“Abbiamo sottovalutato gli effetti del glifosato sul nostro intestino”

GLIFOSATO

Oramai abbiamo imparato a conoscerlo. Il glifosato è il pesticida più utilizzato al mondo (e quello più diffuso nella storia dell’agricoltura moderna). Su questo erbicida pesano i pesanti dubbi dell’Agenzia internazionale per il cancro, la Iarc, per gli effetti potenzialmente cancerogeni. Eppure la legislazione europea continua ad ammetterlo nelle colture e negli alimenti e c’è chi ama ripetere, soprattutto quando analisi indipendenti lo trovano come traccia in tanti cibi comuni (non ultima la pasta, come abbiamo dimostrato lo scorso dicembre, quando lo abbiamo rilevato in 7 marchi di spaghetti su 20 analizzati), che bisognerebbe mangiare centinaia di chili di un singolo alimento contaminato per avere eventuali effetti.

Il glifosato minaccia il microbiota intestinale

Una certezza che cozza con molte ricerche scientifiche indipendenti. Ultima, solo in ordine di tempo, quella appena pubblicata sul Journal of Hazardous Materials da parte di un’équipe di scienziati del dipartimento di biologia dell’Università di Turku, in Finlandia, dell’Eurecat di Catalonia (Spagna) e del dipartimento di Viochimica della  Rovira i Virgili University, di Tarragona, in Spagna.

L’uso diffuso del glifosato può avere impatti insospettati sulla diversità e composizione delle comunità microbiche, compreso il microbioma intestinale umano, scrivono i ricercatori. E quando si parla di microbiota parliamo delle 500 specie diverse di batteri della flora intestinale producono molecole utili per la nostra salute e capaci di influenzare il nostro comportamento.

L’équipe ispano-finlandese presentando  il primo metodo bioinformatico per valutare la potenziale sensibilità di questi organismi al glifosato, conclude che: “Una stima prudente dai nostri risultati mostra che il 54% delle specie nel microbioma intestinale umano centrale è sensibile al glifosato”.

Un erbicida che non tramonta mai

Storicamente, il glifosato è stato commercializzato negli anni ’70 e poi è diventato l’erbicida più economico dopo la scadenza del brevetto nel 2000. Da allora, numerosi erbicidi generici contenenti glifosato hanno reso gli erbicidi a base di glifosato i pesticidi più comunemente usati in tutto il mondo. Il predominio  nel mercato dei pesticidi è principalmente attribuito all’uso di colture transgeniche come soia, mais e canola, di cui quasi il 90% sono varietà resistenti al glifosato. In Europa, dove le colture transgeniche sono difficilmente coltivate, sono molto utilizzate nella coltivazione senza aratura, dove le erbe infestanti vengono eliminate dal glifosato prima della semina. Inoltre, le colture di cereali, fagioli e semi sono comunemente essiccate dal glifosato prima del raccolto.

I pericoli sottovalutati

Il bersaglio biochimico del glifosato è un enzima che sintetizza i tre amminoacidi aromatici essenziali (fenilalanina, tirosina e triptofano) nella maggior parte dei procarioti, piante e funghi. Il glifosato è sempre stato proclamato sicuro per gli esseri umani perché la via metabolica inattivata dal glifosato, non è presente nei vertebrati. Tuttavia, fino a poco tempo fa, sono stati ampiamente ignorati gli effetti sui batteri.

“Stiamo ancora iniziando a comprendere gli effetti del glifosato sul microbioma intestinale”, scrivono gli autori della ricerca pubblicata sul Journal of Hazardous Materials. Anche se qualche segnale è già stato raccolto da ricerche precedenti e si tratta di segnali poco tranquillizzanti: “È stato dimostrato che il glifosato può influenzare la composizione del microbiota intestinale delle api . È stata suggerita un’associazione tra l’uso del glifosato e la resistenza agli antibiotici, sebbene non sia chiaro in quale direzione e quindi siano necessari ulteriori studi”.

L’Istituto Ramazzini di Bologna ha poi pubblicato – quasi due anni fa – sulla rivista Environmental Health nuovi risultati relativi allo studio pilota sul glifosato: “Abbiamo scoperto – spiegavano i ricercatori – che l’esposizione a erbicidi a base di glifosato, incluso il Roundup, ha causato effetti riproduttivi e di sviluppo in ratti sia maschi che femmine, a un livello di dose considerato sicuro dall’Epa, l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (1,75 mg/kg di peso corporeo/giorno)”. Una conferma dell’azione interferente endocrino dell’erbicida, anche in basse dosi, permesse dalle norme.

Ora si aggiunge anche la stima, molto pesante, degli effetti sul microbiota umano. Serve davvero altro per convincerci che si tratti di un pesticida che sta producendo danni enormi e che andrebbe vietato?