Meloni rilancia il nucleare, ma si affida a falsi miti

nucleare

Giorgia Meloni, intervenuta all’assemblea di Confindustria, rilancia il nucleare e annuncia una legge delega per puntare sugli Smr, i piccoli reattori nucleari. Una tecnologia che, però, molti esperti bollano come un “falso mito” più che come una soluzione

 

“Noi vogliamo proseguire speditamente sulla strada per il ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini reattori modulari sicuri e puliti che ci consentano di avere maggiore sicurezza ma anche costi nettamente più bassi rispetto agli attuali”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ribadito la sua posizione sull’energia atomica, intervenendo all’assemblea di Confindustria, dove il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, ha disegnato un quadro drammatico per le aziende italiane schiacciate dal caro energia, come del resto le famiglie italiane.

Le tempistiche del governo

Meloni ha dettato anche le tempistiche per il nucleare: “Entro l’estate, lo ribadisco, sarà approvata la legge delega e poi saranno adottati i decreti attuativi per il quadro giuridico necessario”. “Non ho dubbi – ha aggiunto Meloni – sul fatto che la ripresa della produzione nucleare in Italia sia un obiettivo alla nostra portata e non ho dubbi sul fatto che può rappresentare una svolta per la nostra competitività”.

La parola d’ordine per sdoganare il nucleare presso l’opinione pubblica italiana è dunque “Smr”, l’acronimo dei piccoli reattori modulari che dovrebbero garantire un’energia tanto pulita quanto sicura e conveniente.

Il nodo degli Small modular reactor

Ma, tra gli esperti, sono in molti a considerarlo solo l’ennesimo falso mito attorno al nucleare. A tal proposito, anticipiamo di seguito parte del servizio sul Salvagente in edicola dal 29 maggio, che dedica un ampio approfondimento sul modello spagnolo concentrato sulle energie rinnovabili e sulla sua reale adattabilità al nostro paese.

sponsor

Per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, ci sono fondamentalmente due strade, almeno nel dibattito pubblico: una passa per l’aumento delle energie rinnovabili, l’altra per il ritorno al nucleare dell’Italia. La parola d’ordine per rendere accettabile quello che gli italiani hanno bocciato con ben due referendum, nel 1987 e nel 2011, è puntare sugli Small modular reactors (Smr), reattori nucleari di potenza ridotta, che dovrebbero, nei piani dei sostenitori, tra cui anche il governo Meloni, costituire la nuova frontiera della sovranità energetica nazionale.

Lo scorso aprile, il ministero dell’Ambiente ha pubblicato i “rapporti conclusivi” della piattaforma per il nucleare sostenibile (Pnns), spiegando che per quanto riguarda i piccoli reattori modulari si parla del 2036 come anno di entrata in funzione, mentre per gli Advanced modular reactor (Amr) di quarta generazione, “attualmente in fase dimostrativa e prototipale”, l’orizzonte si sposta al 2040.

“Una tecnologia che non Esiste…o quasi

Secondo Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto Club, parlare oggi di piccoli reattori modulari significa inseguire “una tecnologia che non esiste” almeno nel mondo occidentale. “Non abbiamo neanche un piccolo reattore modulare in funzione”, spiega, ricordando che esistono soltanto alcuni esempi in Russia e Cina. Per questo, aggiunge, “dire facciamo gli Smr è molto infantile”, soprattutto mentre “le rinnovabili stanno dando risultati eccezionali in tutto il mondo” e consentono già di ridurre il peso delle bollette.

Silvestrini, insieme a Giuseppe Onufrio di Greenpeace Italia, ha raccolto queste analisi nel libro L’illusione nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili, dove sostiene che il ritorno all’atomo in Italia sia oggi una prospettiva anacronistica.

I costi e i ritardi del nucleare

“Le grandi centrali nucleari che negli ultimi vent’anni si è tentato di costruire in Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Finlandia hanno avuto risultati molto deludenti”, osserva Silvestrini. I tempi di realizzazione, spiega, si sono allungati enormemente e i costi sono lievitati fino a triplicare o quadruplicare.

Da qui l’idea di puntare sui piccoli reattori modulari, ma anche questa soluzione presenta criticità: “La storia del nucleare è una storia di dimensioni cresciute nel tempo proprio perché aumentando la taglia si riducevano i costi unitari. Ridurre la taglia significherebbe teoricamente aumentarli”.

Il problema delle scorie

A rendere ancora più complesso il quadro italiano c’è poi il problema della localizzazione degli impianti e delle scorie radioattive. “Immaginare una ventina di siti che ospitino questi reattori in un paese che non ha ancora risolto la gestione dei suoi rifiuti nucleari va oltre qualunque senso minimo di realtà”, afferma Silvestrini.

L’accettabilità sociale, secondo l’esperto, sarebbe un ostacolo enorme: “Voglio vedere in Italia dove si collocano questi impianti”. E sul deposito nazionale delle scorie aggiunge: “La mappa dei siti idonei c’è, ma il governo la tiene nel cassetto”.

La scommessa sulle rinnovabili

Pur non dichiarandosi contrario al nucleare per motivi ideologici, Silvestrini sostiene che prima di investire servano prove concrete: “Voglio vedere qualcosa in funzione, voglio sapere quanto è costato, voglio vedere proiezioni credibili di riduzione dei costi”.

Nel frattempo, sottolinea, la strada più realistica è un’altra: “Le rinnovabili sono la soluzione: è lì che bisogna investire”. Fondamentale, secondo lui, è accelerare anche sul fronte dell’accumulo energetico. “Terna ha fatto un’asta per sistemi di accumulo di grande scala e i risultati sono stati sorprendenti: le offerte sono arrivate a un prezzo inferiore alla metà delle previsioni”.

Un segnale, conclude, che “l’evoluzione tecnologica dei sistemi di accumulo negli ultimi anni è straordinaria” e che oggi “la tecnologia consente di integrare tante rinnovabili a prezzi molto bassi”.

L’eredità del vecchio nucleare

Intanto, le spinte recenti verso il “nuovo” nucleare si scontrano duramente con l’eredità irrisolta e gli enormi costi della vecchia stagione atomica italiana. A decenni dalla chiusura dell’ultima centrale in funzione, quella di Caorso nel 1990, i cittadini italiani continuano a pagare in bolletta (tramite gli oneri di sistema “A2”) centinaia di milioni di euro all’anno per finanziare la Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento degli impianti e della gestione delle scorie.

Il nostro paese, infatti, non è ancora riuscito a realizzare un Deposito nazionale definitivo per i rifiuti radioattivi, il cui costo stimato si aggira intorno a 1,5 miliardi di euro, importo destinato a pesare sempre sulla collettività.

Il caso Saluggia

Secondo stime di Sogin, il completamento del “decommissioning” delle vecchie centrali nucleari arriverebbe nel 2052 con costi attualmente previsti di 11,38 miliardi di euro.

Nel frattempo, i rifiuti radioattivi continuano ad aumentare di volume e vengono stoccati in siti provvisori che presentano criticità ambientali. L’esempio più emblematico è quello del sito Eurex di Saluggia (Vercelli).

Secondo quanto emerge dall’Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi aggiornato al 31 dicembre 2024 e realizzato da Isin, Saluggia si conferma il sito in cui l’attività radioattiva è maggiore. Qui si concentra il 75% dell’attività radioattiva nazionale.

Secondo Arpa Piemonte, la criticità del sito è dovuta al fatto che si trova nell’area di esondazione del fiume Dora Baltea. “La zona – spiega l’Arpa – è caratterizzata da un’alta vulnerabilità della falda acquifera superficiale; vi è stoccata una grande quantità di rifiuti radioattivi – allo stato solido e liquido – e di combustibile nucleare irraggiato; è situato a circa 1,5 km a monte del campo pozzi di uno dei più grandi acquedotti del Piemonte, l’Acquedotto del Monferrato”.

In questo quadro, le perplessità su una nuova stagione del nucleare appaiono più che legittime.