Limite di età social a 15 anni: si può davvero far rispettare il blocco?

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Dalla Francia, dove il divieto ai minori di 15 anni entrerà in vigore il 1° settembre 2026, alla ricerca globale di sistemi efficaci: fissare una soglia è facile, farla rispettare lo è molto meno. Tra autodichiarazioni, selfie analizzati dall’AI, documenti e portafogli digitali, cambiano affidabilità, rischi e quantità di dati trattati.

Un limite di età può essere scritto in poche righe. Impedire concretamente a un ragazzo di tredici o quattordici anni di aprire un profilo su TikTok, Instagram o Snapchat è invece un’operazione tecnologica complessa.

La Francia ha approvato un provvedimento che vieta ai minori di 15 anni l’accesso ai servizi di social network. La norma dovrebbe entrare in vigore il 1° settembre 2026, mentre per adeguare gli account già esistenti è previsto un periodo aggiuntivo.

Resta però da risolvere la questione decisiva: come si verifica l’età di milioni di utenti senza trasformare i social network in enormi archivi di documenti, fotografie e dati personali?

Il problema non riguarda soltanto la Francia. Diversi paesi stanno introducendo o discutendo limiti di accesso ai social, mentre sistemi simili sono già utilizzati per impedire ai minorenni di entrare nei siti pornografici, nelle piattaforme di gioco d’azzardo e in altri servizi riservati agli adulti.

Le tecnologie disponibili sono numerose, ma non tutte hanno la stessa efficacia. Inserire una data di nascita, scattare un selfie, mostrare un documento o utilizzare una carta di credito sono operazioni molto diverse. E nessuna, presa isolatamente, garantisce che il controllo non possa essere aggirato.

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Divieto dei social ai minori: il problema è applicarlo

Il precedente francese dimostra quanto sia difficile passare dalla legge alla pratica. Già nel 2023 la Francia aveva introdotto una sorta di maggiore età digitale a 15 anni, prevedendo sotto quella soglia l’autorizzazione dei genitori. La misura non era però diventata pienamente operativa, anche per le difficoltà legate ai sistemi di controllo.

La nuova norma adotta una soluzione più netta: sotto i 15 anni l’accesso ai social dovrebbe essere vietato. Il testo, però, non indica ancora un’unica tecnologia obbligatoria per verificare l’età.

È un passaggio fondamentale. Perché un conto è imporre alle piattaforme di “sapere” quanti anni ha un utente, un altro è stabilire:

  • quali dati possano essere richiesti;
  • chi debba controllarli;
  • quanto spesso debba essere ripetuta la verifica;
  • come correggere gli errori;
  • come evitare che un ragazzo utilizzi l’account di un adulto.

L’efficacia del limite dipenderà soprattutto dalle risposte a queste domande.

Dichiarare, stimare o verificare l’età non è la stessa cosa

Con l’espressione age assurance, cioè accertamento dell’età, vengono spesso indicate tecniche molto differenti. In realtà occorre distinguere almeno tre livelli.

Il primo è l’autodichiarazione: l’utente inserisce la propria data di nascita o seleziona la casella con la quale afferma di avere l’età richiesta.

Il secondo è la stima dell’età: un sistema cerca di attribuire all’utente una fascia anagrafica, per esempio analizzando il volto attraverso l’intelligenza artificiale.

Il terzo è la vera verifica dell’età: il controllo viene effettuato utilizzando una fonte che conosce già la data di nascita della persona, come un documento d’identità, un’identità digitale, una banca o un operatore telefonico.

La data di nascita? Il sistema meno efficace

Il metodo più comune sui social è anche quello più facile da aggirare. La piattaforma chiede all’utente di inserire la propria data di nascita, senza verificare che l’informazione sia vera.

Per superare il controllo è sufficiente indicare un anno diverso.

L’autodichiarazione può servire come primo filtro. Può essere utilizzata per impostare automaticamente un profilo minorile, limitare alcune funzioni o individuare successive incongruenze. Non può però essere considerata una vera barriera di accesso per i minori.

I regolatori che hanno disciplinato l’accesso ai contenuti per adulti, come quello britannico, non considerano infatti la semplice dichiarazione dell’età un metodo sufficientemente efficace.

Lo stesso vale per la casella “Dichiaro di avere più di 18 anni”, ancora presente su molti siti pornografici: è un avviso, non una verifica.

Il consenso dei genitori? Utile ma non risolutivo

Un’altra formula utilizzata dalle piattaforme è il consenso genitoriale. Può essere utile quando la legge permette al minore di usare un servizio previa autorizzazione di un adulto, ma non risolve da solo il problema dell’età.

Il consenso dimostra, nel migliore dei casi, che un genitore ha autorizzato l’iscrizione. Non prova necessariamente che il ragazzo abbia 12, 14 o 16 anni.

Per rendere il sistema più robusto bisognerebbe prima verificare l’identità dell’adulto, accertare il rapporto con il minore e impedire che quest’ultimo utilizzi direttamente le credenziali del genitore.

Il consenso parentale può quindi essere una misura aggiuntiva, ma non sostituisce la verifica dell’età. E non avrebbe alcuna utilità nei modelli, come quello previsto in Francia, che vietano comunque l’accesso sotto una determinata soglia.

Verifica dell’età con selfie e intelligenza artificiale

Uno dei sistemi più discussi è la stima dell’età tramite selfie. L’utente fotografa il proprio volto o registra un breve video. Un algoritmo analizza alcuni tratti e stima l’età apparente o la probabilità che la persona abbia superato la soglia prevista.

Il principale vantaggio è la rapidità. Il controllo può durare pochi secondi e non richiede necessariamente l’invio di un documento d’identità.

Il problema è che il risultato non rappresenta una certezza anagrafica. È una valutazione probabilistica.

Un algoritmo può distinguere con relativa facilità un bambino da una persona adulta. È molto più difficile stabilire, attraverso il solo volto, se un ragazzo abbia 14 anni e mezzo oppure 15 anni e mezzo.

L’accuratezza può inoltre variare in base alla qualità dell’immagine, alla luce, alla fotocamera, alle caratteristiche del volto e al sistema utilizzato.

Per questo non è sufficiente che un fornitore dichiari che il proprio algoritmo è “molto preciso”. Servono test indipendenti, dati separati per fascia d’età e informazioni chiare sul margine di errore vicino alla soglia legale.

Foto, video e deepfake possono ingannare il controllo

La stima facciale deve anche accertare che davanti alla fotocamera si trovi una persona reale. Un utente potrebbe tentare di mostrare la fotografia o il video di un adulto. Esistono poi sistemi più sofisticati basati su maschere, avatar e deepfake.

Per contrastare questi tentativi viene utilizzata la cosiddetta prova di vitalità, o liveness detection. Il sistema può chiedere alla persona di girare la testa, sorridere, seguire con gli occhi un punto sullo schermo o compiere altri movimenti.

Queste misure rendono più difficile utilizzare una semplice fotografia, ma non eliminano tutti gli attacchi. Più il sistema diventa complesso, inoltre, più aumenta il rischio di errori e di esclusione per chi utilizza dispositivi meno recenti o presenta determinate disabilità.

Con i sistemi meno sofisticati può bastare mostrare alla webcam il video di un adulto, reperibile anche online. Le soluzioni più robuste utilizzano invece controlli di vitalità progettati per riconoscere fotografie, video preregistrati, maschere e immagini artificiali.

Va aggiunto che oggi esistono attacchi più evoluti della semplice riproduzione di un video, come l’uso di telecamere virtuali, deepfake o flussi video inseriti direttamente nel software

Il selfie può quindi essere un buon filtro iniziale, specialmente quando l’età apparente è molto lontana dalla soglia. È meno adatto come unico controllo per decidere se un ragazzo di 14 o 15 anni possa aprire un account.

Documento e selfie: il problema dei dati personali

Un sistema più robusto consiste nel fotografare un documento d’identità e confrontarlo con un selfie o un breve video.

Il software legge la data di nascita, controlla per quanto possibile l’autenticità del documento e verifica che il volto dell’utente corrisponda a quello del titolare.

Dal punto di vista anagrafico, il controllo è più affidabile della semplice stima facciale. Ma comporta un problema evidente: per dimostrare di avere più di 15 anni, una persona potrebbe finire per fornire al social network molte informazioni che non sono necessarie.

Un documento contiene normalmente:

  • nome e cognome;
  • data completa di nascita;
  • fotografia;
  • numero identificativo;
  • cittadinanza;
  • luogo di nascita;
  • data di rilascio e scadenza.

La piattaforma non ha bisogno di conoscere tutti questi dati. Le serve soltanto una risposta: l’utente ha almeno 15 anni oppure no?

Conservare documenti e selfie aumenta inoltre il danno potenziale in caso di furto dei dati o attacco informatico.

La soluzione più prudente è quindi separare il controllo dalla piattaforma. Il documento dovrebbe essere verificato da un soggetto indipendente, mentre il social dovrebbe ricevere soltanto una prova del superamento della soglia.

Il portafoglio digitale che comunica soltanto “15+”

La soluzione tecnicamente più promettente è il portafoglio digitale per la verifica dell’età.

Il funzionamento può essere riassunto in tre passaggi.

L’utente dimostra una volta la propria età a un soggetto affidabile, utilizzando un documento, un’identità elettronica o un’altra fonte certificata.

Riceve quindi sul proprio telefono una credenziale digitale.

Quando apre un account social, la piattaforma non vede il documento e non riceve la data di nascita. Ottiene soltanto una conferma crittografica: “questa persona ha almeno 15 anni”.

In questo modello il social non conosce necessariamente il nome dell’utente, mentre il soggetto che ha verificato il documento non deve sapere su quale piattaforma verrà utilizzata la credenziale.

È il principio del doppio anonimato:

  • chi certifica l’età non conosce il sito visitato;
  • il sito non conosce l’identità completa dell’utente.

L’Unione europea sta sviluppando una soluzione di questo tipo, inizialmente pensata per dimostrare il superamento dei 18 anni e destinata a integrarsi con i futuri portafogli europei di identità digitale.

Lo stesso sistema potrebbe essere configurato per soglie diverse, come 13, 15 o 16 anni.

Tra le tecnologie disponibili, questa è quella che offre il miglior equilibrio tra affidabilità, minimizzazione dei dati e tutela della riservatezza.

Non è però esente da problemi. Occorre impedire che le credenziali vengano copiate o cedute, garantire la sicurezza dell’applicazione, prevedere la revoca in caso di furto e offrire una soluzione anche a chi non dispone di uno smartphone recente.

Social network e siti porno richiedono controlli diversi

I sistemi di verifica dell’età sono già utilizzati o previsti per l’accesso ai siti pornografici. Ma un sito per adulti e un social network funzionano in modo diverso.

Nel primo caso l’utente entra per consultare determinati contenuti. La prova dell’età può essere richiesta all’inizio di ogni sessione o a intervalli ravvicinati.

Su un social, invece, viene creato un account destinato a durare anni. Lo stesso profilo può essere usato su più telefoni, tablet e computer. Può essere recuperato attraverso un indirizzo email o un numero telefonico.

Chiedere un documento o un selfie a ogni apertura di Instagram sarebbe poco pratico e probabilmente sproporzionato.

Per i social appare più ragionevole effettuare una verifica forte al momento dell’iscrizione e ripeterla in alcune situazioni:

  • quando cambia il dispositivo principale;
  • quando viene recuperata la password;
  • quando emergono incongruenze sull’età;
  • quando l’account viene segnalato come appartenente a un minore;
  • quando viene modificata la data di nascita.

Resta comunque il problema della condivisione. Un controllo può dimostrare che un adulto era presente al momento della registrazione, ma non garantisce che sarà sempre lui a utilizzare il profilo.

Per questo la verifica iniziale dovrebbe essere accompagnata da controlli sull’account, limiti ai tentativi e sistemi per individuare comportamenti incompatibili con l’età dichiarata.

Una VPN può aggirare il divieto?

Una VPN permette di far credere a un sito che il collegamento provenga da un altro paese.

Può quindi aggirare un controllo applicato soltanto agli indirizzi internet francesi o italiani. Un minore potrebbe collegarsi attraverso uno Stato nel quale il limite non è previsto o non viene applicato nello stesso modo.

La VPN, però, non può creare da sola una credenziale digitale valida.

Se la prova “15+” è collegata all’account e richiesta indipendentemente dal paese di collegamento, cambiare virtualmente posizione non dovrebbe essere sufficiente.

Il vero rischio nasce quando le piattaforme applicano la verifica soltanto in base alla localizzazione dell’utente o consentono di creare account attraverso versioni estere meno controllate.

Per essere efficace, il sistema deve quindi impedire che basti cambiare l’indirizzo Ip, il Paese indicato nel profilo o lo store dal quale è stata scaricata l’applicazione.

L’esperienza australiana

L’Australia è uno dei primi paesi ad aver introdotto un limite nazionale per l’utilizzo dei social network. Le piattaforme devono adottare misure ragionevoli per impedire agli under 16 di creare o mantenere un account.

L’applicazione della norma ha portato alla rimozione o alla limitazione di milioni di profili. Ma il numero degli account non coincide necessariamente con quello delle persone, perché ogni utente può possederne più di uno.

Le prime verifiche hanno mostrato anche i limiti del sistema. Molti ragazzi continuavano a utilizzare Instagram, TikTok, Snapchat e altre piattaforme perché non avevano ancora ricevuto alcuna richiesta di controllo.

Sono emersi inoltre casi nei quali la stima facciale aveva attribuito erroneamente più di 16 anni a utenti più giovani.

Il problema non dipendeva soltanto dall’algoritmo, ma anche dalla possibilità di ripetere più volte la verifica fino a ottenere il risultato desiderato.

L’esperienza australiana mostra che una legge può produrre effetti concreti, ma soltanto quando il controllo viene applicato a una quota elevata di utenti e accompagnato da:

  • un limite al numero di tentativi;
  • un secondo metodo nei casi dubbi;
  • verifiche indipendenti sui sistemi;
  • controlli del regolatore;
  • sanzioni effettive per le piattaforme inadempienti.

Verifica dell’età sui siti porno: il modello italiano

In Italia esiste già una disciplina specifica per la verifica dell’età sui siti pornografici.

Il decreto Caivano obbliga i gestori che diffondono in Italia immagini e video pornografici a controllare che gli utenti abbiano almeno 18 anni. Le modalità applicative sono state definite dall’Agcom.

L’obbligo è diventato operativo in momenti diversi a seconda del luogo nel quale è stabilito il gestore: dal novembre 2025 per gli operatori italiani o extraeuropei e dal febbraio 2026 per quelli stabiliti in un altro Paese dell’Unione europea.

Il modello italiano non impone una sola tecnologia. Stabilisce però alcuni requisiti:

  • controllo effettuato da soggetti terzi indipendenti;
  • separazione tra verifica dell’identità e utilizzo della prova;
  • raccolta del minor numero possibile di dati;
  • sicurezza informatica;
  • precisione del sistema;
  • accessibilità;
  • possibilità di presentare reclamo.

Il sito pornografico dovrebbe ricevere soltanto la conferma che l’utente è maggiorenne, senza conoscere nome, documento e data esatta di nascita.

Allo stesso tempo, il soggetto che ha effettuato il controllo non dovrebbe sapere su quale sito venga utilizzata la prova.

È un modello che potrebbe essere adattato anche ai social network, sostituendo la credenziale “18+” con una credenziale “15+”.

Limite di età per i social: la situazione italiana

In Italia al contrario di quanto avviene per i siti porno, non è attualmente in vigore un divieto generale dei social network per i minori di 15 anni.

La soglia dei 14 anni prevista dal Codice della privacy riguarda la possibilità del minore di prestare autonomamente il consenso al trattamento dei dati personali per i servizi della società dell’informazione.

Non rappresenta quindi una verifica effettiva dell’età e non obbliga automaticamente le piattaforme a impedire l’accesso a tutti gli under 14.

In Parlamento sono però in esame diverse proposte per rafforzare la tutela dei minori online. Tra queste vi sono testi che ipotizzano:

  • un’età minima di 15 anni per l’apertura degli account;
  • sistemi obbligatori di verifica;
  • l’utilizzo di un portafoglio digitale nazionale collegato alla soluzione europea;
  • impostazioni di riservatezza più elevate per i profili dei minorenni;
  • sanzioni per le piattaforme che non applicano i controlli.

Si tratta ancora di proposte e disegni di legge, non di un divieto già operativo.

L’Italia dispone però di un vantaggio: il sistema progettato per i siti pornografici offre già un possibile modello tecnico basato su soggetti indipendenti, prova anonima e minimizzazione dei dati.

 

Verifica dell’età: i sistemi a confronto

Metodo Efficacia Utilizzo più adatto
Data di nascita dichiarata Molto bassa Primo filtro, mai come unico controllo
Consenso del genitore Bassa se usato da solo Autorizzazione aggiuntiva quando prevista
Selfie con intelligenza artificiale Media Stima preliminare, con secondo controllo nei casi dubbi
Documento e selfie Alta Verifica robusta, meglio se gestita da un soggetto indipendente
Carta, banca o operatore telefonico Variabile Metodo alternativo, più utile per la soglia dei 18 anni
Portafoglio digitale anonimo “15+” Alta Soluzione principale per l’apertura di un account
Credenziale più controlli sull’account Più alta nella pratica Modello più adatto ai social network