Glifosato, l’Europa nega tutte le evidenze

L’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ha deciso di respingere le evidenze scientifiche che mostrano che il controverso diserbante glifosato potrebbe causare il cancro. La valutazione dell’ECHA potrebbe ora aprire la strada al rinnovo per ulteriori 15 anni dell’autorizzazione per l’uso in Ue di questo diserbante, classificato come “probabilmente cancerogeno per l’uomo” dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC).

“L’ECHA ha fatto un gran lavoro per spazzare sotto il tappeto le prove che il glifosato potrebbe causare il cancro”, dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia. “I dati a disposizione sono più che ­­­­­­­sufficienti per vietare il glifosato in via cautelativa, ma l’ECHA ha preferito voltare lo sguardo dall’altra parte. Ora spetta quindi all’Italia rimuovere subito il glifosato dai nostri campi, a cominciare dai disciplinari agronomici di produzione integrata, dato che persone e ambiente non possono diventare topi da laboratorio dell’industria chimica”, conclude Ferrario.

Cos’è il glifosato

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Si tratta dell’erbicida più utilizzato in Europa e nel mondo: ogni anno ne finiscono nei campi più di 800mila tonnellate. Anche grazie ai tantissimi vegetali Ogm, come la soia, resistenti proprio a questa sostanza. Dal 2001, scaduto il brevetto, rimane uno dei grandi business della Monsanto ma viene prodotto anche da altri colossi dell’agrochimica come DowAgro, DuPont, Nufarm e Syngenta per un giro d’affari stimato intorno a 8,8 miliardi di dollari all’anno. È finito al centro del dibattito scientifico nel 2015 quando la Commissione europea ha avviato l’iter per il rinnovo dell’autorizzazione all’uso, scaduta a giugno 2016. Attualmente, l’esecutivo europeo ha rimandato la decisione definitiva a novembre di quest’anno: nel frattempo ha chiesto nuove valutazioni sulla sua sicurezza. Proprio su questo punto il dibattito scientifico è infuocato e vede contrapposte due tesi. La prima è quella della Iarc che nel 2015 ha inserito il glifosato tra le sostanze probabilmente cancerogene. Qualche mese dopo, l’Efsa è giunta a conclusioni opposte sostenendo che  è improbabile che il glifosato rappresenti un rischio cancerogeno per gli umani.

I dubbi dell’Isde

In molti hanno definito “lacunosa” la valutazione dell’Efsa. In una lettera indirizzata al governo, l’Associazione Medici per l’Ambiente Isde-Italia ha messo in luce le sue contraddizioni. In buona sostanza – sostiene il presidente Roberto Romizi – per giungere alla conclusione di non cancerogenicità del glifosate, Efsa rifiuta a priori di considerare gli studi caso-controllo sull’uomo, attentamente esaminati da Iarc e considerati dalla stessa Agenzia di Lione conformi agli standard di qualità e solidità metodologica. Anche gli studi tossicologici sugli animali vengono interpretati dall’Efsa con il medesimo approccio pregiudiziale.

L’inchiesta di Internazionale

In un’inchiesta di febbraio dello scorso anno, il settimanale ha puntato il dito verso lo studio dell’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (Bfr) utilizzato dall’Efsa per formulare il suo giudizio di “quasi” assoluzione. Questo studio – si legge sulla rivista – è stato scritto dalla Gliphosate task force, ovvero un gruppo in cui collaborano i produttori di fitofarmaci o meglio le aziende che hanno chiesto di poter vendere il glifosato nei paesi dell’Unione europea. Il rapporto tedesco di 947 pagine consiste sostanzialmente in una serie di riassunti do studi commissionati da quelle aziende per indagare gli effetti del glifosato sulla salute.

E i test del Salvagente

A maggio dello scorso anno una nostra analisi di laboratorio ha trovato tracce della sostanza in corn flakes, fette biscottate, farine e, soprattutto, in campioni pasta italiani. Una presenza quasi incontenibile visto l’uso che si fa di questo pesticida in diverse aree del mondo.

Prima del Salvagente, molte associazioni avevano trovato l’erbicida in campioni alimentari o meno, come birra, miele, farine anche non di frumento e perfino in salvaslip e Tampax, garze sterili e latte materno.

 

Esperimenti sottovalutati

Il rapporto della task force sul glifosato era già stato compilato quando la Iarc ha emesso il suo verdetto ma dopo che l’Agenzia ha concluso che l’erbicida è “probabilmente cancerogeno”, il Bfr ha pubblicato un’appendice per integrare il documento. Nel testo aggiunto l’istituto tedesco esaminava più nel dettaglio anche studi che non erano stati finanziati dall’industria e che avevano superato il processo di verifica. Tuttavia dava a questi studi una valenza diversa. In particolare, per smontare gli studi che avevano dimostrato l’insorgenza di neoplasie in ratti cibati con il glifosato, i tedeschi avevano osservato alcuni esperimenti dalle conclusioni analoghi ma condotti su topi che avevano assunto mangimi senza glifosato. Questo gli aveva permesso di concludere che le neoplasie non erano correlate all’erbicida.Peccato che – come scrive sempre Internazionale – questi esperimenti non erano stati effettuati in un periodo di tempo paragonabile, non hanno usato lo stesso tipo di topi né lo stesso tipo di laboratorio.

L’alternativa: firmare la petizione

Nel frattempo, in quasi tutti i paesi europei, Italia compresa, l’uso del glifosato è stato pesantemente limitato e decine di prodotti fitosanitari sono stati ritirati dal mercato. Anche i cittadini hanno deciso di giocare un ruolo fondamentale in questa vicenda: un gruppo di associazioni europee ha lanciato una petizione per chiedere alla Commissione di non rinnovare l’autorizzazione per i prossimi 15 anni. L’obiettivo è 1 milione entro l’estate: ad oggi sono state raccolte mezzo milione di firme, in Italia 22 mila. Per firmare basta cliccare qui