl, Aldi, Kaufland, Tesco, Asda, Waitrose. Petti, primo importatore europeo, il secondo al mondo, dietro all’americana Heinz, ha recentemente smesso di acquistare dalla Cina: “Negli anni ‘90 – spiega Antonio – la Cina è entrata nel business del pomodoro intuendo le grandi potenzialità di questo mercato, pur avendo una popolazione che non consumava conserve di pomodoro. Inizialmente si era proposta come un valido partner commerciale, anzi ha rappresentato un’opportunità per noi acquirenti in quanto i prezzi d’acquisto più concorrenziali ci hanno consentito di affrontare un mercato sempre più stringente e governato dai colossi della Grande Distribuzione. Pian piano però i produttori cinesi sono diventati da partner a spietati concorrenti andando a produrre direttamente prodotto finito in Africa, sottraendo importanti quote di mercato a noi. Rimane il rammarico per non esserci tutelati e non aver protetto il nostro know how che i cinesi hanno studiato e messo all’opera”.

Pasquale Petti: “Come competere con gli aiuti locali di spagnoli e portoghesi?”

Con la Italian Food S.p.a. il figlio di Antonio, Pasquale, punta tutto sulla qualità e il made in Tuscany. I pomodori provengono solo da coltivazioni toscane, dove ha sede lo stabilimento, a Venturina Terme, in provincia di Livorno. Nell’ultimo anno ha lavorato 100mila tonnellate di pomodoro italiano e rappresenta – dati Nielsen -, il 5% del mercato, dietro ai due colossi Mutti e Cirio. “In quattro anni dal lancio – spiega Pasquale Petti – dei prodotti a marchio Petti siamo diventati il terzo brand nel mercato. Il vero problema del settore è che l’industria italiana del pomodoro è la meno competitiva del mondo: non abbiamo contributi all’export, né più aiuti europei sulla materia prima, cessati nel 2010. In Italia i costi del lavoro, dell’energia, dei trasporti sono tra i più alti d’Europa e i concorrenti spagnoli e portoghesi hanno aiuti a locali e costi più bassi per l’acquisto della materia prima fresca. È necessario convincere le istituzioni e la Comunità Europea a sostenere di nuovo i produttori agricoli e quindi indirettamente l’industria di trasformazione”.