Origine obbligatoria in etichetta per tutti gli alimenti, l’industria si spacca

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Austria, Francia e Italia spingono per estendere l’obbligo di indicazione della provenienza a tutti gli alimenti, sostenuti da anche da Filiera Italia. Le multinazionali e le associazioni di trasformazione frenano: costi, logistica e mercato unico i nodi da sciogliere

Il 26 maggio il Consiglio Agrifish ha discusso il rafforzamento dell’etichettatura obbligatoria dell’origine dei prodotti alimentari, su iniziativa congiunta di Austria, Francia e Italia, sostenute da altri Paesi Ue. La proposta punta a una revisione del Regolamento (Ue) n. 1169/2011 per estendere l’obbligo di indicazione dell’origine a tutti gli alimenti, compreso l’ingrediente primario dei prodotti trasformati, con riferimento al luogo di coltivazione o allevamento.

I favorevoli: trasparenza e reddito degli agricoltori

Sul fronte favorevole si schiera Eat Europe, organizzazione di portatori d’interesse dell’industria alimentare, la cui posizione è che un’etichettatura trasparente rafforzi la fiducia dei consumatori, sostenga i redditi degli agricoltori e contrasti la diffusione degli alimenti ultra-processati. Il presidente Luigi Scordamaglia (alla guida anche di Filiera Italia e di amministratore delegato di Inalca Spa, società leader in Europa nel settore delle carni bovine e della distribuzione alimentare) è esplicito: «È incomprensibile che alcune organizzazioni che affermano di rappresentare gli interessi dei produttori primari continuino a difendere il sistema di etichettatura dell’origine “Ue/non Ue”, vuoto e fuorviante, che non apporta alcun valore aggiunto agli agricoltori né fornisce informazioni significative ai consumatori». Scordamaglia chiede alle istituzioni europee di procedere «senza ulteriori ritardi» verso un quadro normativo armonizzato, definendo la misura «pienamente coerente con la Visione per l’alimentazione e l’agricoltura del Commissario Hansen».

I contrari: costi, catene di fornitura e mercato unico

L’opposizione alla misura è guidata dalle grandi multinazionali dell’agroalimentare, dalle associazioni industriali europee e da alcuni Paesi del Nord Europa tradizionalmente contrari a vincoli che limitino la libera circolazione delle merci. Le obiezioni sollevate riguardano principalmente quattro aspetti: l’aumento dei costi logistici legati alla tracciabilità di ogni ingrediente; la rigidità che l’obbligo imporrebbe alle catene di approvvigionamento, dove le materie prime variano continuamente per stagionalità e disponibilità; il rischio di alimentare un nazionalismo alimentare che frammenti il mercato unico; e infine l’assenza di un legame diretto tra provenienza geografica e sicurezza alimentare, dato che tutti i prodotti venduti nell’Ue sono già soggetti agli stessi standard indipendentemente dall’origine delle materie prime.

La voce dell’industria degli snack

La European Snacks Association (Esa) ha espresso una posizione rappresentativa di questo fronte. Pur dichiarando di condividere il principio che le indicazioni d’origine non debbano essere fuorvianti, l’associazione sostiene che un obbligo esteso a prodotti come snack e frutta secca comporterebbe «oneri elevati per l’industria, a fronte di benefici limitati per l’informazione del consumatore e nessun impatto sulla sicurezza alimentare». La preferenza espressa è per il mantenimento dell’attuale sistema volontario.

Il precedente di Lactalis

Tra i casi più emblematici sul fronte dell’opposizione c’è quello di Lactalis, la multinazionale lattiero-casearia francese che in passato ha fatto ricorso per via legale contro i decreti nazionali francesi sull’etichettatura obbligatoria dell’origine. Nel 2016 la Francia introdusse con il decreto n. 2016-1137 l’obbligo per i produttori di indicare l’origine del latte in etichetta. Lactalis presentò ricorso al Consiglio di Stato chiedendone l’annullamento. Il Consiglio di Stato sospese il procedimento e sottopose la questione alla Corte di Giustizia dell’Ue in via pregiudiziale. La Corte di Giustizia si pronunciò il 1° ottobre 2020, stabilendo che la normativa Ue non preclude agli Stati membri la possibilità di imporre l’indicazione obbligatoria dell’origine, a condizione che esista un nesso comprovato tra le qualità del prodotto e la sua provenienza. Il caso però non si chiuse lì. Riportata la questione al Consiglio di Stato francese, quest’ultimo diede comunque ragione a Lactalis, ritenendo che la seconda condizione — l’esistenza di un legame provato tra le proprietà del latte e la sua origine — non fosse soddisfatta nel caso specifico.

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Iter aperto

Tornando al presente, il dossier sull’estensione dell’obbligo di origine in etichetta resta aperto. La Commissione europea non ha ancora presentato una proposta legislativa formale, e il dibattito in sede di Consiglio segnala posizioni ancora distanti tra gli Stati membri.